FASHION

martedì 5 agosto, Orange County

Ieri giornata fashion! Ovviamente decisa da me 🙂

Siamo partiti per l’Orange County, una contea a sud della zona di Los Angeles che, oltre ad essere nota per il benessere negli ultimi anni, è diventata famosa per la serie televisiva The O.C., ambientato in una delle zone più piacevoli della contea, Newport Beach, visitato i primi giorni della nostra permanenza qui.

La contea di Orange è l’ideale per chi vuole godere della natura e del relax, anche se non mancano comunque le gallerie d’arte (di cui Laguna Beach è il regno per eccellenza), i locali di ritrovo per giovani cosí come una vasta gamma di ristoranti di buona qualità.

Orange County è anche famosa per lo shopping, ospitando uno dei più famosi e ricercati centri commerciali del sud California: il South costa Plaza.

 

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Si tratta del più grande mall dell’Orange County, addirittura nel suo sito  si legge che si tratta del piú grande shopping center degli Stati Uniti.Ci credo!!! E’ una piccola cittá!!! E’ immenso: è costruito su 3 livelli nella zona interna e in più c’è una zona esterna molto verde e ricca di posti di ristoro.

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Può succedere che per visitare alcune zone, sia consigliabile spostarsi con l’auto da un parcheggio all’altro per evitare camminate estenuanti. Inoltre l’edificio principale è collegato ad un altro grande edificio che ospita soprattutto mobili, oggetti e arredo casa in genere, tramite un ponte esterno che passa al di sopra della freeway

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C’è una grande varietà di negozi e per visitarli tutti ci vorrebbero almeno un paio di giorni: improponibile!! Davvero …ci sono negozi di tutti i generi, anche grandi marchi del lusso settoriali mai visti prima.
Posso tranquillamente affermare che è il paradiso degli amanti dello shopping: si trova qualsiasi cosa!

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Abbiamo fatto, per ora, solo un giro esplorativo….la vacanza è ancora lunga e le spese le lasciamo per gli ultimi giorni di permanenza qui, prima del viaggio on the road …comunque che dire? L’imbarazzo della scelta è davvero GRANDE!!!! Meno male che c’è il borsellino che ci richiama all’ordine!

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Abbiamo scelto di rimanere a mangiare nel mall e di provare una catena che non avevamo ancora sperimentato: si chiama California Pizza Kitchen. Locale anni ’60 con divanetti, luci soffuse e musica. Pizza buonissima ai cinque formaggi e pomodoro fresco e ,come dolce, una meravigliosa lime cake.

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Per oggi possiamo ritenerci soddisfatti! ( questa notte penso che mi sognerò quella meravigliosa borsa di Coach che ho visto in vetrina e che “mi stava chiamando” 🙂 …la voglio!!!

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SANTA MONICA

domenica 3  agosto, Santa Monica

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Domenica abbiamo deciso di tornare a Los Angeles per assistere alla messa nella cattedrale e poi di fermarci alla spiaggia della città, cioè a Santa Monica.
Santa Monica è una città balneare, situata nell’omonima baia, ed è circondata per tre lati dalla contea di Loa Angeles.
Fu chiamata così dagli spagnoli che visitarono l’area in cui sorge la città nel giorno dedicato a Santa Monica, madre di Sant’Agostino.
Il principale collegamento tra Santa Monica e il centro di Los Angeles è costituito dalla Santa Monica Freeway, o Interstate 10, la più grande autostrada est-ovest degli Stati Uniti del Sud e una delle più trafficate di tutti gli Stati Uniti ( ne sappiamo qualcosa…sigh.. per fare poco più di 14 miglia ci abbiamo impiegato un’ora e mezza!)
Arrivati a Santa Monica, dopo aver lottato per un parcheggio, abbiamo iniziato la nostra passeggiata dalla zona centrale dove si trova la Third Street Promenade, che attraversa tutta la cittadina ed è l’unica grande via pedonale di tutta Los Angeles: è una specie di centro commerciale all’aperto, disposto su tre isoalti dove si può passeggiare, fare shopping senza preoccuparsi delle automobili. Il tutto è allietato da suonatori di flamenco o dallo spettacolo di artisti di strada che si cimentano in acrobazie hip-pop.

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All’estremità sud della Promenade, superato un centro commerciale, siamo arrivati finalmente al lungomare e al Pier: in effetti l’attrazione turistica principale di Santa Monica, oltre alle spiagge, è il molo, Santa Monica Pier, costruito nel 1909: è il luogo simbolo più irresistibile in città.

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Vi si trovano giochi da baraccone, una giostra storica, una ruota panoramica, montagne russe e un acquario; ma davvero spettacolare è ciò che si offre alla vista, l’immenso oceano blu-verde e un arco di sabbia dorata che si estende per miglia e miglia.

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Un breve giro sul Pier e poi una sosta sulla spiaggia per osservare il viavai di gente del posto ma anche dei numerosissimi turisti: fra l’altro da qui si vede la Original Muscle beach, dove verso la metà degli anni ’50 nacque la mania per il fitness che poi avrebbe spopolato in seguito in tutta la California del sud. Abbiamo notato la presenza di varie attrezzature ginniche e una schiera di super muscolosi “fanatici”. Mah….

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Colgo l’occasione per descrivervi come gli americani vivono la spiaggia: la differenza più’ grande e’ che non esistono stabilimenti balneari.
Spesso le spiagge partono direttamente dalla così’ detta “boardwalk” oppure direttamente dalla strada. Sono spiagge che noi chiameremo “libere” dove quindi potete piantare il vostro bell’ombrellone e la sedia che vi siete portati da casa (come fanno tutti qua, guai a portarsi l’asciugamano solo come da noi!!). Solitamente sono del tutto free.
Le località’ di mare hanno spesso una così’ detta “boardwalk” che non e’ altro che una passeggiata appena dietro la spiaggia costruita con assi di legno e un poco sopraelevata che ospita negozi, luna park, bancarelle, ristoranti e chi più’ ne ha più’ ne metta. In pratica e’ il fulcro della vita serale e pomeridiana, tutti vi si riuniscono per la cena, per fare due passi, per approfittare di veri e propri luna park sulla spiaggia e per fare due chiacchiere.

Come dicevo in precedenza, l’americano medio che si rispetti non si fa mai mancare nulla, nemmeno sotto l’ombrellone. Ecco quindi presentarsi le scene migliori in spiaggia, quando si vede la famiglia arrivare con i carrelli da spiaggia che portano ombrelloni, giocattoli per i bambini, sedie da mare, cooler per il pranzo e l’alcool per l’happy hour. Gli americani non sono come noi che ci accontentiamo di un telo da mare sulla sabbia, qua tutti usano sedie da mare pieghevoli in alluminio con porta bicchiere/i incorporati! Un’usanza che si sta diffondendo anche in Italia e’ quella poi di piantare vere e proprie tende solari o gazebo per tutta la famiglia.

Per concludere, un enorme NO NO da tener presente quando si va al mare in USA: per i ragazzi/uomini mai e poi mai usare un costume da bagno che non siano pantaloncini o boxer da mare!!! Niente costumino formato mutanda o “speedo” come lo chiamano qua o sarete guardati come lo, scusate il termine, sfigato di turno che di certo non e’ del luogo.:-)

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Quando eravamo stati qui nel 2008 ricordo che avevamo visitato un mercato meraviglioso: in effetti non si può dire di conoscere davvero Santa Monica fino a quando non si è esplorato uno dei suoi mercati agricoli all’aperto, riforniti di frutta e verdura biologica, fiori, prodotti da forno e ostriche fresche. Il mercato del sabato è quello più grande e forse ancora migliore di quello di L.A. per la frutta e la verdura, tanto che viene frequentato anche da famosi chef locali.
La domenica mattina, però, il mercato assume una dimensione più comunitaria, con musica dal vivo, la possibilità di montare in sella a un pony, una mezza dozzina di bancarelle di cibi pronti. Il tutto in un rigoglioso prato verde.

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Ormai il sole sta calando e ci prepariamo per il ritorno a casa;  camminando attraversiamo, proprio di fronte all’Oceano, la Route 66 che qui termina: è la prima grande autostrada americana che  collegava un tempo Santa Monica e Los Angeles con Chicago, quella del mito americano del on the road. La guardiamo e mentalmente le diamo un “arrivederci” poiché fra qualche settimana la percorreremo per un breve tratto…a presto!

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Quando sei a un bivio e trovi una strada che va in su e una che va in giù, piglia quella che va in su. È più facile andare in discesa, ma alla fine ti trovi in un buco. A salire c’è speranza. È difficile, è un altro modo di vedere le cose, è una sfida, ti tiene all’erta.

— Tiziano Terzani

L’egoismo della felicità

Seal Beach, 1 agosto
E proprio così. Sto vivendo un’esperienza molto entusiasmante e i momenti di gratificazione e di curiosità appagate sono molteplici, così come gli attimi di felicità regalati dalla percezione di attraversare istanti unici.
Sono davvero molto contenta della scelta di vivere quaggiù per queste settimane e non la cambierei per niente al mondo.
Questa è la premessa.

Ma, detto questo… si sa l’animo umano è complicato …e mi ritrovo a pensare che sia assolutamente vero ciò che migliaia di anni fa disse il filosofo stoico greco Epitteto: “L’uomo è disturbato non dalle cose, ma dal modo in cui le vede”.
Spesso i pensieri che accompagnano le nostre azioni ci portano a non godere fino in fondo del benessere che si sta vivendo; il problema non è in qualcosa che c’è, ma qualcosa che appare nei nostri pensieri e si materializza, come se fosse già lì.

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Uno dei miei autori più amati, Tiziano Terzani, diceva, quando ormai sapeva di avere pochi mesi di vita:” Ci sono giorni nella vita in cui non succede niente, giorni che passano senza nulla da ricordare, senza lasciare una traccia, quasi non si fossero vissuti. A pensarci bene, i più sono giorni così, e solo quando il numero di quelli che ci restano si fa chiaramente più limitato, capita di chiedersi come sia stato possibile lasciarne passare, distrattamente, tantissimi. Ma siamo fatti così: solo dopo si apprezza il prima e solo quando qualcosa è nel passato ci si rende meglio conto di come sarebbe averlo nel presente. Ma non c’è più.”

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Così capita che in alcuni momenti il troppo pensare mi tende dei trabocchetti; mi porta, infatti, a provare delle malinconie e delle tristezze, magari per il passato, magari per non poter condividere le esperienze con chi non c’è più nella mia vita, oppure soltanto per il senso di impotenza di non poter fermare il tempo e avere la sgradevole sensazione che mai in futuro potrò essere così serena come sono ora.

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Però!!! Che egoismi vigliacchi che si vivono nella propria interiorità!!

Mentre, fuori, nel mondo, bambini muoiono sotto i bombardamenti, persone perdono il lavoro e la vita, donne e uomini lottano per la sopravvivenza io me ne sto qui a creare castelli di superficialità.
Metterli allo scoperto fa provare vergogna perchè si palesa questo essere centrati su se stessi; ma sento di volerlo o doverlo fare: voglio mostrare la mia superficialità ed il mio egoismo…è giusto, è un piccolo prezzo da pagare per gli attimi di felicità vissuti.
La vita è un prendere e un dare: tanto mi ha rubato, ma tanto ho avuto.

In questo viaggio, fra i mille motivi di gratitudine al Signore per avermi concesso di esaudire così tanti desideri, sono altrettanto grata a lui per avermi fatto aprire gli occhi sulla realtà disperata di tante persone: uomini, donne e bambini che ogni giorno lottano per la sopravvivenza nelle strade, lottano per mantenere intatta la loro dignità…perchè quando non hai niente è facile perdere anche quella.

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Sono grata al Signore per avermi concesso di toccare con mano la sofferenza anche dove mai me la sarei aspettata e spero vivamente, una volta tornata a casa, di mettere in pratica i propositi che ora mi vengono alla mente e sopratutto al cuore così di getto. Quanta gente bisognosa c’è in Italia? Quante famiglie vivono l’esperienza della privazione assoluta?
Forse bisogna andare lontano per accorgersi di che ti è vicino, o forse, più semplicemente, arriva un giorno che capisci qual è il tuo posto nel mondo.

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Valore

Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.
Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle.
Considero valore il vino finché dura il pasto, un sorriso involontario,
la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano.
Considero valore quello che domani non varrà più niente e quello
che oggi vale ancora poco.
Considero valore tutte le ferite.
Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe,
tacere in tempo, accorrere a un grido, chiedere permesso prima di sedersi,
provare gratitudine senza ricordare di che.
Considero valore sapere in una stanza dov’è il nord,
qual è il nome del vento che sta asciugando il bucato.
Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca,
la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.
Considero valore l’uso del verbo amare e l’ipotesi che esista un creatore.
Molti di questi valori non ho conosciuto.
( Erri DE Luca)

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LACMA

Lunedì 29 luglio

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Arriviamo al LACMA ( Los Angeles County Museum of Art ) nel tardo pomeriggio e l’edificio ci appare veramente maestoso illuminato da un sole che è leggermente velato dalle nuvole.

 

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Il LACMA è il più grande museo enciclopedico degli Stati Uniti a ovest di Chicago, con quasi un milione di visitatori all’anno e più di 10.000 opere d’arte, che spaziano dalla preistoria all’arte contemporanea. Il museo organizza spesso esibizioni d’arte, conferenze, proiezioni e concerti.

Qui si trova un ricco “forziere” contenente dipinti, sculture e oggetti d’arte decorative di varie epoche e diversi generi.
Il primo impatto che abbiamo è con una installazione di public art, proprio sulla piazza accanto all’ingresso: si tratta di “Urban Light” dell’artista Chris Burden il quale, per l’occasione, ha riunito 202 lampioni d’epoca recuperati nelle strade della città. E’ molto particolare e anche ben inserita nel contesto, sicuramente l’effetto più grande lo deve fare di sera quando i lampioni vengono accesi.

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Mentre ci avviciniamo al museo notiamo che all’esterno l’ intera struttura, escluso il volume centrale, è stata rivestita in travertino italiano, dopo la ristrutturazione curata da Renzo Piano.Ci avviamo verso l’ingresso principale che, scopriamo, si trova al terzo piano, ed è raggiungibile dai visitatori per mezzodì un ascensore vetrato interno di enormi dimensioni, che viene chiamato “sala mobile” : in effetti è veramente spazioso, con una capienza di 30 persone, e occupa il volume centrale dell’edificio. Noi, o meglio, io, non essendo amate di nessun tipo di ascensore, preferiamo salire attraverso scale esterne in acciaio, di colore rosso vivo, posizionate lungo le facciate est ed ovest dell’edificio.Ciò che comunque è sorprendente non è l’impiego del travertino ma l’accostamento con il rosso fuoco della scala mobile.

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Realizzata in acciaio rosso, risale la facciata nord dell’edificio e conduce il pubblico all’entrata principale e alle gallerie del terzo piano: da qui si può ammirare il panorama della città e osservare l’elemento caratterizzante del progetto che è la trasparenza della copertura.

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Questo tipo di illuminazione è veramente il punto chiave dell’idea di Renzo Piano: sua intenzione era di portare dentro luce naturale che accarezzasse con dolcezza le opere d’arte e per fare questo si sono dovuti usare accorgimenti particolari di schermatura per i raggi ultravioletti che potrebbero rovinare le opere.
La luminosità naturale e quasi ovattata è veramente un tocco di classe in più rispetto alla luce artificiale: fa riflettere su che componente importante sia la luce nella nostra vita, nell’elaborazione delle sensazioni, anche se raramente ce ne accorgiamo.

Tutta la varietà, tutta la delizia, tutta la bellezza della vita è composta d’ombra e di luce.
Lev Tolstoj, Anna Karenina, 1877

Le vastissime collezioni del LACMA sono divise in dipartimenti: arte moderna (tra gli artisti rappresentati Wassily Kandinsky, Paul Klee, Pablo Picasso e Camille Pissarro ), arte africana, arte mesopotamica, egizia, greca, romana e islamica.
Io mi sono soffermata su un paio di opere che mi hanno colpito:
“Sign” di Kandinsky e “The swinheard” di Gauguin

 

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La raccolta di pittura, scultura e arti decorative europee abbraccia il periodo da XII al XX secolo mentre il dipartimento delle arti delle Americhe ospita le collezioni di arte indiana, cinese, coreana e di altri paesi asiatici, tra le più complete al mondo fuori dall’Asia.
Il padiglione di Arte Giapponese ospita collezioni di pezzi che spaziano dal 3000 a.c. ad oggi: abbiamo visto sculture buddiste e scintoiste, ceramiche, oggetto laccati, tessili, armature e la magnifica matrice in legno della stampa “ciliegi in fiore al Santuario Toshogu”

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Molto interessante, proprio a fianco del LACMA, abbiamo notato il Page Museum.

 

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E’ una struttura unica nel suo genere che raccoglie un gran numero di teschi e ossa rinvenuti presso i LA BREA TAR PITS, uno tra i più ricchi e famosi siti di fossili al mondo.Qui migliaia di creature dell’era glaciale trovarono la morte tra 40000 e 10000 anni fa nel petrolio greggio che emerse ribollendo dalle profondità della terra sotto l’attuale Wilshire Blvd.

Noi non abbiamo visitato il museo ma ci siamo limitati a passeggiare nel parco che è aperto al pubblico: qui la riproduzione di una famiglia di mammut a dimensioni naturali, , ne illustra il tragico destino, immersa nelle pozze di petrolio.

 

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Questo sito è stato trovato durante i lavori del nuovo parcheggio sotterraneo del vicino LACMA: sono stati rinvenuti 16 depositi fossili e tra questi lo scheletro pressoché integro di un mammut adulto. I paleontologi del Page Museum hanno portato in salvo queste ossa, suddividendole in 23 blocchi fossili. Tuttora gli studiosi lavorano con strumenti a mano come scalpelli, martelli, spazzole per preservare e ripulire questo immane bottino.

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Considerazioni personali:

Abbiamo avuto tante e diverse impressioni. Senz’altro bello l’edificio di Piano e interessante la collezione di arte contemporanea al suo interno.

Al contrario invece, alcune altre opere di arte contemporanea, personalmente mi hanno lasciato un po’ perplessa, tipo la pecora imbalsamata sotto formaldeide oppure la scala con incastrato dentro un salvagente a forma di coccodrillo di Jeff Koons…ma magari sono io che non riesco a coglierne il significato nascosto.

Molto bella e ricca anche la collezione di arte moderna.

Ormai il sole è calato e siamo pronti per tornare a casa, ma all’uscita abbiamo ancora un’ultima sorpresa ad attenderci: suggestivo ed originale lo spettacolo dei lampioni illuminati!

 

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Le persone sono come le vetrate. Scintillano e brillano quando c’è il sole, ma quando cala l’oscurità rivelano la loro bellezza solo se c’è una luce dentro.

Elizabeth Kubler-Ros

BEVERLY, RODEO AND MELROSE

Domenica 27 luglio

E’ arrivato il momento!!! Viaggio nel benessere e nello shopping!!!

Siamo partiti per Beverly Hills e, prima di approdare alle vie dello shopping, abbiamo gironzolato in auto per il quartiere, attraversando viali alberati e osservando una moltitudine di abitazioni in pieno stile californiano, le quali dimostrano l’esclusività della vita e del luogo in cui si trovano, nonché il tenore della stessa, certamente al di sopra della media statunitense.

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…comunque è vero che i ragazzini che consegnano i quotidiani li lanciano contro le porte…ne abbiamo trovata traccia 🙂

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Essendo un esclusivo centro di moda e di bellezza di rilevanza mondiale, Beverly Hills risulta essere una meta di attrazione turistica di una certa importanza, che ogni anno attira migliaia e migliaia di visitatori da tutto il mondo.Beverly Hills è anche il luogo di residenza di molte star di Hollywood: le guide dicono che sia abbastanza semplice incrociare diverse celebrità dello spettacolo mondiale.

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….noi o abbiamo sbagliato luoghi oppure abbiamo l’allergia per le celebrità….

La seconda tappa è stata Rodeo Drive: inutile spiegare cos’è, perché dopo Pretty Woman chi non la conosce? Devo però dire che è uno dei luoghi che amo di meno a Los Angeles: innanzi tutto è super-mega-turistica, molto costruita, affollatissima, ma, soprattutto, il novanta per cento dei negozi super lusso che vi si affacciano sono marchi italiani ( o almeno il nome …perchè ultimamente tutte le nostre eccellenze le stanno acquistando le potenze straniere!!) e pertanto…non sono una novità per noi!!

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Comunque, a parte questo, ho visto negozi dove potrei rimanere chiusa  dentro per una settimana, senza riuscire a provarmi tutto ciò che che mi piacerebbe comprare!

Breve carrellata non esaustiva…

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Ci siamo poi spostati ( e qui devo dire che mio marito, pur amando lo shopping, iniziava a trascinarsi per la strada senza vita….) in Melrose Ave, che si trova in un quartiere confinante con Beverly Hill: anch’essa è una via dello shopping, ma è famosa per un genere di moda più trendy. In effetti abbiamo visto di tutto: cappelli, capelli e persone di ogni forma e colore, gioielli dark, scarpe da ginnastica fatte su misura, istrici di pezza, bambole gonfiabili raffiguranti Tiger Woods!
Qui abbiamo anche trovato il top della moda di Los Angeles, con marchi non italiani quindi, che sono spesso inaccessibili,quali Marc by Marc Jacobs, Diane von Furstemberg, Alexander Mc Queen,…

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E’ qui che gli americani più ricchi vengono a fare shopping….quindi a questo punto direi …che è meglio lasciar spazio a loro!!! Noi ci godiamo una passeggiata in questo ambiente un po’ fatato e …va bene così!

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In fondo, se si prestasse ascolto un po’ di più alle parole di chi ci invita all’essere e non all’apparire, forse di tutto questo “contorno” non ci sarebbe bisogno…

La bellezza

La bellezza cammina fra di noi
come una giovane madre
quasi intimidita dalla propria gloria.
La bellezza è una forza che incute paura
come la tempesta scuote
al di sotto e al di sopra di noi
la terra e il cielo.
La bellezza è fatta di delicati sussurri
parla dentro al nostro spirito
la sua voce cede ai nostri silenzi
come una fievole luce che trema
per paura dell’ombra.
La bellezza grida tra le montagne
tra un battito d’ali e un ruggito di leoni.
La bellezza sorge da oriente con l’alba
si sporge sulla terra dalle finestre del tramonto
arriva sulle colline con la primavera
danza con le foglie d’autunno
e con un soffio di neve tra i capelli.
La bellezza non è un bisogno
ma un’estasi,
non è una bocca assetata
né una mano vuota protesa in avanti
ma piuttosto ha un cuore infuocato
e un’anima incantata.
Non è la linfa della corteccia rugosa
né un’ala attaccata a un artiglio.
La bellezza è un giardino sempre in fiore
e una schiera d’angeli sempre in volo.
La bellezza è la vita quando la vita si rivela.
La bellezza è l’eternità che si contempla allo specchio
e noi siamo l’eternità e lo specchio.

(Kahill gibran)

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GRIFFITH OBSERVATORY AND “THE SIGN”

Sabato 26 luglio, Los Angeles

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Sabato abbiamo deciso di recarci a Los Angeles per visitare un luogo molto particolare: il Griffith observatory.
Si trova all’interno del Griffith Park che fu donato alla città nel 1896 da un magnate dell’industria mineraria americana, J,Griffith, che, nel suo testamento, donò anche i fondi necessari per costruire un osservatorio, uno spazio per le esibizioni e un planetario.

In sostanza il Griffith Park è il parco giochi della città per tutte le età e tutti i gusti. Abbiamo letto sui cartelli informativi all’ingresso che è 5 volte più grande di Central Park a New York: al suo interno ci sono 53 miglia di sentieri da percorrere fra boschetti ombrosi e vastissimi prati assolati.
E in effetti, mentre ci avvicinavamo alla sommità del monte, abbiamo notato diverse famiglie che stavano trascorrendo tempo libero, giocando con i figli, facendo escursioni, o semplicemente riposandosi all’ombra di piante secolari.

Ci siamo inerpicati per circa due chilometri con l’auto su per una strada tortuosa, molto ripida e siamo arrivati ad un grande piazzale posto proprio sulla cima del monte Hollywood: qui, già da lontano si vedeva svettare il Griffith Observatory.

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Pur non essendo degli appassionati di astronomia, ci siamo decisi a venire fin qua perché avevamo letto che questo osservatorio è uno straordinario centro dedicato alle scienze, che consente di osservare corpi celesti, stelle, crateri lunari, i satelliti di Giove e molto altro e che ha avuto un ruolo anche nell’esplorazione dello spazio: infatti gli astronauti dell’Apollo hanno studiato navigazione astronomica all’interno delle sue mura.

Data la sua posizione così panoramica, l’arrivo all’osservatorio è abbastanza scenografico, con questa architettura bianca, la gande cupola che svetta e, davanti, un prato che ospita un monumento dedicato ai più grandi astronomi del nostro tempo: non poteva mancare il “nostro” Galileo!

 

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Nell’ingresso, quindi nella zona free, vi sono molti giochi interattivi ed esperimenti che permettono di conoscere lo spazio intorno a noi, spiegato in modo chiaro ed elementare. Si trova anche un pendolo di Foucault, un monitor che mostra immagini del suolo lunare registrata la sera precedente,vari plastici di strumentazioni satellitari,…Oltre alle sale espositive e alle oltre 60 mostre sullo spazio, sono presenti un planetario con 300 posti a sedere,proprio sotto la cupola centrale, e un teatro multimediale che offre eventi e attività didattiche

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Abbiamo pagato soltanto 12$ a testa per entrare nel planetario e devo dire che siamo davvero rimasti a bocca aperta.
Il planetario vanta un proiettore laser di ultima generazione, nonchè una delle cupole più grandi al mondo nel suo genere. Ci hanno accompagnati in una sala con comodissime poltrone già reclinate, così da farti guardare il soffitto.
Abbiamo poi assistito a un viaggio attraverso le ere e le galassie, guardando il cielo e ascoltando un’attrice che girava per la sala, narrando la storia delle stelle e dei primi osservatori del cielo. Meravigliosa le immagini dell ’aurora boreale. In alcuni momenti la visione a 360° può dare un po’ fastidio, ma passa presto: noi consigliamo assolutamente quest’esperienza!

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Usciti dall’osservatorio, abbiamo iniziato l’esplorazione esterna, in particolare salendo sino al tetto per poter osservare la meravigliosa vista panoramica su tutta la città di Los Angeles. Veramente magnifica! Peccato che, complice una giornata afosissima ( 38 gradi) la visibilità non era nitida e quindi a fatica si riusciva vedere sino all’oceano: comunque il panorama è veramente spettacolare.
Chissà che meraviglia deve essere di sera!!

 

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Fra l’altro abbiamo scoperto che da un lato dell’altopiano si riesce a vedere benissimo “The sign”, ovvero la famosa scritta “Hollywood” che è uno dei simboli della città.
In realtà, è molo più suggestiva da lontano, perché se appena avvicini con lo zoom la visuale ci si rende conto che in fondo …. non è nulla di che.
Fra l’altro abbiamo scoperto che questa scritta apparve nel 1923 come trovata pubblicitaria per un’area di costruzione che avrebbe dovuto chiamarsi Wollywoodland ( le ultime 4 lettere si staccarono negli anni ’40!).
Solo dopo che , nel 1932, dalla lettera “H”si buttò una giovane attice che faticava ad emergere, suicidandosi, la scritta venne associata al mondo del cinema e alle star.

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Dando un’ ultima occhiata all’osservatorio da lontano, ho cercato di visualizzare le scene di due film famosi, molto diversi fra loro come genere!!) che hanno ambientato alcune scene proprio qua: avete indovinato?

Si tratta di Terminator 2, nella scena del arrivo di Swarsenegher sulla terra…come mamma l’ha fatto! !! e di Gioventù bruciata, nella scena del litigio di James Dean con un compagno.

Per chi volesse rivedere….

TO DRIVE

Seal Beach, 25 luglio

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Guidare negli Stati Uniti comporta alcune differenze che è bene conoscere per orientarsi, evitando così di incorrere in spiacevoli situazioni. Ne sappiamo qualcosa noi che in questi anni di viaggi in USA, abbiamo collezionato diverse figuracce, ma per fortuna nessuna multa!!!!
Va notato che la dimensione media delle auto americane è decisamente maggiore di quella europea. Il concetto di City Car negli Stati Uniti praticamente non esiste. Vi troverete quindi spesso di fronte o di fianco a Limousine, PickUp e SUV che in Europa potrebbero essere scambiati facilmente per piccoli camper.

Innanzi tutto, nel momento di prendere possesso di un’ auto a noleggio, che sarà al cento per cento un’auto con cambio automatico, è bene assicurarsi di non avere problemi nel ritrovare , nei comandi, tutto ciò che serve per una buona e sicura guida; in particolare dovrete essere certi di saper rispondere, in ordine , a questi 4 quesiti:

– quali marce vanno usate? nella auto col cambio automatico, in effetti le marce non servono, però….C’è un però! Se non inserisci il cambio dove c’è la lettera P, l’auto non ti consentirà nemmeno di muovere la chiave di accensione; così come se non sposti poi il cambio dove c’è la lettera D, l’auto non farà un passo. Sembrano stupidaggini, ma vi posso garantire che non aver mai guidato col cambio automatico prima e poi trovarsi immediatamente catapultati nel traffico, non è uno scherzo. Io ad esempio, devo infilarmi la gamba sinistra sotto l’altra, sul sedile, per evitare di schiacciare una frizione che NON ESISTE, e allo stesso tempo devo impormi di pensare che tutto si fa col piede destro, freno, acceleratore e stop! Vi lascio immaginare la “scioltezza” con cui ho guidato le prime volte, dovuta anche, devo dire, alla presenza del marito-tutor che sono convinta abbia dimenticato di mettere la pazienza in valigia!!!!

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Рdove ̬ posizionato il freno a mano e soprattutto come si disinserisce? Una della nostre figuracce peggiori ̬ stata provocata proprio dal non saper rispondere a questa domanda.
10 anni fa eravamo a Santa Monica e avevamo appena ritirato l’auto a noleggio: arriviamo a un semaforo, nel mezzo di un traffico da 15 di agosto sull’autostrada per Bologna, quando Tiziano decide di provare a schiacciare un pedalino, lì nascosto in un angolo. Scatta il verde. L’auto non si muove. Resta accesa, ma non si sposta di un millimetro. Rischiaccia il pedalino, si sa mai…niente! Inizia una caccia grossa alla ricerca di un comando che sblocchi questo stramaledetto freno, mentre fuori dall’auto lo strombazzamento assume livelli imbarazzanti….vorrei sparire sotto i tappetini dell’auto, addormentarmi lì e risvegliarmi l’indomani a casina mia!!! D’un tratto qualcuno ci bussa al finestrino: è l’autista di un megabus che è proprio incolonnato dietro di noi; adesso ci picchia, penso! Invece, no: apriamo la portiera e lui, molto gentile ed educato ci chiede se può intervenire a sbloccare la situazione. Quasi lo abbracciamo e lo invitiamo gratis a casa nostra per le tutte le prossime vacanze della sua vita. Si siede al posto di guida, si sporge, inserisce la mano al di sotto del volante, dietro al pannello, fruga un secondo e…ecco trovata una levetta che, spostata a destra, sblocca il pedalino del freno a mano. Inutile dire quanta gratitudine gli abbiamo manifestato e quanti chili in sudore abbiamo perso… ecco cosa intendo quando dico di informarsi bene!!! ( Nota a margine: ho seriamente pensato di fare causa al progettista di quel modello di auto: doveva aver bevuto litri di vodka per ideare una …………..simile!!!!)

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– come si apre lo sportellino per il rifornimento della benzina? Vale quanto detto sopra, con la sola variante che in questo caso, ad un distributore, anche self, trovi sempre qualcuno che ti dà una mano;

-i fari dell’auto si spengono automaticamente quando l’auto viene chiusa? 5 anni fa, Orlando, le 11 di mattina: è Natale e decidiamo di andare a messa. All’uscita della funzione torniamo alla macchina, saliamo e ….non parte! Rumore inequivocabile di batteria scarica: così immediatamente ci rendiamo conto che avevamo dato per scontato lo spegnimento automatico dei fari, ma evidentemente non era così!!! Se fossimo stati in Italia, penso che il giorno di Natale saremmo stati nel parcheggio della chiesa, almeno fino all’Epifania ad aspettare i soccorsi; invece dopo aver chiamato l’autonoleggio, abbiamo saputo che in giro per la città ci sono sempre una decina di camioncini addetti proprio al ricarico delle batterie, gratis! Così , dopo pochi minuti è arrivato l’addetto e ci ha risolto brillantemente il problema…però che stress!!!

E’ importante avere anche un’idea precisa delle principali regole del codice stradale, in particolare delle norme differenti dal nostro: infatti qui il codice è molto seguito e rispettato. Le contravvenzioni sono spesso piuttosto salate e le pattuglie della polizia sono generalmente numerose e distribuite un po’ ovunque. Meglio quindi “rigare diritti”.
Queste sone le principali diversità rispetto al nostro codice:
esiste il permesso di sorpassare anche a destra nelle strade con almeno due corsie e qui non è difficile trovare 5 corsie per ogni senso di marcia;
agli incroci, anche in presenza di semaforo, la svolta a destra è continua, se non diversamente segnalato. Potrete quindi sempre girare a destra anche con semaforo rosso (dando ovviamente la precedenza a chi viene da sinistra o di fronte) prestando molta attenzione ai pedoni che hanno sempre la precedenza in caso di attraversamento. Da precisare che il rispetto per i pedoni non è una semplice formalità come avviene in Italia. Negli Stati Uniti il pedone ha veramente precedenza: rimango sempre stupita quando in prossimità di attraversamenti pedonali, le auto iniziano a rallentare 50 metri prima se i guidatori hanno la sensazione che tu, pedone, forse, potrai decidere di attraversare. E’ veramente tutto invertito rispetto alla poca attenzione italiana per i diritti dei pedoni.
Non è raro trovarsi ad incroci a quattro vie dove tutti hanno lo stop. In questo caso si dà la precedenza in base all’ordine di arrivo. Questa norma è davvero assolutamente inesportabile in Italia: ma vi immaginate quante volte gli automobilisti cercherebbero di fregarsi l’un l’altro la precedenza? Già non rispettiamo le precedenze nemmeno nei negozi e negli uffici, figurati agli incroci,….

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Infine alcune informazioni:
-Nelle autostrade si trova spesso la corsia di sinistra (“car pool lanes”) contraddistinta da un simbolo a forma di rombo, destinata alle macchine che trasportano almeno due persone. Queste corsie hanno lo scopo di incentivare l’uso di una singola vettura da parte di più passeggeri: di solito sono corsie scorrevolissime, perché nei momenti di rush hour ( ora di punta), quando ad esempio le persone che  escono dagli uffici, la maggior parte di loro  guidano le auto singolarmente…e nessuno si sogna di percorrere abusivamente la corsia dedicata al car pool!

-Se vi capitasse di rimanere in panne in autostrada è possibile semplicemente sostare nella corsia di emergenza ed attendere. Vi sono infatti delle vetture di soccorso che continuamente battono le strade e vi aiuteranno gratuitamente anche a cambiare una ruota.

-Per quanto riguarda il parcheggio, In alcune città le restrizioni sono indicate da colori:. E’ inoltre sempre vietato parcheggiare ad una distanza inferiore a 3 metri da un idrante ed è obbligatorio parcheggiare sempre nella direzione del traffico.

Per concludere, MI RACCOMANDO, se dovesse capitarvi di essere fermati dalla polizia, è opportuno fermarsi in sicurezza e attendere l’agente in macchina con le mani ben in vista sul volante. A noi è capitato 3 anni fa mentre da New York stavamo recandoci alle Cascate del Niagara: stavamo attraversano strade provinciali, piuttosto strette, deserte, in mezzo alle montagne…un paesaggio quasi appenninico. A un certo punto, senza accorgersene mio marito ha superato di pochissimo il limite di velocità: tenete conto che per chilometri non avevamo incrociato un’auto…. Dopo 5 secondi ci appare dal nulla, alle nostra spalle un’auto della polizia, luci lampeggianti, sirena….sob! ( nota a margine: la sera prima avevo appena letto il racconto di viaggio di un tipo che in Texas era finito in prigione tre giorni per aver infranto i limiti di velocità!).
Noi rimaniamo immobili, mani sul volante mio marito, statua di sale io; lo sceriffo si avvicina, ci fa cenno di far scendere il vetro del finestrino e ci dice che stavamo correndo troppo. Mio marito capisce benissimo, ma il suo istinto di sopravvivenza gli suggerisce di fare il finto tonto, di mostrarsi assolutamente incapace di imbastire un discorso sensato in inglese, ripetendo all’infinito “I’m sorry, I’m sorry, I’m a tourist”. Lo abbiamo fatto impietosire, lo ammetto ( il carico da 11 ce l’ho messo io con il mio sguardo quasi al limite delle lacrime)!
E così ce la siamo cavata con il semplice ammonimento di controllare sempre la velocità. Certo da quella volta, il nostro modo di guidare negli USA è diventato da manuale, anche se talvolta….lo spirito italico amante della velocità fa capolino!

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FOOD AND GOOD MANNERS

Giovedì 24 luglio, Seal Beach

Dopo circa tre settimane di vita americana, ritengo di poter fare alcune considerazioni rispetto ad attività quotidiane il cui svolgimento però, in questo paese così diverso dall’Italia, per me è stato talvolta motivo di perplessità.
Iniziamo dalla spesa al supermarket ma con un avvertimento: non esiste una sola America, quindi ciò di cui parlo vale esclusivamente per questa zona della California, in quanto, ad esempio, lo scorso anno a New York, l’esperienza fu molto differente.
E’ risaputo però generalmente che gli americani non hanno abitudini alimentari sanissime: basta fare un giro in qualsiasi grocery store o deli o supermarket per verificare che la maggior parte dei prodotti sono pieni di grassi. I cibi americani non subiscono gli stessi severi controlli che avvengono nell’Unione Europea. Insomma l’obesità è una piaga nazionale e facendo un giro nei più comuni supermercati americani se ne intuiscono i motivi.

Fortunatamente, negli ultimi anni, anche qui si è cominciata a sentire l’esigenza di cibi più naturali: infatti non è inusuale,ad esempio, trovare piccole oasi di frutta e verdura organic, cioè biologica.

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Nei supermercati puoi trovare davvero di tutto: articoli di caccia e pesca, macchinette per depilarti, biciclette, culle, 500 tipi di taniche di latte diversi che fanno compagnia ai mille tipi di pizza congelati, vestiti 0-100, vitamine, ibuprofene, sciroppo, …Insomma TUTTO. Il senso di smarrimento è grande all’inizio, poi si inizia a capirci qualcosa e tutto sommato ora mi piace.
Prima di tutto sottolineo il fatto che questi supermercati sono aperti 7 giorni alla settimana 24 ore al giorno. Sono muniti di carrelli ultramegagiganti con anche la versione carrello-conlaformadimacchina per bambini o carrello-mini per neonati con la smania di fare la spesa.

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Innanzitutto bisogna scordarsi il luogo comune secondo il quale in America si trova “tutto quello che c’e’ in Italia”. Non e’ assolutamente vero, o almeno bisogna fare due precisazioni:
 primo, si trovano molti cibi a noi noti, ma il sapore non e’ quasi mai lo stesso; 
secondo,  alcuni cibi a noi familiari costano un occhio della testa.

Ecco vari esempi.
Pane. Si trova qualsiasi tipo di pane, in genere tipo francese, morbido, con semini, cereali e tutto quello che volete, ma scordatevi quel sapore di forno a legna e la corteccia bella abbrustolita. In compenso c’è da sbizzarrirsi per il pane a fette tipo pane-bianco-del-mulino-bianco: ci sono pareti intere di confezioni di ogni tipo e gusto diverso.

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Biscotti. Faccio una premessa: per me colazione significa una tazza di the verde con biscotti rigorosamente secchi. Bene. Trovare biscotti secchi, quindi non frollini, non ripieni di latte, cacao, menta, cannella, cocco, nocciole, mango, non salati, non ricoperti, non surgelati, non di soia,…insomma un tipo”Oro saiwa” è impossibile!La mia sofferenza nel trangugiare varie tipologie di biscotti, muffin, brioches, sperimentate per cercare una valida alternativa, si è interrotta solo due giorni fae grazie a quel sant’uomo di mio marito che ficcanasando nel settore asian food, a sorpresa, ha trovato una triste confezioncina di “tea biscuits”. Miracolo!

Verdure. Questo e’ un capitolo interessante, perche’ ci sono verdure e soprattutto ortaggi e tuberi mai visti; immagino bisognerebbe conoscere delle ricette per poter sfruttare al meglio questo potenziale, ma siccome io non ne ho il tempo,nè soprattutto la voglia, mi limito a lattuga e zucchine, carote e patate, che fra l’altro costano molto di piu’ che in Italia. Poi succede che io vada alla cassa con un finocchio e la cassiera strabuzzi e gli occhi e mi chieda come si chiama quella strana verdura perché lei non l’ha mai vista!!!! Mah….

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Passata di pomodoro: siamo italiani ok, siamo dei divoratori di pasta ok, non possiamo fare a meno del sugo al pomodoro ok,….però ciò che voglio dire è che i sughi, di ogni genere e forma, ci sono; ciò che manca è la semplicità. La passata di pomodoro liscia è introvabile; contiene immancabilmente aglio, cipolla, spezie, funghi, qualsiasi tipo di carne o pesce,biscotti sbriciolati ( ecco dove finiscono i biscotti secchi!!), cannella, burro di arachidi, sciroppo d’acero,…e mi fermo qui!

Succhi di frutta. Questo è il prodotto che più di ogni altro mi ha stupito.La scelta e’ talmente vasta che si può trascorrere mezz’ora o piu’ soltanto a decidere quale succo comprare. Di solito i contenitori sono enormi (cosi’ come per il latte: qui la bottiglietta da mezzo litro non esiste). Io sono subito approdata ai frutti di bosco (ce ne sono tipologie infinite) e al succo di mango, che e’ strepitoso, ma si potrebbe trascorrere un anno intero qui senza mai bere lo stesso succo. Anche per cereali e frutta secca c’è l’imbarazzo della scelta: non ci si raccapezza tanta e’ la varieta’.
Altra particolarità: vuoi il burro di un qualsiasi frutto secco? Prendi una bustina, la riempi con il frutto (es. pinoli), poi versi il contenuto in un apposito macinino, ed esce in un bicchiere il burro appena fatto.

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Ciò che mi ha stupito di piu’ e’ il “salad bar”: si tratta di un’isola con tante vasche di ingredienti per l’insalata (chiamiamola cosi’), tortellini, sottaceti, mais, peperoni, verdura mista, ecc; si prende un contenitore, si fa il giro dell’isola e si preleva tutto quello che si vuole per l’insalata (che in realta’ e’ un piatto unico). Tutto costa uguale percio’ alla fine si pesa il contenitore.

Ma è il finale la parte più bella:arrivare alla cassa. Prima di tutto non ci sono MAI file: se ci sono più di tre persone davanti a te aprono un’altra cassa. Appena sono riuscita a decifrare quello che dicono e ad imparare le risposte preconfezionate mi sono sentita padrona del supermercato. In ordine ti chiedono se va tutto bene,se sei riuscita a trovare tutto quello che cercavi e se sei soddisfatta,se hai la tessera del supermercato, se vuoi il sacchetto di plastica o di cartone (sí, quello che si vede nei film, soprattutto in Desperate Housewife) e se paghi con carta di credito o in contanti.

Mentre accade tutto questo,  gli addetti iniziano a  riempire i sacchetti al posto tuo: ti sistemano la spesa nella busta e usano anche  una certa razionalita’ (cose pesanti sotto e cose fragili sopra, la vaschetta di sushi orizzontale, ecc.);  a volte mi sento in imbarazzo quando, con tutto questo servizio, devo semplicemente far passare la carta, fare una firma e aspettare con le mani in mano ( ehhhh…lontano il tempo in cui arrivavo alla cassa, carrello stracarico, tessera in una mano, buste nell’altra, carta di credito fra i denti, sacchetti da riempire al ritmo di un velociraptor, commessa scorbutica e frettolosa e cliente successivo impaziente e impietoso verso la mia situazione!!!!)

Il fatto è che in Italia non siamo abituati né a tutto questo servizio né tantomeno alla cortesia. Le persone non ti guardano negli occhi, non ti chiedono come stai, non ti sorridono. Passano freddamente la spesa alla cassa e sperano di finire presto. Purtroppo si perde l’abitudine ad essere trattati bene.

Qui Il consumatore è trattato bene, coccolato, se necessario sopportato: I venditori, le commesse, i commessi pensano di fare un gran bel mestiere, vogliono vendere la loro merce e vogliono avere la fotografia di “miglior venditore del mese”  nel loro negozio. Ti invitano a spendere ma se, dopo 2 settimane, cambi idea e riporti gli acquisti, non fiatano, ti ridanno indietro i soldi e sperano che tu torni da loro.

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E poi ci sono i deals, i bargains, le offerte strepitose di sconti fantastici. Il fatto è che sono vere, convengono per i giorni in cui durano e poi finiscono. All’inizio queste offerte le guardavo con l’occhio italiano e l’abitudine alle fregature dei saldi, e pensavo: se la cosa costa 100 dollari e la offrono a 60, la settimana prossima la offriranno a 50. Errore. La settimana dopo tornava a 100!!!

Per finire alcuni suggerimenti:
– non occorre la moneta per il carrello, qui si fidano!


- non occorre il guanto per la frutta o la verdura, l’igiene è un optional ( purtroppo!)


- non occorre pesare la frutta e la verdura, lo fanno loro alla cassa.

– se comprate un alcolico vi chiederanno il documento, anche se dimostrate 40 anni.


Infine, rispettate le file e tenete una distanza fisica adeguata: gli italiani sono purtroppo conosciuti proprio per non impegnarsi in nessuna di queste due cose! ( confessione estorta alla mia commessa di fiducia!!! 🙂 )

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GUERRA E PACE

Mercoledì 23 luglio, Long Beach

Più volte, passando sulla strada costiera di Long Beach, in questi giorni avevamo notato, da lontano, un grande transatlantico ormeggiato nel porto che, dall’aspetto, sembrava una nave ormai in disuso. Così ieri abbiamo decido di recarci fin là per osservarla da vicino e abbiamo scoperto che ci trovavamo dinnanzi ad una vera e propria attrazione del luogo.

Si tratta del transatlantico Queen Mary, costruita in Scozia, che intraprese il suo viaggio inaugurale come nave da crociera nel 1936.

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Durante la seconda guerra mondiale fu poi convertita a uso militare. Trasportò più di 750 000 truppe per oltre un milione di chilometri, guadagnandosi il soprannome Gray Ghost (“fantasma grigio”) per essere riuscita a sfuggire alla vista dei nemici percorrendo le rotte oceaniche.

Nel luglio del 1947, la nave ritornò all’uso civile e nei suoi anni d’oro è stata la nave passeggeri più grande e lussuosa del mondo e uno dei mezzi preferiti dalle celebrità internazionali (Greta Garbo, Fred Astaire, Clark Gable, Elizabeth Taylor, il duca e la duchessa di Windsor); poi subì anch’essa l’inesorabile declino dell’era delle grandi traversate via mare in favore del traffico aereo.

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Oggi la Queen Mary è ormeggiata nel porto di Long Beach ,è diventata un albergo e una nota attrazione turistica, ricca di testimonianze fotografiche che illustrano la vita a bordo e ricordano i suoi passeggeri più famosi. La sua mole è impressionante: 310 m di lunghezza e 81 237 tonnellate di stazza.

Siamo saliti a bordo e abbiamo potuto esplorare i centri operativi, gli alloggi degli ufficiali, le suite dei passeggeri, le sale da pranzo e la sala macchine. Ci hanno raccontato che la nave è anche servita per le riprese di alcuni dei più famosi film hollywoodiani come “Pearl Harbour” e “L’avventura del Poseidon.”

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Una parte della visita è totalmente dedicata ai misteri che avvolgono questa nave, primo tra tutti quello del fantasma di una donna vestita di bianco che infesta la piscina di prima classe; poi curiosa è  la leggenda dei fantasmi della Hms Curacoa (nave da guerra speronata e affondata dalla Queen Mary durante la II Guerra Mondiale): si dice  che gli uomini urlanti e il suono di metallo contro metallo dello schiacciamento può essere sentito sotto le piattaforme alla fine anteriore dell’estrema prua. Pare se ne vada in giro anche il fantasma di un macchinista, mancato durante un’esplosione in sala macchine: nel 1966, infatti, a18 anni l’ ingegnere John Pedder fu schiacciato da una porta stagna della sala macchine durante un’esercitazione antincendio e il suo spirito si dice aleggi a tormentare la nave. Uno dei luoghi più frequentati della nave è Cabin B340, che non viene più affittato a causa della estrema attività paranormale, che si crede sia il  il risultato dell l’omicidio di una bambina di 8 anni avvenuto proprio al suo interno. Alcuni visitatori, inoltre, dicono di aver visto donne eteree che indossano costumi da bagno del 1930 nelle zone della piscina.

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Certo la vita a bordo nei tempi d’oro, per quei passeggeri fortunati che se la poterono permettere, deve essere stata davvero un’esperienza entusiasmante: ho immaginato gentiluomini eleganti accompagnare al lounge donne aristocratiche in abito da sera, prima di andare a cena nella maestosa sala da pranzo.

E poi, negli stessi ambienti, ho visto truppe di soldati stanchi e affamati, desiderosi solo di tornare a casa e riabbracciare i propri cari…
L’eterna dicotomia di due strade parallele, che talvolta si intersecano, la guerra e la pace…

Fra l’altro, per uno scherzo del destino, proprio ancorato a fianco della Queen Mery si trova un sommergibile russo!! Si tratta del sottomarino sovietico Scorpion e quasi tutte le sue sezioni sono aperte al pubblico. E’ del 1972 ed ha terminato il servizio nel 1994.

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La visita ( da cui io mi sono auto-esonerata, tenendo conto della mia claustrofobia!) permette di osservare quasi tutte le sue parti: le zone degli ufficiali e dei marinai, il locale del sonar, la camera di controllo, i motori… Si vedono filmati che spiegano il sommergibile e la sua storia e misteri e leggende legati ai sottomarini visti dagli occhi dei marinai americani e sovietici dell’epoca della guerra fredda. Chi è salito afferma che è semplicemente incredibile come i marinai  potessero vivere in questi quartieri stretti e sott’acqua per così tanto tempo.

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Dunque, il transatlantico lussuoso e il sommergibile spartano, dicevo…guerra e pace.

Parlare oggi di guerra– a conflitto aperto e morti per le strade – significa inevitabilmente fare un riferimento al conflitto israelo-palestinese. Foto atroci circolano in rete, ingiustizie decennali sono rinvigorite, ideologie risvegliate, religioni scomodate e soprattutto, sono scomparse le possibilità di verità e di giustizia.
Credo sia immediata la pietà per le vittime, e doverosa, e giusta. Per tutte le vittime.Credo sia ovvia l’indignazione per i soprusi e la loro pubblica denuncia. Per tutti i soprusi.Perché la situazione mediorientale è molto più intricata e contorta di quanto appaia a facili semplificazioni, e credo che simpatie a parte, ideologie a parte, sentimenti a parte, valga sempre la pena ragionare e cercare di capire.

Leggevo i reportage di alcuni inviati di guerra in Palestina e tutti sono d’accordo nel rilevare che da ogni fronte si levano continuamente voci di pace; israeliani e palestinesi non sono solo popoli capaci di odiarsi ma anche persone capaci di perdonare e desiderare la coesistenza pacifica e la costruzione di un mondo diverso.
Sottolineano che non si deve mai confondere, MAI, lo stato di Israele e il suo governo con i sionisti, con gli ebrei, con la religione ebraica; né l’autorità palestinese col popolo palestinese, con gli arabi e con gli islamici. Le persone che vivono per le strade, ovunque siano queste strade, vogliono la pace.
E’ giunta l’ora! E’ giunta l’ora della pace! Se ci credeva Anna Frank, possiamo provare a crederci anche noi.

“È davvero meraviglioso che io non abbia lasciato perdere tutti i miei ideali perché sembrano assurdi e impossibili da realizzare. Eppure me li tengo stretti perché, malgrado tutto, credo ancora che la gente sia veramente buona di cuore. Mi è impossibile costruire tutto sulla base della morte, della miseria, della confusione. Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l’avvicinarsi del rombo che ci ucciderà, partecipo al dolore di migliaia di uomini, eppure quando guardo il cielo, penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno la pace e la serenità.”

Anna Frank – Diario

E, da insegnante, voglio concludere con questa poesia…

 

BAMBINI GIOCANO 

I bambini giocano alla guerra.
E’ raro che giochino alla pace
perché gli adulti
da sempre fanno la guerra,
tu fai “pum” e ridi;
il soldato spara
e un altro uomo
non ride più.
E’ la guerra.
C’è un altro gioco
da inventare: sorridere il mondo,
non farlo piangere.
Pace vuol dire
che non a tutti piace
lo stesso gioco,
che i tuoi giocattoli
piacciono anche
agli altri bimbi
che spesso non ne hanno,
perché ne hai troppi tu;
che i disegni degli altri bambini
non sono dei pasticci;
che la tua mamma
non è solo tutta tua;
che tutti i bambini
sono tuoi amici.
E pace è ancora
non avere fame
non avere freddo
non avere paura.

   (Bertold Brecht)    

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EL PUEBLO

21 luglio, El Pueblo e Pasadena

Los Angeles è stata fondata il 4 settembre 1781 da 44 messicani con il nome ufficiale di El Pueblo de la Reina de Los Angeles. La sua fondazione venne organizzata dal Governatore della Provincia delle Californie, Felipe de Neve, sotto gli ordini di Carlo III di Spagna.
Oggi i caratteri generali del Pueblo sono conservati in un piccolo quartiere storico, EL PUEBLO, denominato anche Olvera Street.

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Le undici famiglie di coloni reclutate rappresentavano la parte razziale della società del nord del Messico: erano di varie caste, la maggior parte meticci, mulatti ed indiani e soltanto uno spagnolo  si trovava nel gruppo.
Dopo alcuni anni anche molti italiani arrivarono a El Pueblo e la storia di queste famiglie è descritta molto bene in un depliant informativo “ History ot the italians at el pueblo”che abbiamo trovato nel centro visitatori della casa più antica del pueblo: villa Adobe.

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Vi si racconta che fin dal 1823 alcuni italiani, come Giovanni Leandri che aprì un general store e Mattia Sabicchi che invece gestì per anni un saloon, emigrarono dall’Italia per tentare l’avventura in queste nuove terre. Il depliant spiega che per la maggior parte queste famiglie italiane aprirono attività come locande, vinerie, ristoranti e general store.
Che dire? Ancora una volta abbiamo la dimostrazione che l’intraprendenza italiana è davvero notevole!
Su Olvera Street esistono 27 edifici o case nominate come luoghi storici dagli Stati Uniti includendo la casa Adobe Avila, Pelanconi Casa, Pico Pio e la casa Sepulveda.
Villa Adobe è molto interessante da vedere poiché conserva alcune stanze di una casa del pueblo così come era agli inizi del 1800: vi si trovano la cucina, la stanza da letto e lo studio. Inoltre è presente un piccolo museo che espone oggetti di vita quotidiana e utensili relativi a quel periodo.

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Visitando questo luogo e leggendo le “imprese” dei nostri conterranei, mi sono soffermata a pensare a quali emozioni avranno provato questi antichi emigranti in cerca di fortuna: sicuramente si saranno sentiti spaesati e intimoriti, ma credo anche che li avrà sorretti una grande forza d’animo e la speranza di costruirsi un futuro migliore. Quante lacrime avranno versato, quanta nostalgia avranno provato per la loro terra?
Mi sono ritrovata a pensare ad una poesia di Ungaretti, “Silenzio”,che avevo studiato quando frequentavo l’istituto magistrale: a quel tempo non avevo capito quanto bene esprimesse la nostalgia del paese natale e il ricordo doloroso che permane più che nella mente, nel cuore. Leggendola si avverte forte la lacerazione del momento del distacco e dell’allontanamento e la malinconia che accompagna il presente come un abbraccio triste ma consolatorio.

SILENZIO


Conosco una città


che ogni giorno s’empie di sole


e tutto è rapito in quel momento.



Me ne sono andato una sera.



Nel cuore durava il limìo


delle cicale.



Dal bastimento
 verniciato di bianco


ho visto


la mia città sparire


lasciando 
un poco


un abbraccio di lumi nell’aria torbida


sospesi

Nel 1930, la zona di El Pueblo è stata chiusa e trasformata in un colorato mercato: l’attrattiva principale è rappresentata da Olvera Street, uno stretto passaggio lungo un isolato che è stato restaurato per ospitare un mercato messicano all’aperto.

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Oltre ai suoi ristoranti, Olvera St pullula di negozi e bancarelle che vendono oggettistica messicana di ogni genere, dagli oggetti in cuoio alle candele fatte a mano, oltre alle pittoresche piñatas di ogni forma e colore ( ci è stato spiegato che la piñata si utilizza durante le feste messicane e che romperne una quando si fa festa è una tradizione in molti paesi latino-americani)

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La piazza centrale, invece, è utilizzata dalla città e dalla comunità ispanica per feste ed eventi musicali e di danza: nella piazza, ombreggiata da fichi secolari, si trova una targa con i nomi delle famiglie che hanno fondato Los Angeles.

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Di fronte a El Pueblo si trova la Union Station, uno dei tesori architettonici di Los Angeles.
Inaugurata nel maggio 1939 – fu l’ultima delle grandi stazioni costruite negli Stati Uniti – nello stile tipico delle missioni spagnole, la stazione merita decisamente una visita.Vale la pena di visitare questo angolo di architettura che ci è stato proposto parecchie volte nei film che sono stati girati in questa città.
Sembra di ritornare indietro nel tempo perché tutto è rimasto identico a come è stato costruito nei primi del ‘900.
Bella la vecchia sala d’attesa con le lussuose poltrone in pelle, i luccicanti pavimenti in marmo decorati, i lampadari e la biglietteria dell’epoca.
il salto indietro nel tempo è anche facilitato dal passaggio nell’atrio di alcuni addetti della stazione che annunciano urlando i treni in partenza e usando una campanella: gli altoparlanti sono aboliti!!

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Siccome eravamo ormai entrati nel “trip” della storia 🙂 abbiamo deciso di concludere la giornata recandoci nella cittadina di Pasadena, a pochi chilometri dal centro di Los Angeles,nota per essere una comunità molto elegante, attenta al suo patrimonio storico ed estremamente tranquilla e accogliente.
E’ una delle città più vecchie e longeve della Los Angeles County, cui è stata annessa un centinaio d’anni fa.
Pasadena, ad una prima occhiata, pare immersa nella storia e nel buon gusto: bei negozi, bei musei ed edifici classicheggianti. Con i suoi ampi viali e i passaggi riservati ai pedoni, è straordinariamente vivibile e piena di atmosfera.

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Pasadena ̬ famosa per tre motivi: perch̩ ospita i festeggiamenti della parata di Capodanno Рla Rose Parade- , per i suoi campionati sportivi al Rose Bowl e per il suo storico ponte ad archi.

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A Pasadena fu ambientato il film Il laureato, che riscosse molto successo negli anni sessanta. Anche la sit americana Brothers & Sisters – Segreti di famiglia è ambientata in questa città (in particolare la casa della madre dei protagonisti).
A noi è piaciuto molto passeggiare per questi viali così ampi e pulitissimi; ad un certo punto ,camminando senza meta, siamo arrivato in un cortiletto molto caratteristico e qui nell’aria c’era un buonissimo profumo di carne alla brace… Inutile dire come abbiamo concluso la serata!:-)

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MALIBU’

Domenica 20 luglio, Malibù

Domenica giornata radiosa: non si poteva disertare il mare e la spiaggia!!!
Così abbiamo deciso di farci un viaggetto di circa 60 miglia per andare a rivedere le spiagge che si trovano nella zona di Malibù.
In sè Malibù non mi affascina più di tanto: è una ricca cittadina costiera, residenza di numerose celebrità americane, elegante e rilassata, che si estende per circa 27 chilometri lungo la Pacific Cost Hwy. E’ un’ottima meta per fare dello shopping di lusso negli eleganti negozi di Cross creek road.

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Ma l’aspetto più affascinante è la sorprendente bellezza naturale da cui è circondata: colline che si affacciano sul litorale, insenature incontaminate, ampie spiagge di sabbia dorata e magnifiche onde cristalline.
Camminando lungo i sentieri che portano alle spiagge abbiamo avvertito lo stesso profumo di vegetazione arida che ci inebria quando visitiamo i lidi della Sardegna e in alcuni scorci me l’ha proprio richiamata.

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La spiaggia più bella e sbalorditiva che abbiamo visto è El Matador: vi si trovano torri in pietra calcarea che svettano nella baia color smeraldo e alcuni bagnanti ci hanno confermato che spesso i delfini emergono dall’acqua balzando al di sopra delle onde ( …non abbiamo avuto questa fortuna…).

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Zuma beach invece è una spiaggia dorata molto famosa: sin dagli anni ’70 richiama qui i giovani della Valley ed e’ davvero molto piacevole questa zona poiché nonostante il sole cocente, spira costantemente un vento rinfrancante.

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( nota  a margine: Lifeguard assolutamente NON all’altezza del mitico serial tv  che solo chi ha la mia età  ricorderà !)

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Abbiamo steso i nostri asciugamani e per un paio d’ore ci siamo divertiti ad osservare famiglie americane attrezzatissime per trascorrere l’intera giornata in spiaggia, con un carico di viveri esagerato. Purtroppo devo dire che ho potuto rendermi conto di quanto il cibo spazzatura, che qui è davvero all’ordine del giorno, sia dannoso per il fisico: sono numerosi gli uomini e le donne che ho notato notevolmente sovrappeso, al limite dell’obesità.
Abbiamo passeggiato sulla spiaggia, fatto il bagno fra onde spumosissime e “litigato” con gabbiani, grandi come tacchini, che volevano rubarci il panino!. Insomma: a very good day!

Il mare

Sorride da lontano.

Denti di spuma,

labbra di cielo.

(Federico Garcia Lorca)
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( La foto è stata scattata prima della sola nota dolente della giornata: l’ingorgo interminabile sulla San Diego freeway per tornare a casa. 8 corsie di auto che viaggiano alla velocità di tante lumache …vi lascio immaginare!)

WALK OF FAME

Sabato 19 luglio, Los Angeles

Hollywood Blvd è tra le strade più famose di Los Angeles, non fosse altro che per le celebrità il cui ricordo è rimasto incastonato nel scintillante marciapiede della  Walk of Fame : si tratta di un lungo camminamento composto da due marciapiedi che corrono lungo l’Hollywood Boulevard e la Vine Street, sulla collina di Hollywood. Venne creata nel 1958 con l’intento di rappresentare un tributo agli artisti che lavorano nell’industria dello spettacolo.
Su tale percorso sono incastonate circa 2.500 stelle : i premiati ricevono una stella in base alla carriera e ai conseguimenti di una vita dedicata ad un settore dell’arte.

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Ogni “omaggio” consiste in una piastrella color carbone, nella quale è incastonata una stella a cinque punte rosa, bordata di bronzo. All’interno della stella è inciso in bronzo il nome dell’onorato e sotto al nome è presente un emblema circolare che indica la categoria per cui è stata ricevuta la stella.

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Di tracce italiche ve ne sono 8: dall’immancabile Sophia Loren a Renata Tebaldi; dal genio assoluto di Arturo Toscanini (che, addirittura, di stelle ne ha due) a Rudy Valentino; da Bernardo Bertolucci ai tenori Enrico Caruso e Andrea Bocelli e infine c’è lei, la stella neorealista di Anna Magnani.

Devo essere onesta: “calpestare” queste stelle non mi ha dato nessuna emozione e credo che ancora una volta gli americani, qui ancora di più, abbiano dimostrato la loro grande capacità di creare dal nulla un mito.
Diverso è il discorso, per quanto mi riguarda, per le impronte e gli autografi dei divi lasciate sul cemento all’uscita del teatro cinese Grauman, a ridosso della walk of fame: questa vicinanza sembra quasi suggerire una lotta fra due tipologie di riconoscimento alle celebrità!

Osservando le impronte e gli autografi di queste star mi sono emozionata soprattutto cercando e trovando le tracce di due grandi divi americani: John Wayne e Jack Nicholson. Perché proprio loro? E’ presto detto.

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Per quanto riguarda John Wayne,uno degli attori più famosi del mondo, celebre soprattutto per i suoi film western, è tuttora, secondo me, l’ immagine-simbolo dello spirito Americano, sbrigativa ma onesta, rude e burbera ma con un sottofondo sensibile e di buon cuore. 
Questo sua immagine è stata da lui più volte sottolineata ed esaltata anche nella vita reale e la cosa che mi ha colpito maggiormente  vedendo l’ autografo e l’impronta del suo pugno è il fatto che si può considerare l’unico divo che ha voluto lasciare nel cemento una dedica “ Sid,non ci sono parole” . E’ toccante che nel giorno di un riconoscimento così grande abbia pensato di condividere il successo con l’amico di sempre che era stato il suo stuntman all’inizio della carriera. Dimostra senso di umiltà e riconoscimento per lo sforzo e il lavoro di chi sta intorno a te. Quanto ce ne sarebbe bisogno oggi!

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Jack Nicholson, invece, è uno dei miei attori preferiti in assoluto e in questo particolare momento che sto vivendo, alla vigilia di un viaggio on the road per il west americano, vedere le sue tracce mi ha richiamato alla mente il suo personaggio in quel film meraviglioso che è Easy reader.
Quel film è essenzialmente Dennis Hopper e Peter Fonda, i due protagonisti della pellicola sono loro e Jack comparirà sì e no una ventina di minuti… ma, sinceramente, fin dalla prima volta che ho avuto modo di vedere il film il personaggio che più mi ha colpita è stato il suo, quello dell’avvocato ubriacone George. George è strangolato dalla necessità di conformarsi al mondo che lo circonda e allo stesso tempo desideroso di poter fare come i due Easy Rider, dai quali avverte provenire il profumo di quella libertà che non ha mai avuto il coraggio di afferrare.

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Quanto al film, lo ammetto, lo adoro… ma il finale….. il finale mi ammazza ogni volta! Lo vivo come la fine di un sogno, come la vittoria della violenza, dell’ignoranza e della paura sull’amicizia, l’apertura mentale e il desiderio di conoscere: la fine del sogno americano.

E ogni volta il magone sale e una lacrima scende.

“(…) dobbiamo andare e non fermarci mai finché non arriviamo.”
“Per andare dove, amico?”
“Non lo so, ma dobbiamo andare.”

(J.Kerouac)
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Per chi volesse rivedere il finale:

 

 

GARAGE SALE

19 LUGLIO, SEAL BEACH

Sabato mattina, complice una giornata piuttosto grigia, abbiamo deciso di fare due passi per Seal beach e in particolare nel quartiere residenziale che si trova nella zona più interna del paese.
Abbiamo così avuto modo di fare la conoscenza dei “garage sale”, di cui non avevamo mai fatto esperienza diretta, anche se ne avevamo sentito parlare e li avevamo visti rappresentati in molti film americani.
Il garage sale, noto anche come yard sale, deriva dall’usanza tutta americana di vendere oggetti, dischi, riviste, abiti e chincaglierie varie, spesso anche amate, ma ormai inutili e impolverate, accumulate da anni negli angoli delle soffitte.
In genere si provvede a segnalare la presenza di yard sales con un certo anticipo nel quartiere (avvisi attaccati ai pali o nei negozi locali) e anche i giornali locali, tra gli annunci, hanno il reparto yard sales dove è indicato quando si terranno e dove.

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Il luogo di questa vendita occasionale è tipicamente il garage o il cortile di casa. La motivazione più popolare della vendita sono le “pulizie di primavera”, ma in questi tempi di consumismo esasperato, ogni scusa è buona per improvvisare il proprio mercatino.
Gli americani, poi, in genere, sono eccezionali nel acquistare in maniera sconsiderata oggetti che poi si rivelano completamente inutili ( questo per ammissione della padrona di casa che ci ha accolto!): così si trovano continuamente la casa piena di paccottiglia che non usano.
In genere è roba elettrica o aggeggi per la cucina
(frullatori, microonde, scalda-raffredda-apri- sigilla-qualsiasicosa, stappa-tappa-taglia-incolla-innaffia qualsiasi cosa); oppure sono cose che davvero sono state usate utilmente ma, per via di un trasloco imminente, si decide di liberarsene.

Noi ne abbiamo visitato un paio e i padroni di casa in entrambi i casi si sono dimostrati davvero gentilissimi: ci hanno accolto nella loro casa offrendo anche coffee and donuts e ci hanno lasciato girovagare, senza assillo, fra le loro cose, insieme a molte altre persone.

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Io, nella seconda casa che abbiamo visitato, curiosando qua e là, sono stata abbagliata da questo oggetto qua: con i segnapunti a forma di pallone da calcio, la scritta rosso fuoco, molto solido,…

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….ma come lo portavo a casa??
Allora, anche su DECISA SOLLECITAZIONE di mio marito ….ho rivolto la mia attenzione su qualcosa dalle dimensioni più contenute e così… mi sono innamorata di questo asinello con la testolina ciondolante!

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Il figlio dei proprietari, ormai ventenne, ha esclamato “It’s my donkey! It ’s will go to Italy…wow”. Ne era così felice che non siamo riusciti a pagarlo neanche un dollaro!!Ha voluto regalarcelo a tutti i costi!
E così ora Ciuchino verrà a casa con noi!

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Pomeriggio

Redondo Beach, 17 luglio

Oggi passeggiata rilassante alla scoperta di nuove spiagge e nuove cittadine di mare: prima sosta Manhattan beach.
Il colpo d’occhio è notevole: sulla spiaggia, anziché persone palestrate e surfisti, come ormai sono abituata a vedere, ci sono decine e decine di campi per il gioco del beach volley! Poi il mistero è spiegato: Manhattan beach è il luogo di nascita di questo sport!

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Il Pier centrale è abbastanza carino e la vista che si gode da lì è molto bella: si vede tutta la costa e da lontano si scorge la Palos Verdes Peninsula. Il vento è incessante e infatti anche qui spesso si svolgono gare di surf.
Se si fanno due passi nel viale del centro cittadino, fra taxi verdi che sfrecciano, ci si accorge che lo sforzo dell’amministrazione comunale è stato quello di renderlo più chic, rispetto al carattere marinaro che si respira in altri paesi di mare, ad esempio vietando la pesca sul Pier principale e consentendo l’apertura di diversi negozi lussuosi : ho trovato persino una boutique che vende esclusivamente scarpe e cioccolato e alla domanda del perché di questo singolare abbinamento, la risposta è stata che le donne di L.A. dipendono più di ogni altra cosa da queste due piacevolezze!
Comunque, il risultato non è dei più accattivanti: come si dice da noi, né carne, né pesce.

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La seconda tappa é stata Redondo Beach: la cittadina ha un aspetto meno patinato di Manhattan Beach, ma decisamente più vero.
Centro cittadino alberato, parchi gioco affollati di bambini, negozietti caratteristici di souvenirs a poco prezzo: insomma un insieme rassicurante.
Il porto è affollato di pescatori che pazientemente aspettano la preda: l’oceano Pacifico è davvero pescosissimo!

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In questa luce che ormai volge al tramonto, osservando lo scintillio del sole sul mare, provo la sensazione di essere sospesa nel tempo e di vivere un attimo di magia ; al tempo stesso provo una fitta dolorosa per la consapevolezza che mai più potrò rivivere questo attimo preciso…sono felice e triste nello stesso tempo…

Ode al giorno felice

Questa volta lasciate che sia felice,
non è successo nulla a nessuno,
non sono da nessuna parte,
succede solo che sono felice
fino all’ultimo profondo angolino del cuore.

Camminando, dormendo o scrivendo,
che posso farci, sono felice.
Sono più sterminato dell’erba nelle praterie,
sento la pelle come un albero raggrinzito,
e l’acqua sotto, gli uccelli in cima,
il mare come un anello intorno alla mia vita,
fatta di pane e pietra la terra
l’aria canta come una chitarra.

Tu al mio fianco sulla sabbia, sei sabbia,
tu canti e sei canto.
Il mondo è oggi la mia anima
canto e sabbia, il mondo oggi è la tua bocca,
lasciatemi sulla tua bocca e sulla sabbia
essere felice,
essere felice perché sì,
perché respiro e perché respiri,
essere felice perché tocco il tuo ginocchio
ed è come se toccassi la pelle azzurra del cielo
e la sua freschezza.
Oggi lasciate che sia felice, io e basta,
con o senza tutti, essere felice con l’erba
e la sabbia essere felice con l’aria e la terra,
essere felice con te, con la tua bocca,
essere felice.

(Pablo Neruda)

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Fortuna che il nostro corpicino ci aiuta a sdrammatizzare e un certo languirono ci induce a dirigere i nostri passi verso un’insegna che promette bene: questa sera pesce grigliato e granchi fritti. Buon appetito !

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UCLA

UCLA, 16 LUGLIO

Alla fine l’insegnante che è in me ha preso il sopravvento e così, dopo aver visitato il campus della State University, ho voluto visitare anche quello dell’ UCLA, l’Università della California di Los Angeles, che è un’università pubblica e di ricerca tra le più importanti e prestigiose al mondo.

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Il Campus è una vera oasi nel caos della metropoli. Situato nel sobborgo di Westwood con Sunset Boulevard sul confine settentrionale, è un luogo molto spazioso, pieno di alberi e passeggiate e di sentieri immersi nel verde: ci sono anche gemme nascoste, come un giardino botanico, musei, sculture e fontane.

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È diviso in North Campus e South Campus: Il North Campus è l’originario nucleo del campus, con una architettura più classica, di stile italiano; vi hanno sede le facoltà di arte, discipline umanistiche, scienze sociali, legge ed economia. Il South Campus è la sede delle facoltà di Fisica, Biologia, Ingegneria, Psicologia, Matematica, Medicina e dello UCLA Medical Center
Le residenze per circa 8000 studenti sono distribuite tra 14 complessi su una collinetta nella zona occidentale del campus, chiamata “The Hill”. La Hill è collegata al resto del campus da un percorso molto frequentato chiamato Bruin Walk, che divide a metà il campus.

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l più alto edificio del campus è intitolato a Ralph Bunche, un alunno afro-americano, che ha ricevuto il premio nobel per la pace nel 1950 per aver negoziato la pace tra gli israeliani e i palestinesi in Palestina. Un suo busto si trova all’entrata della Bunche Hall. È stato il primo non europeo e il primo alunno della UCLA a essere insignito del premio.

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Considerazioni: prati verdi, tutto lindo e pulito, una sacco di facce di giovani a rappresentare tutti i popoli del mondo. Un via vai rarefatto e sereno di gente con facce distese. Istituti di ricerca, facoltà, biblioteche meravigliose, laboratori con centinaia di postazioni: tutto un senso di perfetta organizzazione …chissà se poi sarà davvero così…

Certo, l’impressione è che qui un giovane abbia molte possibilità e opportunità di studiare in ambienti accoglienti e funzionali. Non so come descrivere meglio il senso di ammirazione che abbiamo provato ieri, se non dicendo che, nel camminare tra i viali dell’Università della California, ho sentito netto quel senso di opportunità che da noi manca (nonostante tutti i problemi che ci sono anche qui negli Stati Uniti!)
E’ una banalità, ma è così: le opportunità cambiano anche a seconda di dove nasci e sicuramente  lo sappiamo bene noi, in Italia, che ospitiamo tanta gente che arriva da fuori aspettandosi di trovare da noi un’opportunità nonostante i problemi del nostro paese.
Io non so se il sistema accademico americano sia esportabile in Italia, probabilmente no, per una miriade di motivi.
Quello che però ho imparato è che i laureati in America sono più numerosi che in Italia, che molte delle università americane migliori sono pubbliche e che gli studenti meritevoli, anche se poveri, ottengono borse di studio sufficienti a completare gli studi senza troppi sacrifici. Soprattutto coloro che poi si laureano, quasi tutti, hanno aspettative di impiego e remunerazione inimmaginabile per i loro pari grado italiani.

Riusciranno i nostri giovani a migliorare il futuro del nostro sistema di istruzione? Me lo auguro davvero…

Un saluto da Joe, la mascot!

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La colpa

Long Beach, 15 luglio

Mi é successo diverse volte, soprattutto qui negli Stati Uniti, e ieri pomeriggio, di nuovo.
Stavamo passeggiando lungo una strada abbastanza commerciale, con negozi di vario genere che si intervallano a tavole calde, ristoranti, bar…insomma ogni tipologia di goduria dei sensi e dell’ego.

Da lontano, vediamo appoggiato ad una rientranza del muretto di recinzione di una palazzina una persona: se ne sta accucciato, con la testa fra le ginocchia e le braccia consorte, come in un gesto di protezione. E’ un uomo maturo, ma non saprei dirne l’età: vedo chiaramente soltanto i capelli, chiari, radi, lunghi e arruffati e la pelle delle mani, maculata e arida.

Ci avviciniamo e ci accorgiamo che indossa un abito grigio, giacca e pantaloni, e un paio di mocassini: è un completo da ufficio, logoro, ma pare di buona fattura. Mi ritrovo a pensare a quel film meraviglioso con Will Smith “La ricerca della felicità” e mi chiedo se quel vestito possa appartenere davvero a questo senzatetto, magari come eredità di una vita passata in un ufficio a lavorare per qualcuno che dall’oggi al domani ha deciso che lui lì non serviva più.

Passiamo oltre, l’uomo non si muove, non mostra nessun tipo di interesse per ciò che gli accade intorno. Facciamo alcuni passi, poi io e mio marito ci guardiamo…quello sguardo significa “Proviamo ancora?”.
E così, tocca a me questa volta, con una manciata di dollari in mano, avvicinarmi a quell’uomo. Attendo che lui si accorga della mia presenza ed alzi il viso verso di me, ma aspetto invano. Nessun movimento, solo un respiro pesante e odore di strada.
Dico “ Sir…”, ripeto “Sir…” e alla fine il capo si muove, lentamente, si volge verso di me e allora con pudore dico “ Do you want ?”

I miei occhi si riflettono nei suoi: in quello sguardo vedo tutto e niente, percepisco la mia miseria e superficialità, il mio desiderio di mettere a tacere la coscienza e al tempo stesso leggo la sua storia, la sua esperienza di vita e la sua superiorità morale.
Scuote la testa, fa un cenno con la mano, come dire…vai, vai per la tua strada…
Mi incammino verso mio marito, che mi sta guardando e ha già compreso che anche questa volta l’elemosina è stata rifiutata.

Rimetto la mia cartastraccia nelle tasche, mi avvio, e porto con me il mio carico di colpa.

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Tornati a casa, abbiamo chiesto a due ragazzi americani che vivono nell’appartamento a fianco al nostro, se sanno qualcosa rispetto alla situazione dei senzatetto in America, e loro ci hanno rivelato qualcosa che ci ha sbalordito.

Pare che in circa 50 città degli Stati Uniti sia vietato aiutare gli homeless. Proprio così: oltre 50 municipalità Usa (tra cui New York e Philadelphia) hanno vietato in modi diversi a chiunque (soprattutto alle associazioni) di portare cibo, coperte o altro ai tanti che dormono per strada.

Il motivo, ufficialmente, è nobile: tagliare i viveri ai senza tetto per “convincerli” a ricevere aiuti più appropriati nei tanti rifugi messi a disposizione. Ma sono in tanti a sospettare che il  vero motivo sia un altro: toglierli dalla strada perché sporcano e non sono un bel vedere.

Sono tante le città che non hanno avuto il coraggio di vietare esplicitamente l’elemosina ai senza tetto, ma hanno varato restrizioni che apparentemente non c’entrano nulla, anzi sembrano difendere alcuni diritti, salvo poi impedire lo svolgimento di atti solidali. E’ il caso per esempio di Dallas, dove chiunque voglia distribuire cibo agli indigenti deve prima frequentare un lungo corso comunale obbligatorio; a Denver nessuno può dormire per strada o mangiare all’aperto se prima non ha ottenuto un permesso dalle autorità; a Houston si può dar da mangiare ai senza tetto in strada, ma a non più di cinque persone alla volta, altrimenti scatta la multa.

Finora le tante cause intentate dalle associazioni contro queste singolari direttive comunali hanno portato a una serie di sentenze favorevoli a sindaci e municipalità. Un piano federale emanato il 22 giugno 2010 ha infatti stabilito l’eradicazione dal paese della mancanza cronica di alloggio entro il 2015 per i veterani e gli homeless, ed entro il 2020 per famiglie e bambini.

Quella del no agli aiuti è la strada giusta?

Trovo un cinismo esagerato alla base di queste scelte e oggi mi sento un po’ meno felice di essere qua!

The Getty Museum

13 luglio, Los Angeles

Cominciamo da capire chi fosse questo signore.

Jean Paul Getty ( 1892 – 1976) è stato un imprenditore e collezionista d’arte statunitense, fondatore della Getty Oil Company: uno degli uomini più ricchi d’America. Se avete un po’ di tempo provate a leggere la sua biografia su wikipedia: ne risulta il quadro di un uomo alquanto “particolare”….fra l’altro uno dei  sui nipoti fu rapito proprio in Italia!!

Il Getty Museum colleziona dipinti, disegni, sculture, codici miniati, arti decorative europei e fotografie europei, asiatici, e americani. Eccetto che per le fotografie, il museo non raccoglie opere moderne, dal XX secolo in avanti.
Si trova in una lussuosissima posizione collinare, immerso tra le nuvole, a una certa distanza dal cemento e dallo smog della città.
Quando arrivi, l’auto la devi lasciare al parcheggio poiché verrai trasportato sulla collina del museo con un trenino elettrico panoramico che ti consente di goderti la vista su Los Angeles.

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I motivi per visitare il Getty sono diversi: innanzitutto possiede una magnifica collezione d’arte dal Rinascimento in poi; personalmente, ne valeva la pena solo per aver visto “Iris” di Van Gogh.

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Tanto geniale quanto incompreso in vita, van Gogh, animo travagliato e depresso, dopo aver trascorso molti anni soffrendo di frequenti disturbi mentali morì all’età di 37 anni per una ferita da arma da fuoco, molto probabilmente auto-inflitta. In quel momento i suoi lavori erano molto poco conosciuti e apprezzati ancor meno.I dipinti del 1888, fra cui appunto Iris, furono creati in un periodo di raro ottimismo per l’artista. Con essi, voleva decorare la camera da letto dove Gauguin avrebbe dovuto soggiornare ad Arles in agosto, quando i due crearono la comunità di artisti che aveva a lungo pianificato. I fiori di van Gogh sono dipinti con pennellate molto spesse e con pesanti strati di vernice: la guida che ci ha illustrato l’opera ha usato queste parole “ Iris is a painting full of air and life”…e nulla più di questo posso dire!

A rotazione vengono anche ospitate delle mostre a rotazione di arte contemporanea e assolutamente all’avanguardia. Oggi erano in mostra le opere di James Ensor.

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Il giardino centrale è magnifico: ci sono quasi 12.000 mq di di spazio verde, attraversato da un ruscello, con oltre 500 varietà di piante. E’ uno splendore visivo che muta in ogni stagione.

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Anche l’architettura all’avanguardia di Richard Meier colpisce: in particolare sono stati usati dei mattoni sporgenti in pietra calcarea se leggermente percossi con le mani emettono suoni particolari.
Infine , nelle giornate in cui il cielo è terso, si possono ammirare vedute mozzafiato sulla città e sull’oceano.

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