MEMORIES: from Atlantic City to Las Vegas

L’impatto con Atlantic City non è stato dei più felici.

Devo dire che venivo da Philadelphia, dove avevo sperimentato due giorni di full-immersion nella storia americana e pertanto non ero pronta a passare in maniera così repentina all’aspetto “futile e leggero” della vita ,se vogliamo chiamarlo così…

Sto parlando della vista, alquanto sconfortante, di gruppi di pensionati americani scendere dai pullman ed entrare nei numerosi casinò per fare la fila davanti alle slot machine. Atlantic City, al primo impatto, ci è sembrata solo questo: una serie innumerevole di casinò a tema ( estremo oriente, antica Roma, Far West,…) alternati a discoteche e grandi hotel di lusso.

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Siamo anche entrati in un paio di questi casinò e devo dire che l’ambiente ci è apparso sempre lo stesso: molto rumore, poca illuminazione, innumerevoli tavoli da blackjack, poker e dadi. In realtà, oltre queste strutture si apre un’ ambientazione quasi tropicale!! Innanzitutto sul lungomare si apre l’estesa boardwalk, una passerella sull’oceano piacevolissima da percorrere: è usanza qui, ma non è cosa per noi :-), farsi un giretto sulle rolling-chair, specie di risciò a tre ruote spinte a mano, con due posti a sedere; solitamente ci si fa portare in uno dei numerosissimi locali dislocati lungo questa passerella.

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Noi abbiamo preferito dirigerci verso la spiaggia che è veramente splendida: dune di sabbia bianchissima, poco affollata nonostante la stagione estiva e brezza piacevolissima.

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Ricordo di aver trascorso un pomeriggio molto rilassante osservando l’oceano da quella spiaggia …proprio l’opposto di quanto mi era successo nella città gemella di Atlantic City, Las Vegas, dall’altra parte del continente americano.
Nonostante le evidenti similitudini, in quanto città regina del gioco d’azzardo, Las Vegas mi era apparsa comunque molto diversa da Atlantic City.

Quando l’avevo visitata, un paio di anni prima, ero rimasta sconvolta per la mancanza di alternativa rispetto al gioco d’azzardo e allo shopping selvaggio.
D’accordo che si trova nel bel mezzo del deserto, però…

Las Vegas non lascia scampo ai visitatori: o sei un giocatore accanito, o sei uno shopping dipendente, oppure…e questo è il terzo aspetto che mi aveva lasciata di stucco, sei a caccia di avventure sessuali. La sera del nostro arrivo a Las Vegas, ricordo che, a parte il caldo infernale, più di 40 gradi anche con il sole ormai tramontato, mentre camminavamo per raggiungere un ristorante, allineati sul marciapiede dello Streep, la via principale, c’erano decine di uomini che facevano schioccare con le dita dei cartoncini producendo un picchiettio, che suonava come un richiamo. Solo più tardi abbiamo capito che erano offerte di prestazioni sessuali e su quei cartoncini erano indicati i numeri da chiamare.Ma la cosa sconvolgente è che l’offerta veniva fatta in maniera plateale: non importa che, come nel nostro caso fossimo una coppia,c’era chi si avvicinava a me e chi si avvicinava a mio marito! Allibita!

Per il resto, i casinò di Las Vegas sono indubbiamente migliori di quelli di Atlantic City: maggior cura dei dettagli, ricostruzioni fedeli di ambienti con uno studio sicuramente approfondito.
Io sono rimasta davvero sbalordita da alcuni Hotel-Casino: The Venetian, The Luxor e il Bellagio.
The Venetian costituisce il più grande complesso alberghiero del mondo, con più di 7.000 stanze. Nella zona antistante l’ingresso sono rimasta strabiliata : mi sono ritrovata di fronte, riprodotti fedelmente in scala 1 a 2, il campanile di San Marco e il ponte di Rialto. Identici! In più c’è un lago artificiale che prosegue all’interno della struttura con un canale, che costeggia la zona del centro commerciale e viene percorso da riproduzioni fedeli delle tradizionali Gondole Veneziane. Il cielo artificiale all’interno segue l’illuminazione reale, dall’alba, al tramonto. Molto suggestivo!

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ll Luxor Hotel, dove abbiamo alloggiato, ha come tema portante l’antico Egitto, infatti la forma a piramide lo rende uno dei più riconoscibili hotel-casinò della città. È l’unico Hotel al mondo provvisto di “inclinators”, ossia speciali tipi di ascensori che salgono e scendono in senso obliquo (sono inclinati di 39°) seguendo l’inclinazione della piramide. Li ho odiati! Per me, che soffro di claustrofobia, già salire su un ascensore non è il massimo, figuriamoci su un inclinetor! Bah…!

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Il Bellagio, invece, è modellato sullo stile delle case e del paesaggio presenti sul Lago di Como. All’ultimo piano dell’albergo c’è un museo e una galleria d’arte, inoltre dinanzi all’edificio sono presenti delle famosissime fontane semoventi che ad orari stabiliti “danzano” su melodie italiane. Io sono rimasta incantata dai lampadari presenti nella hall: tantissimi vetri di Murano dai mille colori, veramente molto eleganti.

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Comunque gli hotel scenografici sono innumerevoli…ecco alcune immagini.

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Ma tornando ad Atlantic City, proprio poche settimane fa leggevo che sembra ora destinata a diventare la nuova Detroit e cioe’ la seconda citta’ americana a dichiarare bancarotta.
Infatti, soprattutto negli ultimi due anni , con la nascita di casinò in altre località, molte strutture hanno chiuso e questo lascia temere che la città possa ripiombare nella decadenza degli anni del dopoguerra, quando girare per strada senza essere derubati era una sorta di miracolo.
Ora con migliaia di nuovi disoccupati e strutture gigantesche destinate a diventare fatiscenti se non recuperate adeguatamente, la città deve ricostruirsi un’identità, magari puntando sul turismo “vero”, con il recupero e la valorizzazione delle sue bellissime (e quasi deserte) spiagge e di quella passeggiata che l’ha resa famosa prima, molto prima, dell’arrivo della prima slot machine.

Ciò che dovrebbe prevedere anche chi governa il nostro paese: valorizzare le nostre bellezze artistiche e naturali, anziché imbruttire le città (e le persone !!) con la concessione selvaggia di possibilità di apertura a sale giochi e casinò!!!

Ma nonostante la globalizzazione, e l’annullamento dello spazio temporale dovuto all’avanzamento nel campo delle comunicazioni, noto che dagli errori di altre nazioni e di altri popoli non si impara nulla. Ho letto che si sta assistendo ad una corsa alla distruzione materiale e morale del nostro pianeta e di chi lo popola.

Triste…ma purtroppo,credo, profondamente vero.

Nessun uomo è un’Isola

Nessun uomo è un’Isola,
intero in se stesso.
Ogni uomo è un pezzo del Continente,
una parte della Terra.
Se una Zolla viene portata via dall’onda del Mare,
la Terra ne è diminuita,
come se un Promontorio fosse stato al suo posto,
o una Magione amica o la tua stessa Casa.
Ogni morte d’uomo mi diminuisce,
perchè io partecipo all’Umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi suona la Campana:
Essa suona per te.

John Donne

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MEMORIES: PHILADELPHIA

 

C’è una città negli Stati Uniti d’America che davvero non potevo non visitare poiché la sua fama a livello internazionale è legata principalmente a due aspetti molto affascinanti per me: il primo è di natura storica, il secondo artistico-cinematografico.
Si tratta di Philadelphia. Così, dopo aver lasciato Washington,abbiamo percorso i 100 chilometri che ci separavano da questa questa città che è una delle più antiche degli Stati Uniti.

Philadelphia (il nome viene dal greco e significa “città dell’amore fraterno”) , chiamata “Philly” dai suoi abitanti, negli ideali di William Penn,il quacchero + che la fondò nel 1682, doveva infatti garantire la pacifica convivenza tra popoli di razze e religioni diverse. In effetti la città ebbe davvero un ruolo importante nella storia americana: è stata la città dove  fu dichiarata l’Indipendenza degli Stati Uniti d’America nel 1776 e dove venne in seguito redatta la Costituzione.

Noi abbiamo iniziato la nostra visita proprio dal cuore della città, la City Hall, l’edificio più alto del mondo realizzato in marmo. La City Hall è il simbolo di Philly, con la statua di bronzo di 27 tonnellate che raffigura Penn sulla cima. Proprio diripetto al municipio, si trova un vecchio tempio massonico: qui si tenne la prima runione di massoni nelle colonie nel 1732. Oggi è un museo con reperti storici di personaggi che hanno fatto l’America come George Washington, Andrew Jackson e Benjamin Franklin.

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A breve distanza da lì l’ Indipendence Hall. Costruita tra il 1732 e il 1756, è il luogo dove venne firmata il 4 luglio 1776 la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti. Qui venne redatta la Costituzione Americana e nelle aule venne ospitato il primo parlamento Usa. Sul lato opposto della  Indipendence Hall si trova l’Old City Hall che fu teatro della prima corte Usa, la Corte Suprema. Davanti, nell’Indipendence National Historical Park, detto anche il chilometro quadrato più storico d’America, c’è l’imperdibile Liberty Bell.

La campana venne fusa da una Fonderia di Whitechapel a Londra nel 1751, per celebrare l’anniversario della Carta dei Privilegi, redatta da William Penn. Una volta arrivata negli Stati Uniti, si scoprì una crepa e la campana fu di nuovo fusa. Posta in cima alla State House, come si chiamava ai tempi l’Indipendence Hall, faceva sentire i rintocchi in occasione dei maggiori avvenimenti pubblici: ad esempio chiamò i cittadini a raccolta per la prima lettura pubblica della Dichiarazione d’Indipendenza. L’ultima volta la campana ha suonato per il compleanno di George Washingston nel 1846, ma è rimasta il simbolo della libertà e dell’indipendenza per tutti gli americani.

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C’ è un altro edificio di una certa rilevanza : si tratta di Carpenter’s Hall che ospitò il primo Congresso Continentale che stipulò la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e che durante la Guerra d’Indipendenza americana divenne un ospedale. Ora è un museo dedicato al periodo coloniale.
E non dimentichiamo il museo dedicato alla Costituzione!! L’unico in tutto il suolo americano, chiamato National Constitution Center.
Ricordo che, nonostante fosse il mese di luglio, la giornata era piuttosto grigia e fresca, e mentre osservavo questi edifici e ascoltavo la guida raccontare gli eventi della Rivoluzione Americana, forse complice la giornata grigia e la visibilità leggermente offuscata, mi pareva quasi di intravedere questi uomini determinati nel farsi condurre dai loro ideali, pronti a tutto pur di vedere riconosciuti i loro diritti.
Ho come sentito intorno a me il profumo della Storia e ne sono rimasta affascinata.
Finite le visite ai monumenti, ci siamo persi nelle stradine che delimitano la zona. Qui ci sono le case costruite quando gli Usa non erano ancora nati, il primo ufficio postale, molti spazi verdi con alberi e panchine dove ammirare gli scoiattoli, viuzze eleganti rimaste inchiodate in un’altra epoca.

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Fin qui ho parlato del primo aspetto che mi ha indotto a visitare la città.

Per quanto riguarda l’altro aspetto, che la rende nota, mi riferisco al fatto che Philadelphia è una delle città più amate per girare film e telefilm. I suoi monumenti, le sue strade, le sue piazze sono diventate familiari allo spettatore  proprio per averle viste in centinaia di pellicole. Philadelphia ha legato il suo nome ad uno dei film più premiati di sempre, “Philadelphia” appunto, con Tom Hanks e con l’ Oscar alla colonna sonora con la canzone di Bruce Springsteen; ma anche tutta la serie dei film Rocky con Sylvester Stallone sono ambientati qui. E l’elenco comprende poi altre pellicole di successo, come Il Sesto senso, Blow Out, L’esercito delle 12 scimmie e Il mistero dei Templari …e molti altri

Ma l’immagine di Philly è tutt’uno con quella di Rocky: visitando il Philadelphia Museum of Arts e salendo la scalinata enorme è impossibile non richiamare alla mente l’immagine del pugile e della sua corsa che arrivava proprio al vasto spiazzo in cima. A ricordo di Rocky, c’è una statua ai margini dello scalone, giusto per ribadire il concetto che Philadelphia è una città tollerante e aperta a tutto!!!

È proprio il Museo una delle tante attrattive culturali e artistiche della città: la struttura stessa del museo è un esempio dell’architettura di Philadelphia, è ispirato alla Grecia classica, e da lassù si ha il privilegio di avere una delle più belle panoramiche di Philly: l’occhio si perde sulla grande via dedicata all’illustre cittadino Benjamin Franklin e arriva fino al cuore della città, quello legato alla Storia degli Stati Uniti.

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Non basta una giornata per visitarlo tutto con le tantissime sezioni, ha la collezione importante di Impressionisti, mentre intere ali sono destinate ai manufatti di India, Giappone e Cina. Tra Monet, Cezanne, Beato Angelico, Botticelli, …non mancano le mostre temporanee dedicate ai più grandi artisti del mondo:quando siamo andati noi era dedicata a Renoir.

In conclusione: sono tanti i motivi per cui vale la pena di visitare Filadelfia: è una città multietnica, definita dal Washington Post una delle 10 città più richieste per i congressi multietnici, è un centro tecnologicamente all’avanguardia, attivo nel settore dell’alta tecnologia, medico e scientifico. Ma soprattutto…si respira la storia dei diritti umani e civili.
Lascio i link  una sequenza molto forte del film e la meravigliosa colonna sonora di Bruce Springsteen

http://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=1&cad=rja&uact=8&ved=0CCYQ3ywwAA&url=http%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fwatch%3Fv%3D4z2DtNW79sQ&ei=ggwPVK2wBoe_ywPkx4GIBg&usg=AFQjCNHxuIfy9Vq9OJGZK_b2bfxuOVxPxw&bvm=bv.74649129,d.bGQ

http://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=video&cd=3&cad=rja&uact=8&ved=0CDAQtwIwAg&url=http%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fwatch%3Fv%3DGa70BNJfTWs&ei=1AwPVLmjFKrXyQOm_oC4Dw&usg=AFQjCNFrWjhq1jhpG9jwaESTPy2SIr5Qzw&bvm=bv.74649129,d.bGQ

Costituzione, Dichiarazione d’Indipendenza, Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, che eredità immensa!!! Da difendere, sempre.

Scavando

Tra il mio indice e il pollice sta la penna,
salda come una rivoltella.
Sotto la finestra, un rumore graffiante all’affondare della vanga nel terreno ghiaioso:
è mio padre che scava. Guardo da basso,
Finché la sua schiena china tra le
aiuole, si risolleva venti anni indietro,
piegandosi a ritmo attraverso i solchi di patate che interrava.
Il rozzo scarpone accoccolato sulla staffa,
il manico contro l’interno del ginocchio sollevato con fermezza,
sradicava le alte cime, infossando a fondo l’orlo lucente
per spargere le patate nuove che noi raccoglievamo
amandone la fresca la durezza tra le mani.
Sapeva bene come usare una vanga, per Dio.
Proprio come il suo vecchio.
Mio nonno tagliava più torba in una giornata
di chiunque altro uomo alla torbiera di Toner.
Una volta gli portai del latte in una bottiglia
turata alla men peggio con un pezzo di carta.
Si raddrizzò per berne e subito riprese
a tagliare e intaccare nettamente,
spalando pesanti zolle, gettandosele alle spalle, andando sempre più a fondo
in cerca di buona torba. Scavando.
Il freddo aroma d’ amido nel terriccio, il risucchio
e lo schiaffo della torba umida, i tagli netti della lama
nelle radici vive, mi risvegliano la memoria.
Ma non ho una vanga per imitare uomini come loro.
Tra il mio indice e pollice
sta salda la penna.
Scaverò con quella.

(Séamus Heaney, poeta irlandese, premio Nobel per la letteratura nel 1995 )

MEMORIES: WASHINGTON

Washington dista solo 370 chilometri da New York, eppure la sensazione che si prova camminando per i suoi viali è quella di esserne lontani anni luce:
è una città che sfugge allo stereotipo della metropoli americana con grattacieli che pullulano di impiegati indaffarati, sobborghi con case allineate, giardini aperti, autostrade a otto corsie per ogni senso di marcia…

In realtà, nonostante il marmo bianco luccicante dei principali edifici della capitale federale, l’atmosfera che vi si respira è sorprendentemente amichevole. Ricordo infatti che, dopo aver trascorso alcuni giorni a New York, avevo vissuto i tre giorni di permanenza a Washington come una vacanza nella vacanza!
Questo perché New York è sì una città magica, ma anche molto impegnativa e frenetica. Nella capitale americana, invece, è stato possibile concedersi rilassate passeggiate alla scoperta di moltissimi edifici monumentali e interessanti scorci cittadini.
Così, per la nostra intera permanenza in città, l’auto è stata bandita: abbiamo girovagato a piedi, oppure utilizzando i mezzi pubblici, molto efficienti e moderni.

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L’aspetto che colpisce immediatamente è la mancanza di grattacieli : ci hanno spiegato che l’altezza massima degli edifici, infatti, è stata fissata con una legge del 1910, tuttora in vigore, e questo rende impossibile la costruzione di palazzi molto alti, dall’indubbio effetto scenico ma sicuramente male inseriti nel contesto urbanistico della città.

Il nucleo più antico è il sobborgo di Georgetown, fondato nel 1751. Adagiato in maniera scenografica sul fiume Potomac, sembra ancora un angolo di Inghilterra settecentesca: vie strette e silenziose, antiche dimore borghesi dei coloni inglesi, piccole case di legno, dipinte in colori tenui. Passeggiando per questo quartiere ricordo di aver quasi dimenticato di trovarmi in America: niente centri commerciali “mostro”, niente fast food, nessun indizio di stravaganza americana,…un angolo British indubbiamente molto caratteristico

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Quando, però, da casa pensavo a Washington sicuramente ciò che avevo in mente era altro. La mia meta era quella immensa distesa verde punteggiata da edifici bianchi che richiama alla mente la storia dell’indipendenza americana: sto parlando del National Mall, vero polmone verde della città, dove si concentrano tutti i principali motivi di attrazione della città.

La nostra visita è iniziata dalla zona collinare a nord del National Mall dove sorge il Capitol, cioè il Campidoglio. In realtà, pur rendendoci conto dell’importanza dell’edificio, dove si riuniscono il Congresso e il Parlamento americano, non abbiamo avuto il tempo di visitare anche gli interni poiché abbiamo preferito entrare nell’edificio accanto che ospita la Library of Congress, la più grande biblioteca del mondo. L’interno è sicuramente stupefacente per il tentativo di imitare lo stile barocco con decorazioni neoclassiche, ma ancora più grandiosa è la sala di lettura, la Main Reading Room, in cui sono assiepati 29 milioni di volumi!! Non avevo mai visto così tanti libri tutti insieme nella mia vita! Quasi spiazzante…

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Da lì abbiamo iniziato la discesa verso la zona dei Musei della Smithsonian Institution: il numero dei musei presenti in questa zona è impressionante, ma la cosa più “strana”, almeno per i nostri parametri, è che si tratta di musei a ingresso gratuito. Questo perché il magnate che decise di regalare il patrimonio necessario per questo progetto, voleva perseguire l’obiettivo di diffondere la cultura e la conoscenza in maniera libera da ogni condizionamento.
Visitare tutti quei musei sarebbe stato improponibile per noi, dato il poco tempo a disposizione, pertanto ci siamo concentrati su quelli che rispondevano maggiormente ai nostri interessi. Il primo visitato è stato il National Museum of Natural History che custodisce impressionanti scheletri di dinosauro e una meravigliosa collezione archeologico-antropologica ( …per la verità la scelta del museo è stata anche un po’ “pilotata” dal fatto che volevo assolutamente vedere il diamante blu “Hope” da 45 carati…:-). Successivamente abbiamo visitato lo US Holocaust Memorial Museum, che per me era una visita irrinunciabile. E’ sicuramente una triste testimonianza della malvagità umana : il percorso principale di visita inizia con la consegna a ciascun visitatore della carta di identità di una vittima dello Shoah portando in questo modo la riflessione sul dolore a livello anche individuale. Esperienza toccante…non ho scattato fotografie…il rispetto per tutte quelle vittime mi pare dovuto.

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E poi, passando accanto al Washington monument, imponente obelisco di 170 metri, finalmente, siamo arrivati alla meta principale del mio “pellegrinaggio”: affacciato su un lungo specchio d’acqua ecco il Lincoln Memorial.

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Probabilmente nessun simbolo incarna meglio di questo luogo l’ideale nazionale dei grandi raduni di massa volti a produrre cambiamenti radicali: Martin Luther King nel 1963 pronunciò proprio qui il discorso “I have a dream”, al termine di una marcia per i diritti civili; in esso esprimeva la speranza che un giorno la popolazione di colore avrebbe goduto degli stessi diritti dei bianchi.

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Questo discorso è sicuramente uno dei più famosi del ventesimo secolo, ed è diventato simbolo della lotta contro il razzismo negli USA. Uno dei discorsi che hanno segnato la mia formazione. Consiglio la visione del filmato originale, davvero toccante.

Sono tantissimi i monumenti che puntellano il National Mall, da quelli grandiosi fino a quelli più riservati, quasi nascosti nel verde degli alberi come il Vietnam Memorial: eretti a imperitura memoria delle glorie nazionali, questi monumenti considerati quasi come luoghi di culto dagli americani che vi si recano in pellegrinaggio in rispettoso silenzio, aggiungono un aurea di solennità alla zona, soprattutto quando la sera sono illuminati con luci tenui che invitano alla riflessione.

E la Casa Bianca?…che dire….é bianca! 🙂

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Scherzi a parte, non ho molto da aggiungere poiché non abbiamo partecipato al tour guidato che consente di entrare nelle zone accessibili al pubblico, pertanto abbiamo solo ammirato la costruzione dall’esterno.

Aggiungo che non ho un bellissimo ricordo di questa zona perché la sera stessa, decisi a scattare qualche fotografia con l’illuminazione notturna, siamo ritornati davanti ai cancelli della Casa Bianca e dopo nemmeno 5 minuti …ci si è riversato addosso un temporale di tipo tropicale!!!! Lampi, tuoni, acqua a catinelle e noi…lontani almeno un chilometro da un possibile riparo, circondati da alberi attira-fulmini,…Morivo di paura ( lo ammetto sono un po’ fifona)…Quando siamo arrivati al nostro hotel…ha smesso di piovere..!!!!

So che non ha senso collegare un mezzo nubifragio con la Casa Bianca ma…penso, di averlo già detto, i meccanismi della memoria e del ricordo sono molto, ma molto strani!..  🙂

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MEMORIES: NEW YORK

I meccanismi della memoria e del ricordo sono complicati.
Sono appena tornata da un viaggio in terre calde ed assolate, eppure, mentre sistemavo nel pc i file di fotografie, sono stata assalita dal desiderio di rivedere le immagini di un viaggio nella neve.
Ma non era il Polo Nord, era New York!

Circa cinque anni fa…

Stavamo atterrando all’aeroporto J.F.Kennedy di New York e dai finestrini dell’aereo si vedevano scendere,abbastanza copiosi, fiocchi di neve che avevano già ricoperto la pista con un leggero strato umido e bianchiccio. Nella nostra beata ignoranza, pensavamo che così come eravamo atterrati, allo stesso modo avremmo potuto decollare, dopo tre ore, con l’aereo che ci avrebbe portato a Miami per trascorrere lì alcuni giorni delle vacanze natalizie.
Ma….appena scesi dall’aereo, ad accoglierci c’erano decine di addetti ai servizi di terra dell’aeroporto che ad ogni passeggero in transito consegnavano un foglietto, con evidenziato un numero di telefono, e al tempo stesso indicavano nervosamente il tabellone degli arrivi e delle partenze.

Già… il tabellone… ogni volo contemplato era seguito da uno sconfortante “Cancelled”!
E non per un paio d’ore, o sino alla sera, o all’indomani,…no, no…aeroporto chiuso per tre giorni,
Causa: tempesta di neve.

Il foglietto con il numerino da chiamare si trattava dell’unico aiuto che l’aeroporto era in grado di fornire; serviva per prenotare i posti su un altro volo, per la meta desiderata, non appena l’aeroporto fosse stato riaperto. Nel frattempo si poteva mettersi in coda ad uno sportello dove gli addetti avrebbero provato a trovare una sistemazione per la notte a chi ne avesse fatto richiesta. L’alternativa era passare tre giorni accampati in aeroporto.

Io e mio marito, a quel punto, rassegnati, abbiamo deciso di dividerci i compiti; lui al telefono per prenotare il volo, io in coda per ottenere una sistemazione. Per il volo, fortunatamente, non ci sono stati problemi: saremmo ripartiti dopo 3 giorni da un altro aeroporto di New York; per la camera invece …
Quando mancavano solo quattro, cinque metri di coda per arrivare all’agognato sportello, gli addetti ci comunicarono chiaramente di aver appena venduto l’ultima camera disponibile che gli hotel avevano messo a disposizione.

Disperazione!
Già mi vedevo vagare per l’aeroporto, senza una doccia, un pasto caldo, un letto….io non ho l’indole molto spartana, devo confessarlo,…il morale non esisteva più.

Nel frattempo, guardando dalle vetrate, all’esterno si assisteva a un peggioramento progressivo delle condizioni meteorologiche: ormai nevicava davvero abbondantemente, ma non in maniera rilassata, da liete feste di Natale: era una nevicata furiosa, una vera tempesta di vento, neve e ghiaccio, che faceva turbinare i fiocchi in mulinelli velocissimi.
Le persone che avevano trovato una sistemazione in albergo per la notte se ne stavano fuori sotto la pensilina in attesa dei taxi e ciò nonostante sembravano tanti pupazzi ricoperti di neve.

L’estate prima eravamo stati a New York per alcuni giorni e fortuna ha voluto che mio marito avesse ancora memorizzato nel cellulare il numero di telefono dell’hotel che ci aveva ospitato.
A quel punto abbiamo provato a chiamare e …miracolo: la stanza c’era, l’unico problema era riuscire a trovare il modo di raggiungerla, visto che le strade cominciavano ad essere impraticabili e Manhattan dall’aeroporto dista circa tre quarti d’ora di macchina.

Immediatamente, con i nostri bagagli, ci siamo diretti all’uscita, verso la zona dei taxi: la coda di persone che aspettava si era esaurita, ma anche la disponibilità dei taxi era pressoché nulla. Mentre ormai ci stavamo dando per vinti, vediamo spuntare un taxi dalla coltre di neve che vorticava confusamente: era libero! Siamo saliti e, inzuppati di neve e pioggia, abbiamo spiegato a questo giovane autista pakistano, che avevamo trovato trovato una stanza in un albergo al centro di Manhattan.

Lui, con sguardo preoccupato, ci disse che le strade erano davvero al limite della praticabilità, e che avrebbe provato a portarci fin là ma non garantendo nulla….e aggiunse: “It’s very bed!!!”

Siamo partiti e appena fuori dal piazzale dell’aeroporto ci siamo resi conto di essere davvero al centro di una tempesta di neve di proporzioni preoccupanti. Imboccando la freeway ogni cento, duecento metri vedevamo auto abbandonate ai lati della carreggiata,scivolate fuori strada e ormai imprigionate dalla neve.
Il nostro autista procedeva a passo d’uomo, cautamente, ogni poco si fermava, scendeva e puliva i tergicristalli che erano praticamente ghiacciati,….ogni poco slittava, pareva non riuscire a muoversi e invece poi con varie manovre ripartiva….è stata un’agonia che è durata per circa due ore. Quando abbiamo visto, finalmente, apparire le luci di Manhattan , ci sono sembrate una visione, come un’oasi in un deserto di neve. A quel punto le vie cittadine si percorrevano con maggior speditezza, poiché qui i mezzi spazzaneve avevano già avuto modo di passare. Siamo arrivati al nostro hotel: non ci era mai parso così bello e luccicante! Mi sembrava di vivere quasi un sogno.

Il nostro autista, sfinito, ci disse che se ne sarebbe andato a casa perché era stata davvero dura e ci chiese un prezzo appena più alto di quanto stabilito dalle tabelle ufficiali, quasi scusandosi. Noi lo abbiamo abbracciato e ringraziato per averci condotto al riparo e lo abbiamo ricompensato degnamente per quanto aveva fatto.

Oggi ,quando penso a New York e rivivo quell’avventura a lieto fine, provo una sensazione quasi di stupore: non mi pare vero di essermi trovata in una situazione simile e mi dico che a volte il destino ti catapulta in eventi che mai potresti prevedere e il cui esito non è sempre così scontato.

Mi capita di rivedermi infreddolita e impaurita, in quel taxi sperduto in mezzo alla neve, con le luci di Manhattan che da lontano risplendono…

E in modo inaspettato e sorprendente scopro che è uno dei ricordi più belli che conservo di quella magica città.

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“La Vita non è uno spettacolo muto o in bianco e nero.

È un arcobaleno inesauribile di colori, un concerto interminabile di rumori,

un caos fantasmagorico di voci e di volti,

di creature le cui azioni si intrecciano o si sovrappongono

per tessere la catena di eventi che determinano il nostro personale destino.”

(Oriana Fallaci)

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Fotografie

martedì 2 settembre, Cremona

E poi si ritorna a casa. E di tutta la bellezza di cui ho potuto godere non rimane che una nuvola di ricordi e un file di fotografie.
Già, le fotografie…quante ne ho scattate…

Come se in questo modo riuscissi a placare un poco il desiderio di impossessarmi di una minima parte della bellezza che ho avuto davanti agli occhi e potessi portarla via con me.

Come se scattando una fotografia potessi afferrare uno scampolo di quel “sublime” che sto vedendo e vivendo e potessi così dargli maggior spazio nella mia vita.

Fotografie per placare un poco l’ansia e la paura di perdere per sempre una scena preziosa…che illusione!

In realtà, talvolta, mi è successo proprio il contrario: nella volontà di portare con me traccia di una visione, scattando fotografie su fotografie, ho perso parte del presente, ho rinunciato a quello sforzo di notare gli elementi e i particolari di quella visione.

Perché la bellezza di certi luoghi spesso non colpisce solo per motivi di ordine estetico… bei colori, ottima simmetria, adeguate proporzioni,… spesso è l’emotività che fa da guida per andare oltre al vedere, per arrivare quasi a respirare un luogo, a sentirlo, a goderne intensamente fino ad avere l’ingannevole impressione di possederlo.

In fondo per vedere un po’ di bellezza è sufficiente aprire i sensi e il cuore, ma ho scoperto che perché la durata di questa bellezza permanga nel ricordo mi occorre di più: occorre amare quel luogo accarezzandolo con lo sguardo, dolcemente, cercare di comprenderlo con curiosità e avidità, e poi romanticamente innamorarsene e soffrirne, infine, l’abbandono.

E niente più di questo potrà restituirmi un ricordo vero.

…e così, con gli occhi chiusi, vedo…

Vedo il bianco deserto, sento il silenzio assordante, percepisco il calore amico del sole sulla pelle, ascolto il cuore rasserenarsi, e la mente rigenerarsi. E so di essere pronta per andare avanti..

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“Mi è sempre piaciuto il deserto.

Ci si siede su una duna di sabbia.

Non si vede nulla.

Non si sente nulla.

E tuttavia qualche cosa risplende nel silenzio.” 

Antoine de Saint-Exupery

Santa Fe: the faith

31 agosto, Cremona

Prima di raccontare l’esperienza che ho vissuto a Santa Fe, devo fare una premessa.

Io ho fede. Questo non vuol dire che la mia mente non sia attraversata da dubbi, i dubbi fanno parte integrante della fede,… ma alla fine la fiducia in Dio è più forte di qualsiasi dubbio. Non so neppure da dove arrivi questo regalo, perché secondo me, avere fede è il dono più grande che si possa ricevere. Ho provato a darmi delle spiegazioni razionali: forse la mia fede deriva da una debolezza di fondo che mi porta a cercare qualcosa che mi aiuti ad affrontare le peripezie della vita? forse la fede è la mia risposta al terribile pensiero di non rivedere davvero mai più le persone care che mi hanno lasciato? o forse ho fede perché senza non sarei in grado di tracciare delle linea guida per la mia vita?

Non so. So soltanto che io ho fede, sono credente e praticante e mi riconosco negli insegnamenti dei Vangeli.
Ma non me la sento di fare opera di evangelizzazione.
In questo non sono una buona cristiana…però io detesto chi pensa di avere la verità in tasca e di poterla dispensare, così come detesto chi cerca di forzare la volontà altrui.

Mi è capitato talvolta di essere considerata una “credulona“per il fatto di credere in Dio, addirittura di essere guardata dall’alto in basso, con sufficienza. Ci sta. Non me ne faccio un cruccio….anche perché alla fine la certezza su quale senso ha questa nostra vita, nessuno ce l’ha. E nemmeno la certezza dell’esistenza o della non esistenza di una volontà divina.

Questa mattina, dopo due mesi, ho partecipato alla messa della domenica nella mia parrocchia. E’ stato bello ritrovare un luogo caro, ma al tempo stesso, in maniera spontanea, mi ha sopraffatto il ricordo dell’ultima messa a cui ho partecipato in America, mentre mi trovavo a Santa Fe.

Il nome intero di Santa Fe è “La Villa Real de la Santa Fé de San Francisco de Asís”, i(Città reale della Santa Fede di San Francesco d’Assisi). Con un nome simile non poteva disattendere alle aspettative e in effetti, nel nostro girovagare in città, abbiamo trovato luoghi di culto molto interessanti: La chiesa intitolata alla Madonna di Guadalupe, la Chiesa di Loretto e la più antica chiesa dell’America occidentale, San Miguel.

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Ad appena 10 chilometri, sulle colline ad est di Santa Fe c’è il santuario di Chimayo che sorge in una zona dove i pellerossa anni prima avevano trovato una fonte termale che ritenevano sacra; è diventata la Lourdes americana, poiché si può prelevare una piccola quantità di terra fangosa per mischiarla ad acqua e poi ingerirla in caso di gravi infermità.
Moltissimi gli ex voto per bambini: pareti intere di scarpine da neonati.

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E poi in città c’è la cattedrale intitolata a San Francesco: sul sagrato, a fianco alla sua statua, compare anche quella della prima santa nativa americana.

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Proprio in questa cattedrale, per puro caso, ci siamo trovati ad assistere ad una cerimonia affascinante.
Poiché quel fine settimana si svolgeva l’annuale Indian market, il sabato pomeriggio, nella cattedrale, è stata celebrata la messa compartecipata con i pueblos della zona.

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L’ingresso dell’arcivescovo che presiedeva la celebrazione è stato anticipato dall’entrata dei capi dei pueblos presenti, vestiti con i loro abiti cerimoniali, accompagnanti da canti e musiche pellerossa. L’intera funzione è stata una staffetta fra brani della sacra Bibbia letti in inglese, in spagnolo e in vari dialetti pellerossa, così come le musiche e i canti sono stati talvolta animati da gestualità rituali.

Il culmine della celebrazione è stata l’orazione dell’arcivescovo che, con estrema semplicità ha ringraziato il popolo dei nativi americani per aver portato nella religione cristiana nuova vitalità, nuova spiritualità, sincera e profonda.

Li ha ringraziati per aver saputo resistere alle tante ingerenze straniere, anche violente, scusandosi per un passato non certo glorioso dell’uomo bianco.
Ancora li ha ringraziati per averci portato la loro simbologia religiosa che non è poi così diversa dalla nostra e che rimanda a un Dio padre buono e misericordioso.
E poi si è fatto da parte e ha lasciato che alcuni ragazzi pellerossa, vestiti con copricapo e ali, che simboleggiano l’aquila reale, mostrassero la loro danza preghiera di ringraziamento a Dio.

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In chiesa l’attenzione era totale: questi giovani hanno iniziato una danza accompagnati dai tamburi suonati dai capi dei pueblos; da ritmi lenti, via via più veloci per arrivare all’apoteosi dell’estasi accecante che riporta a Dio. Poi il silenzio.

Ho assistito ipnotizzata alla cerimonia e non so per quale motivo mi sono emozionata talmente che avevo gli occhi in fiamme… Ho avvertito in questa cerimonia la presenza di migliaia di persone che in nome di una qualsiasi religione sono stati uccisi, ho respirato la spiritualità pulita e generosa di questo popolo, ho avvertito la genuinità del richiamo al rispetto e all’amore reciproco; ho sentito respirare il divino.

Come vorrei che chi si riempie la bocca di parole d’odio giustificandole con verità di religione, potesse essere illuminato, potesse capire che il bisogno di spiritualità deve portare le persone a vivere la propria vita al meglio… per chi non crede, nell’ottica dell’adesso, per chi crede, nella speranza del domani ultraterreno.

La messa si è poi conclusa con la benedizione solenne e con l’invito a diffondere la pace in nome di Dio, qualunque sia il nome che a Lui vogliamo dare.
Una rivisitazione del Cantico dei Cantici di San Francesco, con musica dei nativi americani, ci ha accompagnato all’usicta: “Guida i nostri passi Signore sul cammino della vita”.

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Un’ esperienza che ha lasciato il segno.

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ARCHES NATIONAL PARK and CANYONLANDS

24 agosto, Moab

Arriviamo all’Arches National Park dopo aver percorso alcune miglia da Moab, una cittadina satellite nata in questa zona dello stato dello Utah, proprio come punto di appoggio per le escursioni nei vari parchi rocciosi che si possono raggiungere da qui.

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Il parco è un’ area naturale protetta degli Stati Uniti che conserva oltre 2000 archi naturali di arenaria, includendo il famoso Delicate Arch oltre ad una varietà di formazioni geologiche uniche.
Il parco copre una superficie di 309 km², e la sua altitudine varia tra i 1723 m e i 1245 m. Dal 1970 42 archi sono crollati a causa dell’erosione. 

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All’arrivo, tappa obbligatoria al centro visitatori. Finalmente si parte alla scoperta dei tesori del parco!

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Subito ci accorgiamo che nonostante la meta sia il Delicate Arch, in realtà anche solo le suggestive formazioni rocciose che si susseguono nel percorso valgono i tanti chilometri percorsi per arrivare fino a qua.

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Parcheggiamo l’auto e ci avviamo con zaino e acqua abbondante per il percorso fra le rocce che ci porterà all’Arco simbolo dello stato dello Utah: la via  è abbastanza faticosa sia per il caldo, sia per il tracciato in salita, a volte anche ripido.

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Dopo un’ora arriviamo alla meta: le parole non possono esprimere la meraviglia e, purtroppo, temo nemmeno le immagini. Un miracolo della natura, solo questo.

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Lasciamo il parco per dirigerci a Canyonlands; è un’area protetta che comprende alcuni dei paesaggi caratterizzati dall’erosione del fiume Colorado, a monte del Lago Powell, in un ambiente semi-desertico. La superficie del parco, istituito nel 1964, è di 1.366 chilometri quadrati.

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Anni fa avevamo già visitato il Grand Canyon, che per me rimane l’espressione massima della natura , e pertanto eravamo scettici riguardo la visita di questo parco. Ci sbagliavamo. Anche in questo caso la parola alle immagini….il nome “Island in the sky” che viene data a questa porzione dell’area protetta, è più che meritato.

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Questa è l’ultima tappa del nostro viaggio. Lascio questi luoghi col cuore leggero e lo spirito rinfrancato.

Domani, altri 600 chilometri per arrivare a Denver dove ci attende l’aereo che ci riporterà in Italia.

Non voglio aggiungere altro se non che… il viaggio non è terminato, sta già continuando nella mia immaginazione.

Arrivederci America!

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INDIAN MARKET

22 agosto, Santa Fe

A Santa Fe, più che in altre zone del sud-ovest americano, ho avvertito in modo tangibile la presenza dei nativi americani, quelli che spesso vengono definiti “pellerossa”.
Questi territori erano di loro proprietà una volta…oggi ci vivono quasi da “stranieri”…perchè?

L’immagine ingenua dei pellerossa include voluminosi copricapi di piume variopinte, scorribande attraverso grandi praterie incontaminate, buffe casette coniche, spirali di fumo che si levano alte nel cielo….

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Sono gli “Indiani d’America”, per la storica svista di Cristoforo Colombo: personalmente li ho conosciuti attraverso i filtri più o meno lusinghieri dei film, responsabili di molti cliché fioriti attorno a questo popolo.

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Ma cosa è accaduto dopo che i riflettori sulle storie del Far West si sono spenti? Che fine hanno fatto i famosi pellerossa, dove vivono e come? Ho letto molto su questo popolo prima di partire, ma attraversare proprio i territori che una volta erano dominio incondizionato dei pellerossa, mi è servito per rendermi conto di come effettivamente viva oggi questa popolazione.

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Dei circa 80 milioni del XVI secolo oggi ne restano solo 4: un terzo abita ormai nelle città, ma a ospitare la maggior parte dei nativi sono le riserve dove alti tassi di povertà, di criminalità e di disoccupazione – che colpisce quasi la metà di questa gente – indicano una situazione problematica aggravata dalle difficoltà di integrazione con il resto della società.

La maggior parte di loro conduce una vita molto misera e semplice: sono molto orgogliosi delle loro tradizioni e del patrimonio delle tribù, tuttavia capiscono anche che i loro standard di vita devono essere migliorati. Così, senza rinunciare al loro patrimonio culturale , si sono organizzati in consigli per collaborare con il governo federale per creare nel corso degli anni dei programmi di educazione, dei servizi sanitari e di formazione professionale.

Oggi molti indiani, per guadagnatesi da vivere, promuovono l’arte indiana che , in effetti, sta vivendo una vera e propria rinascita.

Molti nativi, infatti, con tecniche tradizionali, hanno trovato nei mercati la possibilità di promuovere e tramandare le loro arti e mestieri, riscuotendo un enorme successo tra collezionisti e turisti.

A Santa Fe , come culmine di questa nuova opportunità di riscatto, ogni anno, in agosto, si tiene la fiera internazionale dei nativi americani: si tratta di un festival dell’arte e dell’artigianato pellerossa che richiama gente da ogni parte del mondo.
Si radunano qui rappresentanti di tutti i pueblo degli Stati Uniti ( Apaches, Sioux, Navajo,….) per promuovere in modi diversi la loro arte e la loro tradizione.

Ho avuto la fortuna di essere qui a Santa Fe proprio nel weekend dedicato a questo festival: un’esperienza unica!. Ovunque, suoni, profumi, voci, canti, musiche, riti; materiali naturali, preziosi, lavorati, grezzi, tessuti, bruciati, levigati; colori,sfumature, lucentezze, motivi, simbologie, disegni, graffiti,…La testa gira…E’ arte pura! Questo è null’altro! Le parole sono superflue: le immagini dicono tutto.

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Mi auguro che anche i nativi americani vivano questi momenti come una festa e anche come un piccolo riscatto per i torti subiti.
Speriamo davvero che si sia invertita la tendenza e che oggi gli indiani americani siano visti per quello che in realtà sono stati: figure storiche eroiche e romantiche che hanno combattuto, attraverso l’ abilità e il coraggio, le forze schiaccianti della popolazione bianca che invase i loro territori.
Dalle loro opre d’arte si comprende anche come essi rappresentino una spiritualità di sintonia gli uni con gli altri e con la natura: equilibrio e armonia sono concetti spesso ben radicati nello stile di vita indiano.

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Se pensiamo che viviamo in una società allarmata da danni ecologici e disastri ambientali ….lo stile di vita degli indiani, in sintonia con madre natura dovrebbe servire come modello per la sopravvivenza….

Mi sono innamorata di questa cultura imbevuta di rispetto e amore: ho iniziato a scoprire anche la loro poesia…E’ questo, forse, il dono più grande che ho ricevuto dal mio viaggio.

Vivi la tua vita in maniera tale che la paura della morte
non possa mai entrare nel tuo cuore. 
Non attaccare nessuno per la sua religione; 
rispetta le idee degli altri, e chiedi che essi rispettino le tue. 
Ama la tua vita, migliora la tua vita,
abbellisci le cose che essa ti da. 
Cerca di vivere a lungo
e di avere come scopo quello di servire il tuo popolo.
Prepara una nobile canzone di morte per il giorno
in cui ti incamminerai verso la grande separazione. 
Rivolgi sempre una parola od un saluto quando incontri un amico,
anche se straniero, in un posto solitario.
Mostra rispetto per tutte le persone e non umiliarti davanti a nessuno.
Quando ti svegli al mattino ringrazia per il cibo e per la gioia della vita.
Se non trovi nessun motivo per ringraziare,
la colpa giace solo in te stesso.
Non abusare di niente e di nessuno,
per farlo cambia le cose sagge in quelle sciocche
e priva lo spirito delle sue visioni.
Quando arriverà il tuo momento di morire,
non essere come quelli i cui cuori sono pieni di paura,
e quando arriverà il loro momento essi piangeranno 
e pregheranno per avere un ‘altro poco di tempo per vivere 
la loro vita in maniera diversa. 
Canta la tua canzone della morte
e muori come un eroe che sta tornando alla casa.”



Capo Tecumseh

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ART OF SANTA FE

22 agosto,  Santa Fe

L’attraente Santa Fe in New Mexico è stata la tappa successiva del nostro itinerario. Ci arriviamo dopo un viaggio di circa 400 chilometri: durante il percorso di avvicinamento abbiamo incontrato paesi molto piccoli, con chiesette pittoresche, lunghi treni, con addirittura tre motrici per trainare quasi cento vagoni, e paesaggi talvolta così verdi che nemmeno sembrano appartenere al New Mexico.

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il panorama che ci accoglie a Santa Fe è molto affascinante. Senza quasi accorgersene siamo saliti a 2000 metri: Santa Fe infatti è la capitale più alta e antica degli Stati Uniti e si trova in una posizione molto bella, proprio ai piedi delle Sangue de Cristo Mountain.

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La città è nota per due elementi di spicco: l’arte e la cucina. Pare, infatti, che sia la città americana dove si mangia meglio, in particolare cibi di connotazione messicana, e dove si può avere un contatto ravvicinato con diverse forme d’arte.

Dagli inizi del ventesimo secolo, scrittori e artisti iniziarono a scoprire questa cittadina , a subirne il fascino, e a trasferirvisi. Queste terre erano state abitate da millenni daI nativi americani del Pueblo, che nel corso del tempo avevano subito l’invasione di conquistadores spagnoli, coloni montanari e militari statunitensi. L’arrivo di artisti europei e americani poteva rappresentare un’ulteriore ingerenza, mentre invece, così almeno pare, si è realizzata una convergenza fra culture proprio in nome dell’arte.
E così sono nati musei, gallerie d’arte e festival artistici di respiro internazionale che hanno reso famosa la città.

Devo dire che l’impressione è proprio quella di trovarsi in un paese diverso dall’America. Qui si respira aria di passato, di identità indiane radicate profondamente: ci sono  moltissimi edifici in adobe ( è l’impasto di argilla, sabbia e paglia essiccata al sole, molto utilizzata qui, in passato ma anche ora,  per costruire mattoni) e ovunque botteghe artigianali del Pueblo.

Apro una parentesi riguardo al termine Pueblo, poiché soltanto qui, grazie a una guida del museo indiano che abbiamo visitato, ne ho capito il vero significato.

Con il termine Pueblo si possono indicare sia una tipologia di villaggi realizzati dai popoli indigeni americani nelle attuali aree del Nuovo Messico e Arizona, sia il popolo pellerossa che li abitava.

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Tutti questi popoli nativi si distinguevano nella tessitura su telai, nella produzione di vasi molto apprezzati e nella lavorazione della creta, graffiti e pitture rupestri con figure antropomorfe, cesti e canestri, statuette e maschere
Erano popolazioni pacifiche e laboriose, spesso prese di mira dei predoni Navajo e Apache. In caso di attacco essi si rifugiavano nei loro pueblo: tolte le scalette cercavano di bersagliare dall’alto i loro nemici ma spesso, data la loro indole poco feroce, gli assalitori riuscivano a saccheggiare parte del raccolto, uccidere diversi uomini e rapire donne e bambini da usare poi come schiavi. Attualmente ci sono 21 gruppi Pueblos fedelmente riconosciuti.

Alle porte di Santa Fe abbiamo visto il pueblo di Santo Domingo, specializzato nella lavorazione di gioielli in pietre dure.

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Dopo la tappa al museo indiano, iniziamo la nostra visita dalla Plaza centrale che risale al 1610: qui nel 1675 furono impiccati tre indiani stregoni. Oggi in realtà è per lo più occupata da un parco e contornata dal portico del Palace of the Governor.

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La via più caratteristica è sicuramente Canyon Road.

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La pittura e  la scultura di ispirazione pellerossa, mescolate al moderno sta portando la cultura dei nativi oltre il confine ed è ormai considerata un tesoro nazionale. Qui a Santa Fe questo connubio è ormai diventata la caratteristica principe della città: in Canyon Road sono numerosissimi i negozi e le gallerie d’arte che espongono questo tipo di opere nate dalla rivisitazione dell’arte antica. Le botteghe stesse sono opere d’arte!

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La giornata volge al termine…rimandiamo a domani  altri tesori di questo luogo magico.

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WHITE SAND NATIONAL MONUMENT

20 agosto, Las Cruces

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Il nostro viaggio continua: dall’Arizona al New Mexico.
Dopo circa 450 km eccoci arrivati a Las Cruces che ci servirà come base per programmare la visita di domani al White Sand National Monument.

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E’ tardo pomeriggio e la visita di Las Cruces si risolve molto velocemente poiché, pur essendo la seconda città più grande del New Mexico, esteticamente è davvero bruttina. Tutto si concentra nell’arteria principale che la attraversa: negozi, ristoranti, centri commerciali.

La zona dell’ old town, Mesilla, è carina ma niente di particolare: c’è la plaza centrale stile vecchio west, la chiesa che vi si affaccia, intorno negozi piuttosto turistici e, in una via laterale, il tribunale dove Billy The Kid fu condannato a morte nel 1881.

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Si è fatto tardi…
Domani finalmente vedrò ciò che ho sognato per molti mesi.

21 agosto, Las Cruces

Saliamo in macchina e dopo circa un’ora arriviamo al White Sands National Monument. Si tratta di una porzione di deserto completamente coperta da dune di gesso bianchissimo.
Arriviamo al centro visitatori alle sette del mattino, poiché le indicazioni lette sulla guida suggerivano una visita al mattino presto oppure nel tardo pomeriggio. Ci viene fornita la mappa dei sentieri da seguire e finalmente entriamo nel parco.

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Percorriamo circa 2 chilometri in auto e, devo essere sincera, all’inizio sento crescere la delusione…non me lo ero immaginato così! Sì…vedo qualche piccola duna bianca, ma nulla di che…

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Poi, però, seguendo la Dune Drive, raggiungiamo il cuore del parco e lì …rimango incantata!
Lo scenario che si apre davanti a noi è a dire poco spettacolare: avevo visto tantissime foto di questo parco ma l’impatto visivo è davvero emozionante, qualcosa di indescrivibile. Il contrasto tra il bianco della dune di gesso e il blu intenso del cielo è così forte che sembra di essere all’interno di una cartolina. Scendiamo dalla macchina ed iniziamo ad incamminarci per i vari sentieri e poi su e giù per le dune. Persino fiori in questo deserto!

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Vorremmo non venire mai via, il silenzio è così intenso che si crea intorno a noi un’atmosfera idilliaca, si avverte un senso di pace e di serenità che non avevo mai provato prima. Un’esperienza davvero fantastica.

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Poi alla fine di un sentiero troviamo queste belle parole di Edward Abbey (è stato uno scrittore statunitense, nativo di Tucson, noto per le sue battaglie ecologiche) che ci ricordano la potenza della vita in ogni sua forma : proprio lì a fianco, come a testimoniarne la verità, troviamo una piantina solitaria e, sopra, adagiata, come a riposare, una piccola coccinella….è proprio vero…la vita ha risorse infinite!

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Ciao piccola creatura….
A malincuore ce ne andiamo…e ci rimettiamo in viaggio.

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TUCSON

18,19 agosto, Tucson

Tucson dista da Phoenix circa 160 km: la strada per arrivarci è ancora una volta la Interstate 10, la stessa che ci aveva portato in Arizona: più si procede verso sud-est e più il traffico si dirada. L’impressione è quella di allontanarsi da tutto e di perdersi lentamente nel deserto.
In realtà questa sensazione permane sino a circa 30 chilometri da Tucson perché, nell’avvicinarsi, il deserto viene lascia il posto a coltivazioni che nella periferia di Phoenix non avevamo visto.

 

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A prima vista Tucson sembra una tranquilla cittadina del sud-ovest americano, come ce ne sono a centinaia: viali molti ampi, giardini curati, e,secondo una caratteristica delle città americane, si presenta con una enorme periferia senza un centro-città; anzi, il paradosso per noi europei, è che più ti avvicini al centro e più hai l’impressione di essere in periferia, e questo vale anche per città molto più grandi come Los Angeles.

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Ma basta poco per rendersi conto che il luogo è tutt’altro che banale: in effetti, nella ricerca del nostro albergo, con il navigatore che per qualche minuto ci aveva “abbandonato”, abbiamo imboccato la Speedway, un’arteria principale, e in pochi minuti, dalla città, ci siamo ritrovati in pieno deserto!! Questo a dimostrazione che Tucson è un insediamento umano che si è ricavato un piccolo spazio in un territorio selvaggio e indomabile.

Al centro visitatori della città ci hanno dato molte informazioni… ma alcune di esse, devo dire, mi hanno lasciato un po’ perplessa..
Ci hanno detto che Tucson è una città particolare, dove la gente viene per una vacanza e poi non va più via. La popolazione così cresce continuamente. Pare, inoltre, che il tasso di mortalità e di malattia sia il più basso di tutti gli Stati Uniti e si attribuisce questo fenomeno al clima, il più salubre e temperato degli States.
La città è sorta attorno ad un centro che oggi corrisponde alla down-town, dove sorgeva l’antico villaggio principale del Popolo del Deserto che qui abitava. In quella zona, ed in un punto particolare, esiste una strana forma di energia, ma il fenomeno si estende anche a tutta la città 
( come si dice per Sedona).

Dopo aver raccolto le informazioni riguardo a vari punti di interesse, essendo ormai pomeriggio, abbiamo deciso di lasciare la visita della città al giorno dopo.
Abbiamo optato,invece, per l’ escursione ad una missione appena fuori città.
La Missione di San Xavier del Bac viene considerata una delle più belle chiese degli Stati Uniti: è in stile spagnolo e si trova in una riserva indiana a poche miglia a sud di Tucson. Essendo isolata l’impatto all’arrivo è notevole: la missione si vede già in lontananza tutta bianca, anche per questo il suo soprannome è “Colomba Bianca”.

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San Xavier Mission è stata fondata come una missione cattolica da Padre Eusebio Kino nel 1692. . La costruzione della chiesa attuale è iniziato nel 1783 e fu completata nel 1797. E’ la più antica struttura europea intatta in Arizona.

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Anche l’interno della missione lascia a bocca aperta per la ricchezza delle decorazioni; bellissima la statua della Madonna e le sedute con gli schienali arrotondati. Annesso c’è anche un piccolo chiostro e alcuni altarini.

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A lato della missione sorge una collinetta che porta in cima una croce bianca: nonostante il caldo soffocante siamo saliti per la via sterrata e abbiamo trovato una riproduzione della grotta di Lourdes affacciata su un panorama ampio e rasserenante: davvero un luogo magico.

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Lasciamo questo luogo suggestivo per far ritorno in hotel e sul fare della sera, Tucson ci regala un tramonto di linee e colori incantevoli: delizia per gli occhi e per il cuore.

La mattina suggestiva l’ abbiamo dedicata alla visita del Saguaro National Park , un’ area naturale protetta a ovest di Tucson: il parco fa parte del Deserto di Sonora e prende il nome dal saguaro, un cactus gigante nativo di questa regione.

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Seguendo la strada che dal centro visitatori si addentra nel parco per circa 2,5 km abbiamo raggiunto la Bayada loop drive, una strada sterrata e ripida che compie un giro di quasi 10 km attraverso una fitta foresta di saguaro: in alcuni punti si aprono viste viste panoramiche delle montagne e della foresta di saguaro. Davvero impressionante la concentrazione di questi cactus e la loro varietà nelle forme e anche nelle sfumature di colore. Nel parco vivono molte animali adattati a vivere in climi aridi e caldi come le lucertole cornute, il ratto canguro, l’orso nero e il cervo dalla coda bianca.Tuttavia, dato il clima torrido, non abbiamo potuto avvistare alcun animale poiché durante il giorno stanno nascosti. Nel parco sono presenti alcuni dei rettili più caratteristici del Nord America, in particolare 5 specie di serpenti a sonagli ( non ci tenevo poi così tanto a incontrarle…)

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Nel pomeriggio abbiamo approfondito la conoscenza della downtown: la nostra visita della città è iniziata dal centro , il “Rio Nuevo” recentemente restaurato; lì vicino abbiamo visitato anche il santuario “ELtiradito “detto Wishing Shrine, cioè santuario dei desideri e la St Augustine Cathedral.

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Molto carino è anche il quartiere universitario dell’ University of Arizona: è attraversato dalla Park Ave dove si affacciano molti negozi, caffè e ristoranti. Qui gli universitari sono chiamati “wildcats”!

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Rimango sempre stupefatta dalla scelta degli arredi cittadini e dall’originalità di alcuni decori… è proprio vero che sui gusti non si discute! 🙂

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Camminando per le vie in cerca di scorci particolari e di curiosità si arriva a percepire che Tucson è una cittadina davvero piacevole, molto “rilassata”, dove si respira un clima di….fatico a trovare il termine adatto…ma oserei dire di “gentilezza”. Un modo gentile di affrontare la vita, di accogliere gli stranieri, di lavorare, di divertirsi, all’insegna del rispetto dei tempi, dei ritmi e delle energie.
Difficile da spiegare …ma è quello che ho percepito.
Cosa ricorderò di Tucson? Gentilezza e disegni di nuvole.
Cose semplici.

Preziose?

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p.s Un saluto anche da lui 🙂

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PHOENIX E SEDONA

16,17 agosto, Phoenix

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Phoenix in realtà non si può definire una città vera e propria ma piuttosto un conglomerato di una ventina di cittadine collegate da superstrade. Arrivando dal deserto appare come un gigantesco centro commerciale all’aperto nel bel mezzo di una distesa pianeggiante e arida, contornata da rilievi.

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Phoenix è la capitale dello stato dell’Arizona, ed è l’ottava città più grande di tutti gli Stati Uniti: è normale che avendo 3 milioni di abitanti, possa apparire dispersiva.Il clima, poi, non aiuta: non più di tre settimane fa la città è stata investita da una furiosa tempesta di sabbia !In effetti qui Il clima è desertico: caldo e secco in quasi tutti i periodi dell’anno, con punte estive che possono superare i 40 gradi.  Al nostro arrivo abbiamo toccato i 42!!! Terrificante! In realtà, per fortuna, dopo il primo impatto abbiamo scoperto, spostandoci fra i vari distretti che anche al caldo torrido ci si può adattare…movimenti lenti, acqua sempre a disposizione e …quando non se ne può più un bel giro in un centro commerciale!! 🙂 

Poiché siamo arrivati che era già pomeriggio, abbiamo deciso di concentrarci nella visita dei quartieri che vengono considerati più interessanti.
Siamo partiti da quello in cui è si trova il nostro hotel, Scottsdale: le guide lo indicano come il più chic perché vi si trovano le grandi catene di hotel internazionali e centri commerciali scintillanti.
In realtà la parte più carina che abbiamo visto è la zona centrale: è composto da piacevoli isolati con bar e negozi di souvenir e dalla zona della old town che dovrebbe dare un “assaggio” del selvaggio west.
Qui, ad alcuni edifici del XX secolo ne sono stati aggiunti altri di recente costruzione, proprio per ricreare le ambientazioni del vecchio West.  

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Ci siamo poi spostati, rigorosamente in auto, nella zona chiamata Tempe, dove si trova la sede dell’Arizona State University: la via principale, dove egli studenti possono prendersi una pausa dagli studi, è la Mill Avenue con caffè, ristoranti e negozi. Questa parte di città mi è piaciuta molto, meno artificiale e, grazie alla presenza di molti giovani, più vivace.

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Ci stavamo rilassando passeggiando per queste vie, quando a un certo punto, in maniera repentina, si è levato un vento molto forte e, nello stesso tempo, in cielo, ci siamo accorti che alla luce sfolgorante del sole si stava sostituendo un cielo minaccioso.

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Di corsa alla macchina e ..incredibile a dirsi: piove! E soprattutto in cielo ci sono fulmini a non finire! Paura!
A Phoenix penso che vedano la pioggia due volte in un anno: ecco, possiamo dire: “noi c’eravamo!!!!” 🙂

Fortuna che è durato poco…

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Il giorno dopo era in programma l’ escursione in giornata a Sedona, una piccola cittadina conosciuta dal 1981 come sede di potenti energie terrestri che si dice provengano dalle imponenti rocce rosse che la circondano: è una località new age esplosa quando la scrittrice e veggente Page Bryant affermò che a Sedona era “il charka del cuore del pianeta”. Intendeva dire che qui si trova un vortice nel quale le energie psichiche e elettromagnetiche possono essere incanalate per ottenere armonia non solo personale ma anche planetaria.
Viene ormai soprannominata la nuova Santa Fe ( altra località new age) perché per la città ormai si trovano quasi esclusivamente esperti e adepti che scandagliano la psiche umana, angeli protettori, cristalli magici, misticismi di vario tipo).
Ciò che a noi interessava, però, era lo spettacolo del paesaggio circostante che è davvero meraviglioso: qui infatti sono stati girati gli esterni di molti film.

Sulla via dell’andata abbiamo visto moltissimi cactus  sulle colline circostanti; il paesaggio lentamente si è poi trasformato da pianeggiante in montuoso.

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Arrivati all’ingresso di Sedona, la prima tappa  al visitor center è stata molto istruttiva: abbiamo trovato la spiegazione del colore rosso delle rocce e molte informazioni su fauna, flora e reperti archeologici trovati in zona. Molto bello un espositore con indicato “Then” e Now” per mostrare ai bambini quale funzione avevano certi reperti, mostrando loro con quali strumenti moderni oggi sono stati sostituiti.

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Abbiamo quindi diretto l’auto verso una delle tante piste che permettono l’avvicinamento a punti panoramici e devo dire che ne è davvero valsa la pena: le rocce cambiano colore intensità ad ogni variazione del cielo…da rosso scuro, quando passa un carico nuvoloso , a brillante, quasi accecante, quando il solo non dà tregua.

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Non trovo le parole per esprimere l’emozione che ho provato: tutto intorno un caleidoscopio di colori e riflessi…indimenticabile.

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Dopo esserci quasi ubriacati di queste meraviglie, abbiamo passeggiato per la via principale del centro dove ci sono negozi tipici e una architettura molto curata anche se un po’ turisitica.

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Sulla via del ritorno abbiamo decido di attraversare l’Oak Creek, un canyon anch’esso molto scenografico perché combina le rocce rosse con il verde dei boschi: davvero bello!

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PALM SPRINGS

Venerdì 15 agosto, Palm Springs

Percorriamo l’interstate che attraversa il deserto del Mojave, a circa 200 chilometri da Los Angeles…la strada è piuttosto monotona…solo a sprazzi si aprono scorci di panorami che saranno il preludio di ciò che vedremo nei prossimi giorni.

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A un certo punto intravediamo una vera e propria oasi, ricca di palme, piscine e campi da golf: siamo arrivati a Palm Springs.
Questa è solo una tappa verso l’Arizona e il New Mexico, poiché essendo partiti di pomeriggio, ormai la giornata volge al termine.
Arrivando abbiamo notato una distesa infinita di pale eoliche: una vista davvero suggestiva.

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E’ la seconda volta che ci fermiamo qui, come tappa di passaggio per i nostri viaggi: è una specie di avamposto del deserto e quindi molto comoda per rifornirsi di cibo e carburante.
La sua particolare posizione geografica le dona un clima torrido e asciutto, caratterizzato da ben 354 giorni all’anno di sole.

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Nel secondo dopoguerra le celebrità di hollywood arrivarono a frotte a Palm Springs, dove costruirono veri e propri palazzi nel deserto.
Alcune di queste case, oggi disabitate, possono essere visitate: ad esempio qui si può vedere dove Elvis passò la luna di miele , dopo il matrimonio a Las Vegas con Priscilla Beaulieu, oppure dormire nella casa vacanze di Frank Sinatra ( famosa per la sua piscina a forma di pianoforte a coda) o in altri abitazioni di altri grandi personaggi americani.

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Ovviamente la prima tappa per potersi orientare fra queste case è stata al visitar center, che in quanto a stravaganza, anche lui non scherza: la struttura ha un’originale stile spaziale.

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Abbiamo tralasciato il tour vip preferendo girovagare un po’ per la città.

Palm Springs, in effetti,  è una cittadina gradevole in cui passeggiare (al di là del caldo, che in estate non perdona…quando siamo arrivati eravamo a 41 gradi….). Camminare lungo i viali costellati da palme e villette è già di per sé una piacevole esperienza.
Il centro di Palm Springs si estende lungo Palm Canyon Drive, una bellissima via piena di botteghe, locali e negozi.

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Elementi di arredo bizzarri e cimeli del passato…

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Diciamo che qui l’estate per loro è bassa stagione, proprio perché il caldo è davvero insopportabile…sarà per questo che gli orari dei negozi sono alquanto “elastici”? Date un’occhiata a questa avviso…:-)

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Giornata lunga e faticosa…è ora di riposare e di ricaricare le pile per la prossima tappa! 🙂

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Cosa ricorderò?

giovedì 14 agosto, Seal Beach

Cosa ricorderò di queste 6 settimane vissute in un piccolo paese del sud California?

Ricorderò i pomeriggi trascorsi su spiagge assolate, il cielo turchese, l’immenso oceano, il profumo di salsedine e la brezza ristoratrice?

Ricorderò le mille esplorazioni, la ricerca dello sconosciuto, lo stupore del particolare, la gioia della conquista, la stanchezza della ricerca?

Ricorderò le sere profumate, la luna incandescente, i tramonti commoventi, le oscurità marine?
Ricorderò i mille volti incrociati, i sorrisi scambiati, le naturali incomprensioni, le persone conosciute?

Ricorderò le emozioni provate, l’ansia dell’arrivo, la frenesia del nuovo, la spensieratezza del viaggio, la malinconia della sera, la felicità del desiderio realizzato?

Non riesco a pensare di non tornare qui…è diventato una parte di noi e della nostra vita questo luogo…e se non sarà realtà, allora sarà nei miei sogni …lì, ne sono certa, lo rivedrò e, come ora, mi sentirò felice.

Arrivederci Seal Beach…ti vogliamo bene.

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A beautiful day

Mercoledì 13 agosto, Long Beach

Ieri l’Università frequentata da Tiziano per queste settimane ha organizzato una “Certificate Ceremony” per consegnare i diplomi dei corsi che si sono tenuti nella sessione estiva. In quest’occasione sono stati invitati anche famigliari e amici. Prima della consegna dei certificati, il coordinatore degli studi ha voluto far conoscere ai presenti la University State of California di Los Angeles ( detta “The Beach” e abbreviata come CSULB), descrivendone le caratteristiche e le potenzialità. E’ stato davvero molto interessante.

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Innanzitutto ci ha spiegato che la California State University Long Beach è il secondo più grande campus della 23 scuole del sistema della California State University. Il campus si estende su 131 ettari, comprende in tutto 84 edifici, e si trova a 3 miglia dall’Oceano Pacifico.L’architettura del campus è in gran parte di stile internazionale e io aggiungerei molto minimalista: l’accento è posto piuttosto sul paesaggio che la circonda che è simile a un parco naturalistico.

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Il Walter Pyramid,è il più riconoscibile punto di riferimento: è un complesso sportivo che può ospitare oltre 5.000 persone. Una sua caratteristica particolare è che due sezioni di stand interni sono dotati di grandi ascensori idraulici che possono sollevare le sedute in aria, creando spazio per cinque campi da pallavolo o tre campi da basket. La Piramide è sede della Southern California Estate Pro League , una vetrina noto per i giocatori di basket NBA attuali e potenziali.

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Altro edificio molto riconoscibile è l’ edificio universitario Student Union che è situato al centro di campus. L’edificio di vetro di tre piani occupa circa 17.000 m2 e offre attrazioni più casual, tra cui una sala studio, una sala da ballo, una food court, una pista da bowling, una sala giochi e un cinema.

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Il Rec and Wellness Center invece è un centro sportivo che copre circa 11.600 m2: è ‘stato completato nel 2010 e comprende strutture per programmi di fitness e lezioni di aerobica, campi da pallavolo, pallacanestro, badminton ( sport qui molto praticato), pareti di arrampicata, una pista coperta, una sala studenti, e molto altro.

Il campus è anche la sede del Carpenter Performing Arts Center, un teatro di 1.074 posti

Dopo aver descritto le strutture presenti, ha elencato gli istituti accademici presenti:
College of the Arts
College of Business Administration
College of Education
College of Engineering
College of Health & Human Services
College of Liberal Arts
Faculty ‘of Natural Sciences and Mathematics
College of Continuing & Professional Education

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In alcune zone del parco ci sono targhe che ricordano i laureati più meritevoli: ognuno ha il proprio nome inciso su una mattonella.

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Nel 2011 un nuovo impianto di 105 milioni dollari “Hall of Science”, che ha aperto uffici e laboratori per i membri della biologia, biochimica e chimica, geologia, fisica e scienze reparti. Questo edificio ospita anche un museo hands-on per i bambini, un laboratorio di biologia marina con acqua salata e ha un impianto di serra e osservatorio sul tetto.

Infine ha ricordato alcuni personaggi molto famosi a livello internazionale che hanno studiato qui: ha elencato una serie di nomi di sportivi di basket, che personalmente non conosco, varie medaglie d’oro alle olimpiadi e infine gli unici due nomi noti per me: il regista premio Oscar Steve Spielberg e l’attore Steve Martin.

Che dire? Un’università favolosa!

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Dopo la cerimonia, ci è stato offerto un rinfresco e alcuni depliant informativi sui corsi del prossimo anno accademico: li abbiamo presi…non si sa mai …le indicazioni per l’Italia e ritorno ci sono…:-)

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Sulla via del ritorno, poiché era ancora piuttosto presto, ci siamo fermati in una riserva ecologica che avevamo notato nei giorni passati : si tratta della Bolsa Chica Ecological Reserve, situata appena fuori la cittadina di Huntington Beach ed è stata costituita per proteggere una zona umida costiera, con i suoi residenti minacciati e le specie in via di estinzione.
“Bolsa Chica” significa “piccola borsa” in spagnolo, in quanto la zona era parte di una storica terra messicana di nome Rancho La Bolsa Chica.

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Il centro offre mostre di animali vivi, acquari, mappe e informazioni su Bolsa Chica e programmi di formazione in materia di scienza delle zone umide. Per questo motivo circa 30.000 persone visitano la Riserva di ogni anno.

Noi siamo entrati dalla zona sud dove c’è il punto di partenza per il Loop Trail, 1,5 miglia attraverso un ponte di legno che con vari sistemi di passerelle consente di passare sopra vari ambienti paludosi e di vedere da vicino alcuni dei suoi “abitanti”.

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In realtà per aver la possibilità di vedere le specie più rare occorrerebbe visitare la riserva o molto presto, all’alba, o in serata: si parla di uccelli come il fratino, la sterna Caspio, il grande airone blu, il cormorano doppio crestato,il falco dalla coda rossa,il grande gufo cornuto. Ci sono anche serpenti nelle zone erbose delle zone umide…serpenti a sonagli compresi!!! Altri animali selvatici includono lo scoiattolo di terra e il coyote.

Noi di tutto ciò …non abbiamo visto praticamente nulla!! 😦  Solo qualche esemplare non identificato!

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L’ambiente comunque è molto caratteristico: assomiglia molto alle Everglades della Florida.

Una cosa interessante, però, riguarda questi strani oggetti: secondo voi cosa sono?

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Fanno parte della storia molto particolare di questo posto.
I primi popoli di Bolsa Chica furono gli indiani nativi della California. Gli archeologi hanno trovato queste pietre dentate , “Pietre Cog” che risalgono a 8000 anni fa e sono una reliquia, unica superstite, dello stile di vita indiano. Il loro scopo esatto non è noto, ma la speculazione si è concentrata sull’uso religioso o astronomico.

Dopo questa visita siamo tornati a casa…
Casa che resterà tale ancora per poco.
Oggi inizieremo a preparare i bagagli, giovedì dovremo sistemare pratiche amministrative per appartamento e università e andare a riportare questa auto e ritirare il fuoristrada, mezzo più adatto per la traversata nel deserto.
Sono felice di partire per l’avventura …ma sono dispiaciuta in modo esagerato di lasciare questi posti…il tempo è volato…

SUL TEMPO
“E un astronomo disse: Maestro Parlaci del Tempo.

E lui rispose:
Vorreste misurare il tempo, l’incommensurabile e l’immenso.
Vorreste regolare il vostro comportamento e dirigere il corso del vostro spirito secondo le ore e le stagioni. 


Del tempo vorreste fare un fiume per sostate presso la sua riva e 
vederlo fluire.
Ma l’eterno che è in voi sa che la vita è senza tempo
E sa che l’oggi non è che il ricordo di ieri, e il domani il sogno di oggi.


E ciò che in voi è canto e contemplazione dimora quieto entro i confini di quel primo attimo in cui le stelle furono disseminate nello spazio.


Chi di voi non sente che la sua forza d’amore è sconfinata? 
E chi non sente che questo autentico amore, benché sconfinato, è racchiuso nel centro del proprio essere, e non passa da pensiero d’amore a pensiero d’amore, né da atto d’amore ad atto d’amore?
E non è forse il tempo, così come l’amore, indiviso e immoto?

Ma se col pensiero volete misurare il tempo in stagioni, fate che ogni stagione racchiuda tutte le altre,
E che il presente abbracci il passato con il ricordo, e il futuro con l’attesa.”

Kahlil Gibran

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Disney California Adventure

domenica 10 agosto, Anaheim

La nuova area di Disneyland, la Disney California Adventure (DCA) è un’opera di ampiamente immane poiché ha quasi raddoppiato l’estensione del parco originale.

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Qui si respira certamente un’atmosfera meno magica di Disneyland, ma ci sono molte belle attrazioni per chi ama l’adrenalina. Bello il Pier Disney con un laghetto dove si affacciano una ruota panoramica con le cabine che dondolano, l’otto volante ed altre giostre.La prima zona che vediamo è la Hollywood Pictures Backlot: qui la grande attrazione che lo caratterizza è Twilight Zone Tower of Terror. In questa torre, situata in un albergo “infestato dai fantasmi”, si viene lasciati precipitare per 13 piani, 55 metri, nel condotto dell’ascensore! Secondo voi, noi, ci siamo saliti????

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Zona successiva, il Golden State: qui sono ospitate le giostre più eccitanti del DCA. L’attrazione che davvero mi ha lasciato a bocca aperta è Soarin’over California: si tratta di un volo simulato in deltaplano con una particolare tecnologia che permette di planare sopra luoghi simbolo come il Golden Gate, le cascate di Yosemite, Malibu e, naturalmente, la stessa Disneyland. Nel corso della simulazione si viene avvolti da una leggera brezza durante l’ascesa, dal profumo del mare, degli aranceti e delle foreste di pini che si spande nel vento. Indimenticabile!

 

 

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Carina, ma non sperimentata, la Grizzly River Run che permette di fare “rafting” lungo un finto fiume della Sierra Nevada. Ci si bagna molto, quindi se la giornata non è caldissima, meglio evitare!!

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Le ultime due zone sono le più recenti, frutto dell’ulteriore ampliamento del DCA.
Noi abbiamo provato Ariel’s Undersea Adventures,che è stata inaugurata di recente: inizia in un palazzo vittoriano, dove si sale a bordo di una grande conchiglia che viene trasportata attraverso le ambientazioni marine della Sirenetta. Abbiamo incontrato Ariel, il principe Eric, Sebastian,…c’erano proprio tutti… Molto suggestiva!

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Ultima zona, Car’s Land: Splendida! Sia per l’ambientazione, non ci sono non soltanto giostre ma anche negozi e ristoranti, sia per la corsa in macchina. Una delle attrazioni più gettonate, infatti, è Radiator Springs Racers: ti permette di gareggiare attraverso 3 ettari di peaseggi di roccia rossa, raggiungendo una velocità di 65 km/h.Non siamo riusciti a salire perché qui l’attesa era di due ore!!!

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All’uscita del parco ci siamo diretti a Downtown Disney: in questa zona l’accesso è libero e racchiude notissimi negozi e ristoranti a tema con le attrazioni.

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E’ stata una esperienza bella, divertente, ma anche piuttosto stancante ( il caldo e la folla non perdonano).

Se da bambina mi avessero portato a vedere un luogo così, penso che sarei scoppiata di felicità; i bambini di oggi, secondo me, apprezzano ma … la maggior parte sembra sempre insoddisfatta: ho assistito a capricci, musi lunghi, richieste insistenti,…non so..

Comunque tanto di cappello a chi è stato in grado di realizzare un simile monumento alla fantasia: penso che persino Walt Disney, se lo vedesse ora, ne rimarrebbe stupefatto!

Da “La storia infinita”

Bastian: Fantàsia è stata distrutta.

Imperatrice: Sì.

Bastian: È stato tutto inutile.

Imperatrice: No, non è vero, Fantàsia può ancora risorgere. Dai tuoi sogni, dai tuoi desideri.

Bastian: E come?

Imperatrice: Apri la mano… C’è qualcosa che desideri?

Bastian: Non lo so.

Imperatrice: Allora Fantàsia non esisterà più. Mai più.

Bastian: Quanti ne posso dire?

Imperatrice: Tutti quelli che vuoi, più tu ne esprimerai più il regno di Fantàsia sarà splendido.

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DISNEYLAND

Domenica 10 agosto, Anaheim

Mickey Mouse venne inventato da Walt Disney nel 1928 e da allora il suo successo non ha avuto battute di arresto. Soprattutto qui in USA è amatissimo e il parco dei divertimenti che lo celebra,Disneyland, viene visitato ogni anno da più di 14 milioni di persone provenienti da tutto il mondo.

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La prima impressione quando si entra è quella di trovarsi in un’ immensa macchina multimediale: nonostante abbia visitato alcuni parchi di Orlando, in Florida, niente regge il confronto con la magnificenza di questo posto!
Già dall’ingresso ai parcheggi, ci si rende conto di trovarsi in un parco sconfinato: ci sono decine di enormi edifici a 10 piani adibiti a parcheggio, ognuno con il nome di un personaggio Disney. Solo per il parcheggio vengono chiesti 17 dollari, da integrare se si decide di rimanere lì per un tempo superiore alle 8 ore. Parcheggiata l’auto ci siamo diretti alla stazione del trenino che porta all’ingresso del parco, siamo saliti e in 5 minuti ci siamo trovati in coda alle biglietterie.

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C’era il mondo!!!! Code di 300 metri davanti a circa 30 biglietterie: devo dire che per un attimo ho pensato di lasciar perdere…io sono “allergica” alla folla, non volevo rischiare di sentimi poco bene. Poi, però, ci siamo resi conto che le file scorrevano velocemente e quindi abbiamo acquistato i biglietti (a testa  97 dollari + 54 per il secondo parco nato da poco a integrazione del primo!!! caruccio!!! )e , dopo un controllo accurato degli zaini, siamo entrati.

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Il padrone di casa ci accoglie all’ingresso: un enorme Mickey Mouse floreale e un’iscrizione che da sola dice tutto: “ qui lasci il presente ed entri nel mondo di ieri, del futuro e della fantasia”….e da lì sarà un susseguirsi di scoperte e di sorprese.

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Il parco è diviso in varie zone a tema: vicino all’ingresso, sulla destra si incontra Tomorrowland. Questa è forse l’area del parco che mi è piaciuta di meno: in pratica offre uno scorcio di come negli anni ’50, quando il parco venne aperto al pubblico, era immaginato il futuro. Vi si trovano monorotaie, missili, architettura futuristica. In realtà, sono state aggiunte delle nuove giostre: la più divertente fra quelle che ho provato è Stars Tour che è ispirato a guerre stellari. Si tratta di una navicella che dà l’idea di sfrecciare attraverso un megaschermo nello spazio profondo. E’ un semplice  simulatore, ma di livello altissimo: sembra quasi di avvertire l’assenza di gravità, il senso di smarrimento nello spazio infinito, la poesia della Terra vista da lassù…

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Anche il Viaggio sottomarino alla ricerca di Nemo è carino, adatto ai bambini più piccoli: si sale su un sottomarino e si parte alla ricerca di Nemo, in un fiume sotterraneo, coloratissimo e ricco di incontri simpatici.

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Qui si trova anche una delle attrazioni più gettonate del parco: gettonate dagli altri, perché per quanto riguarda me e Tiziano…non se ne parla nemmeno! E’ Space Mountain ed essendo un otto volante il nome dice tutto! Altezze da capogiro, curve strette, discese da urlo, musica assordante….ehm…no grazie, passo!

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Proseguendo il giro si passa alla zona denominata Fantasyland: qui abbiamo incontrato i più famosi personaggi delle fiabe e delle storie per bambini. L’ingresso nella zona avviene attraverso il castello di Cenerentola che è sempre molto suggestivo e la statua dedicata a Walt Disney.

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Ci siamo diretti immediatamente verso la zona dedicata alle varie nazioni: qui siamo saliti su una barchetta che portava all’interno di una meraviglisa rappresentazione musicale  multiculturale del mondo davvero curata in ogni particolare. Ha incantato adulti e bambini! La nostra Italia era rappresentata da una accuratissima Venezia. Io mi sono innamorata di un ippopotamo viola che stava nella zona africana. Avrei voluto portarmelo a casa!

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Le possibilità di divertimento in questa parte del parco sono indirizzate soprattutto ai bambini; noi non ne abbiamo sperimentate poiché avevamo la curiosità di ispezionare anche tutto il resto e….il tempo è tiranno: ci vorrebbero 3 giorni per provare tutte le attrazioni, anche perché le code di attesa sono ovunque, anche se sono code “in movimento”, nel senso che vengono organizzate in serpentoni che scorrono velocemente, dato che le partenze e gli arrivi dei vari mezzi di trasporto sono frequentissimi. Comunque ovunque viene esposto il tempo di attesa previsto.

Siamo quindi passata alla zona di Frontierland: anche qui ci accolgono montagne russe da brivido, le “Big Thunder Mountain Railroad. L’ambiente che è stato ricreato è quello dei pionieri, dei minatori e infatti abbiamo incontrato Tom Sawyer in persona!:-)

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La piazza centrale qui si chiama New Orleans Square e vi si affaccia la spettrale Haunted Mansion. Nel centro si trova un lago sul quale navigano battelli a vapore e canoe di indiani.

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Abbiamo deciso di metterci in coda per sperimentare il viaggio in barca dedicato ai Pirati dei Caraibi: tempo di attesa 20 minuti! Arrivato il nostro turno, siamo saliti su una “zattera” un po’ alluvionata ( ma credo che faccia parte dell’ambientazione”) e siamo partiti per un viaggio in caverne tenebrose: scheletri a non finire, voci poco rassicuranti,  personaggi del film che apparivano qua e là, animando le fedelissime ricostruzioni del film. Ad un certo punto sentiamo uno scroscio d’acqua e vediamo apparire una cascata proprio davanti alla nostra zattera…come dire…ci siamo cascati!! Pensavamo di lavarci completamente …in realtà era un ologramma!

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Siamo poi arrivati nella sala centrale e ci siamo trovati in mezzo ad una battaglia fra navi e colpi di cannone con proiettili che arrivavano a un metro dalla zattera: molto realistico! Ne è valsa la pena!

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Zona successiva: Adventureland. Qui il fiore all’occhiello è il viaggio a bordo di un’enorme jeep, guidata da Indiana Jones, attraverso il peggior incubo di un archeologo, con scimmie urlanti all’attacco!

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Divertentissimo! Però….devo dire che se lo avessi saputo prima che dovevamo attraversare un ponte di corde su un fiume di lava….me ne sarei stata a casa!!! :-/

Siamo poi saliti sulla Jungle Cruise: un giro in barca attraverso la  giungla: abbiamo fatto diversi incontri poco raccomandabili…anche in questo caso ricostruzioni davvero eccezionali e professionalità ai massimi consentiti!

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Da qui, saliamo sulla monorotaia che ci ha portato nella nuova area di Disneyland, la Disney California Adventure (DCA)

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….il resto domani… 🙂

San Diego e Oceanside

Sabato 9 agosto, San Diego

Venerdì giornata davvero grigia: non rimenava che trovare un’alternativa alla spiaggia e così…abbiamo deciso di rivedere una città che già avevamo visitato anni fa, San Diego.
Si trova a circa 160 chilometri da Los Angeles: il nostro ricordo era quello di una città molto assolata, calda al limite della sopportazione, e non molto curata.Siamo partiti di buon ora per evitare di rimanere incolonnati dopo solo 10 minuti e in effetti la scelta si è rivelata vincente: abbiamo percorso circa 100 chilometri senza problemi, poi abbiamo deciso di fare una sosta in una cittadina che non avevamo visitato l’altra volta: Oceanside.

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Parcheggiata l’auto, in due passi siamo arrivati al Pier centrale e, complice la giornata grigia, abbiamo trovato per le vie molte famiglie con bambini seduti ai tavolini intenti a fare mega colazioni , attrezzati di tutto punto per la spiaggia, in attesa che il sole si facesse vedere. Si tratta in genere famiglie americane in vacanza che arrivano dagli stati del nord, climaticamente più infelici. Immagino quindi la loro delusione di trovare un tempo che minacciava seriamente la pioggia.

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Visitare un luogo con la luce del sole e visitarlo nel grigiore, ne cambia di molto la percezione …tuttavia Oceanside ci è sembrata una bella località di villeggiatura, molto curata, con ampie spiagge ( numerosissimi gli anelli di cemento per cucinare alla griglia qualsiasi cosa… vera passione americana!)e sicuramente meritevole di almeno un pomeriggio di relax.

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Dopo aver fatto colazione, come sempre in uno Starbucks, abbiamo ripreso la strada e dopo una sessanta di chilometri siamo arrivati a San Diego.

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Il tempo stava peggiorando a vista d’occhio, il cielo era grigio, grigio e anche la temperatura non era molto incoraggiante. Abbiamo deciso di fare un breve giro per il centro: qui abbiamo rivisto alcuni particolari di arredo urbano che già la volta precedente ci avevano lasciati alquanto perplessi: l’impressione è che essendo una città quasi di frontiera, in effetti il Messico è vicinissimo, si siano uniti generi e gusti diversi ed il risultato non sempre è di buon gusto!

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Ci siamo spostati quindi verso il lungomare: qui andiamo a rivedere la USS Midway, una fantastica e imponente portaerei della seconda guerra mondiale che ha segnato un importante capitolo della storia militare americana.

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Abbiamo deciso di salire, poiché anni fa la coda di persone chilometrica ci aveva impedirò di visitarla. 
Avere la possibilità di poter visitare un autentico pezzo della storia militare statunitense, avendo come guide degli ex marinai in pensione della stessa Midway, è molto interessante, anche se non si è degli appassionati. A me la visita è piaciuta molto. Ovviamente, il tutto è organizzato alla perfezione! Ben conservata nella sua notevole mole: si respira al suo interno un aria strana ricca di storia, di vita e di morte, di valorosi, di assurdi sacrifici ed onorevole fedelta’ tra l’odore di polveri da sparo, olio motore, pneumatici di aereo, acciaio e ferro….a condire il tutto i profumi dell’ oceano che la ospita…

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Siamo scesi dalla nave e …ha iniziato a piovere!!!….nemmeno il tempo per fare due foto in santa pace!!! E così siamo risaliti in auto e ci siamo spostati nella parte orientale della città dove si trova l’altra grande attrazione di San Diego: il Balboa Park,
Lo avevamo visitato in una giornata afosissima e questa grande area verde, che è una delle maggiori attrazioni della città stessa, ci aveva offerto un riparo dalla calda giornata estiva: ospita i maggiori musei cittadini, tra cui il San Diego Museum of Art, il Natural History Museum e il Fleet Space Teather.
Al suo interno si trova anche il San Diego Zoo, struttura nota in tutto il mondo per la sua particolare bellezza nonché per le numerose specie di animali che ci vivono.
Purtroppo …abbiamo fatto in tempo soltanto a fotografare la targa dell’ingresso che un nubifragio si è abbattuto su San Diego!!!

A quel punto, scoraggiati, abbiamo deciso di fare ritorno a casa….pazienza.
Sarà per la prossima volta 🙂

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Ci amano…inutile negarlo

mercoledì 6 agosto

Gli americani amano l’Italia. Le tracce e le dimostrazioni di questa realtà sono molteplici.
Iniziero’ col dirvi che spesso in USA si trovano monumenti e targhe dedicate alle eccellenze italiane, ma non solo. Si trovano frequentemente, soprattutto sulla costa est, commemorazioni dedicate alla massiccia immigrazione italiana del secolo scorso: famosissimo Ellis Island a New York, situato vicino alla Statua della Libertà, che era il punto d’ingresso in America una volta arrivati al porto di N.Y. con le navi.

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In effetti, se ci pensiamo, l’immigrazione italiana negli Stati Uniti e’ stato un fenomeno davvero determinante: la massa di persone che piano piano si sono stabilite nei vari Stati, apportando nuove culture, nuove ideologie, nuovi modi di fare, ha fatto si che segnasse profondamente anche la cultura delle altre persone. E’ normale, perciò, che venga celebrato questo movimento migratorio di enormi proporzioni.

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Ma parliamo di argomenti più leggeri: la cucina.
Non ho trovato una persona che dopo avermi chiesto da dove venivo, appena sentita la risposta “Italia”, non affermasse quanto adori il cibo e il vino italiano
E’deciso! La cucina italiana e’ assolutamente un cult qui! E’ apprezzata anche meglio della nostra vicina Nouvelle Cuisine. Vanno pazzi per tutti i ristoranti Italiani.
Ma la cosa curiosa e’ che ci sono pietanze come “Pasta Alfredo” o “ chicken parmesan” (pollo e parmigiano) che sinceramente in Italia non ho mai assaggiato! Pare, però, da una ricerca che ho fatto in rete, che queste pietanze siano vecchie ricette importate e che ormai non vengono quasi più cucinate in Italia, mentre qui sì, perche’ fanno parte della cultura Italo-Americana.

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Altra cosa particolare che ho osservato qui in California, ma che ho visto anche in giro per il resto dell’America, è  un piccolo adesivo raffigurante la bandiera Italiana che viene attaccato sul baule posteriore delle auto. Questo segno fa intendere che il conducente (o chi per lui) e’ di origine Italiana, magari anche di molte generazioni passate.

 

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In effetti, in Italia, soprattutto in questi ultimi anni, si e’ frustrati, stanchi di alcune situazioni comuni, e spesso anche arrabbiati tanto da sentire cosi’ forte il desiderio di cambiare aria; tuttavia quando all’estero si viene apprezzati in quanto italiani, la soddisfazione c’è!
Dai commenti di molte persone che ho incontrato ho potuto rendermi conto che del nostro Paese vengono apprezzati, non solo il cibo e la moda, ma anche la cultura, la storia , i paesaggi favolosi, i mari incantevoli.
Ah…e poi mi è sembrato di capire che la nostra lingua, l’Italiano, e’ ritenuta molto… sensuale 🙂 !!!!!Infatti non a caso molti nostri cantanti hanno un seguito enormi qui negli USA, quasi maggiore che in patria.

Andrea_Bocelli          Laura-Pausini

 Zucchero-Fornaciari

Insomma i motivi di orgoglio sono tanti…peccato che altrettanti siano i motivi di vergogna.
Ma questo è un altro discorso.

“L’amore comincia a casa: prima viene la famiglia, poi il tuo paese o la tua città.”

Madre Teresa di Calcutta