The Small Australia

I particolari sono la mia passione. L’originale. Il diverso da me. L’insolito. Quando viaggio ( ma in realtà anche quando mi muovo nel mio quotidiano) vengo affascinata da elementi secondari, rispetto allo scopo “ufficiale” dell’esperienza che sto vivendo in quel momento, che accendono la mia creatività e la mia curiosità.

Probabilmente tutto ciò ha una connessione con il mio tipo di lavoro: è così bello trarre spunti dalla realtà per poi accendere tanti piccole “scintille” nei bambini che mi vengono ogni giorno affidati! Così ecco qui alcune immagini che hanno colpito la mia fantasia e acceso la mia curiosità…..ma anche ,semplicemente, che  hanno sfiorato il mio cuore.

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Arte aborigena: un gusto per il colore, per la forma, per gli accostamenti azzardati che difficilmente stridono. Mi piace. Tutta.

 

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Allora: mi dicono che qui in Australia il cigno nero sia caratteristico tanto quanto il canguro o il koala. Io di cigni neri non ne ho visti!!! Quello che poteva lontanamente avvicinarsi a un cigno nero, è il grigione qui sopra. E siccome tifo per il diverso…I like it!!

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Camminare tutto il giorno stanca, soprattuto se ci sono 35 gradi e zero ombra per ripararsi. Così, giunti ad un adorabile giardinetto nel bel mezzo di Sydney, approfittiamo dello spazio ombroso e fresco che un’enorme quercia ci regala. Dato che la stanchezza è tanta….succede che  ci addormentiamo giusto 5 secondi….e così, all’improvviso, sentiamo un rumore proprio vicino alle nostre teste che ci fa raddrizzare le antenne ! Era lui! Che stava cercando cibo proprio vicino alle nostre orecchie! E con quel becco lì….te lo raccomando!

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Questa è semplicemente  “LA” fotografia. E’ la mia preferita per tanti motivi….scattatata a tramonto inoltrato, con la luna che si affaccia timida, le tinte rosate, l’armonia delle forme. E mentre eravamo lì, seduti su una panchina ad ammirare la baia, con una leggera brezza che ci ristorava, un’artista di strada  suonava con la chitarra una delle mie canzoni preferite, “Every take you  breath”, Ogni respiro che fai”…. Un momento magico.

 

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Creatività allo stato puro!

 

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Idem!

 

 

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Banconote del Monopoli? No, dollari australiani!

 

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Sette tonnellate di fuochi lanciati in diverse location vicino l’Opera House e l’Harbor Bridge hanno lasciando a bocca aperta tutti quanti:  ogni anno c’è un tema diverso, quello di quest’anno è «Inspire» (Ispirare) …e in effetti i giochi di luce e fiamme nel cielo potevano inspirare molti pensieri e sentimenti.

 

 

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Non avete idea di quanto siano grandi le formiche australiane!!!!

 

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Natale tradizionale, Natale “estivo”: quale preferite?

 

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…ma cosa diavolo rappresenta ‘sto coso? Se qualcuno lo sa, me lo dica….

 

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In attesa dello spettacolo pirotecnico già dalla mattina….io non ce l’avrei mai fatta!!!! Meno male che ho prenotato per tempo!

 

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Chissà come diavolo c’è entrato l’albero lì in mezzo!!!!

 

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Ecco….il mio sogno è viaggiare su un pulmino così, senza meta, portata solo dalle onde della vita. Un bacio.

 

Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
non dico che fosse come la mia ombra
mi stava accanto anche nel buio
non dico che fosse come le mie mani e i miei piedi
quando si dorme si perdono le mani e i piedi
io non perdevo la nostalgia nemmeno durante il sonno

durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
non dico che fosse fame o sete o desiderio
del fresco nell’afa o del caldo nel gelo
era qualcosa che non può giungere a sazietà
non era gioia o tristezza non era legata
alle città alle nuvole alle canzoni ai ricordi
era in me e fuori di me.

Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
e del viaggio non mi resta nulla se non quella nostalgia.
— Nazim Hikmet

Dall’altra parte del cielo

Volare fin qui, in Australia, dà la sensazione di cambiare mondo e al tempo stesso di cambiare cielo. Non è soltanto l’idea della lontananza chilometrica che ti fa sentire un po’ spaesato, di più, almeno così è stato per me, la sensazione di trovarsi in un paese all’apparenza moderno, ma in realtà chiuso e conservatore.

I turisti portano soldi, certo, però sono una categoria guardata a volte con fastidio,direi “tollerata”, e infatti, non a caso, le abitudini di apertura-chiusura dei negozi, dei musei, delle attrazioni sono assolutamente immutabili: se capiti a Melbourne a Natale  possono esserci anche 5 milioni di turisti ma trovi tutto, e dico tutto, chiuso. Giusto così, forse. E se per caso Natale capita in sabato e S.Stefano in domenica, allora si recupera il giorno di festa “mangiato” e si rimane chiusi anche il lunedì!

E l’inglese? O ti sintonizzi immediatamente sulla lunghezza d’onda del loro accento a volte incomprensibile, oppure sono cavoli amari: cioè intendo dire… disponibilità a sforzarsi per renderlo più anglosassone, zero. Giusto così, forse.

Capitolo a parte il cibo. Nelle grandi città si trova ovviamente qualsiasi genere di cucina internazionale, ma se soltanto ci si sposta in zone rurali, allora la faccenda cambia, nel senso che gli australiani “doc”del bush non sanno cucinare. I piatti sono un’accozzaglia di elementi buttati a caso o secondo una logica difficile da decifrare anche per la Sfinge e la quantità è inversamente proporzionale alla loro squisitezza, cioè esagerata. Del resto, essendo un popolo di immigrati, senza tradizioni consolidate in loco, giusto così, forse.

Ma l’altra parte del cielo ha molti assi nella manica che consentono a chiunque arrivi fin quaggiù di soprassedere su tutto quanto detto finora: la natura incontaminata, gli spazi sconfinati, i colori accecanti, i panorami seducenti.

E’ la mia seconda esperienza  qui, ma l’Australia è grande: anche questa volta sono riuscita a vedere soltanto una piccola parte di questo mondo…chissà…mai dire mai! 🙂

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Le cadeau de Paris

Questa è stata la mia prima volta a Parigi.

Non posso dire di averla visitata, il tempo a disposizione è stato davvero poco. Posso dire di aver soltanto sollevato un pochino la carta del pacco regalo e di aver intravisto la  magnificenza del dono contenuto. Ho rubato con lo sguardo tutto ciò che potevo, le presenze maestose, gli spazi ampi, le decorazioni imponenti… ma posso solo immaginare quanti e quali scorci di panorami, angoli fatati, particolari curiosi e preziosi si possano nascondere in questa elegante metropoli.

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Così evito di stilare un elenco infinito di luoghi appena sfiorati, per soffermarmi su due “visioni” che in modi diversi mi hanno incantato: una sacra e una profana.

L’incanto del sacro l’ho provato alla Basilica del Sacro Cuore, sopra Montmartre nel punto più altro della città. ( per inciso…ma quanti meravigliosi negozietti, botteghe. laboratori artigianali, antiche librerie ci sono…? che meraviglia!!!! Fortuna che c’era qualcuno a scollarmi da lì….altrimenti sarei ancora  a girovagare fra quei vicoli….). La si vede da lontano, bianca ed elegante, e più ti avvicini più appare nella sua completezza e nella sua serena austerità: ma come un gioco di magia l’impressione di imponenza e solidità che avvertivo da lontano, qui ai suoi piedi, lascia il posto ad una sensazione di leggerezza e quasi fragilità.

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Siamo arrivati sotto la scalinata ormai nel tardo pomeriggio ma ancora c’erano moltissime persone sedute sugli scalini o sull’erba del prato al centro della scalinata ed anche molti venditori ambulanti di souvenir e di bevande.
In cima alla scalinata sotto la terrazza si può vedere una scenografica fontana con una vasca molto grande ma avvicinandosi si viene rapiti dalla bellezza della chiesa. Arrivati in cima non si può non buttare lo sguardo sulla città visto che il panorama è magnifico e dopo il tramonto si può vedere anche la Tour Eiffell illuminata da giochi di luce.

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Tour Eiffel: Il profano. Un altro gioco di magia! Da lontano appare esile, quasi un giocattolo incompleto, poi ti avvicini, ti avvicini, ti avvicini….e proprio sotto alla torre sono finita!!! Qui ho capito quanto imponente fosse, quanta “peso” c’era in quella struttura leggiadra e quanto bene rappresenti Parigi, città vecchia e giovane al tempo stesso.

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Parigi mi è piaciuta, tanto.

Dicevo che è stata la mia prima volta. Sono contenta che anche per mio marito fosse la prima volta.

E’ bello condividere una gioia con la persona che da sempre  condivide con me anche i momenti tristi.

Parigi è stata davvero un bel regalo.

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Jacques Prèvert (Neuilly – sur – Seine 1900 – Omonville-la-Petite 1977)

Paris di notte
Tre fiammiferi accesi uno per uno nella notte
Il primo per vederti tutto il viso
Il secondo per vederti gli occhi
L’ ultimo per vedere la tua bocca
E tutto il buio per ricordarmi queste cose
Mentre ti stringo fra le braccia.

OTTAWA

Siamo arrivati a Ottawa una domenica mattina di luglio e la giornata si preannunciava già molto calda a dispetto della collocazione geografica settentrionale della città.
Abbiamo trovato il parcheggio per l’auto molto facilmente poiché, probabilmente, eravamo riusciti ad anticipare di poco la marea di turisti che a breve avrebbe invaso le vie cittadine.

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Proprio accanto alla zona di parcheggio abbiamo trovato, per caso, il Canale Rideau, un passaggio d’acqua artificiale costruito a metà del XIX secolo che passa attraverso i laghi e alcuni tratti di fiume per collegare Ottawa alla città di Kingston. Questo canale è uno dei motivi di vanto della città e infatti lì intorno sono stati costruiti passaggi pedonali e ciclabili proprio per consentire la vista dei meccanismi che lo regolano. In questo piccolo pezzo di “lungocanale” ci sono varie chiuse che permettono di livellare il passaggio tra due fiumi e noi abbiamo atteso che in un bacino salisse l’acqua per permettere l’apertura del passaggio al bacino successivo.  Siamo poi entrati in uno di questi locali per una piccola sosta: facendo due chiacchiere con il barista , abbiamo scoperto che d’ inverno, quando le temperature vanno molto al di sotto dello zero, il canale diventa la pista di pattinaggio più grande del mondo!

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Usciti dal locale ci siamo diretti verso una collina alta 50 metri, con una magnifica veduta sul fiume Ottawa, che ospita la zona parlamentare, formata da edifici neogotici in arenaria finiti di costruire nel 1860. A me hanno ricordato molto la Westminster londinese. Dicono che in inverno i parlamentari vadano al lavoro pattinando sul fiume ghiacciato… Io immagino i nostri politici a fare la stessa cosa e ….rido. 🙂

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Il parlamento è aperto tutto l’anno per visite guidate gratuite sia in inglese che in francese. Appena arrivati ci siamo prenotati e abbiamo aspettato un’oretta per il nostro turno. Devo dire che ne è valsa la pena! L’interno è davvero bellissimo, la biblioteca è indescrivibile, sono rimasta a bocca aperta! L’interno della camera del governo è caratterizzato da bassorilievi in calcare e arenaria, bellissime le vetrate e l’uso del legno riccamente decorato.

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Al centro di questi edifici vi è un bellissimo prato all’inglese dove abbiamo avvistato delle deliziose marmotte, ovviamente sono corsa a fotografarle ma queste sono scappate come dei razzi… non scappano invece le guardie a cavallo, impegnate a pattugliare la zona.
Proprio davanti al parlamento, al centro di una vasca, il Centennial Flame brucia perennemente per celebrare il centenario della confederazione.  Molto bella anche la torre dell’orologio, chiamata Torre della pace.

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Con una camminata di circa mezz’oretta,siamo arrivati al punto panoramico Nepean Point segnato dalla statua di un nativo: da qua si puo’ vedere tutto il centro di Ottawa e c’è una bellissima veduta sulla collina del Parlamento. A poco distanza si trova la National Gallery: edificio di vetro e granito che ospita la miglior collezione di belle arti del Canada. Ad accogliere i visitatori, all’esterno dell’edificio, c’è un’enorme statua di un ragno alta 5 metri o forse più, davvero orrenda, che faceva parte di una mostra temporanea del museo.

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Dall’altra parte della strada c’è la Cattedrale di Notre-Dame costruita nel 1860. Da fuori non sembra niente di eccezionale mentre dentro è meravigliosa e caratterizzata da uno splendido soffitto in stile gotico, da intarsi in mogano dipinti in alcune parti per sembrare in pietra e da vetrate bellissime.

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Siamo tornati verso la macchina passando per il quartiere di Byward market che è nel centro cittadino di Ottawa. E’ un ottimo posto per rilassarsi: ci sono bancarelle che vendono fiori, ortaggi, cose artigianali, …e anche l’architettura di alcuni edifici è molto interessante (ad es.: in passato, uno degli edifici che è ora un ristorante era un tempo stalla).

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Ottawa è la città canadese che ho maggiormente apprezzato: l’ho trovata composta ma vivace, allegra ed elegante, colta ed interessante.

Mi piacerebbe tornarci!

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DUBAI

E’ difficile descrivere una città come Dubai: al primo sguardo può sembrare niente di più che un cantiere a cielo aperto!
I grattacieli compiuti sono di gran lunga meno numerosi di quelli in costruzione e, addirittura, meno delle zone desertiche recintate in previsione di future costruzioni.
Le strade trafficatissime serpeggiano fra sottopassi e sopraelevate e si incuneano fra questi giganti che riflettono impietosi la luce del sole.
Non è una città che risponde ai canoni europei: niente marciapiedi, niente piazze, niente portici. Il sole illumina tutto in modo uniforme e niente risalta più di altro; ci si trova quasi abbagliati dalla sua luce mille volte replicata dalle immense vetrate.
Di giorno Dubai non è bella.

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Poi arriva la notte e tutto cambia.
Ciò che di giorno quasi infastidiva, con l’oscurità affascina: così diventa piacevole viaggiare di sera fra questi giganti illuminati, alzare lo sguardo per scoprire la luce più lontana e alta nel cielo, stupirsi di come una città non città sappia inventarsi luoghi di incontro e di svago.

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Dubai dà la sensazione di essere un futuro già vecchio: difficile da spiegare… è come se il progetto di questa città sorta nel deserto sia stato ideato per mostrare al mondo la potenza dell’emirato ma, in realtà, ne renda evidenti i limiti.
Nulla può regalare a questo luogo un fascino diverso che non sia quello del deserto; nulla possono fare le stratosferiche cifre investite in progetti faraonici contro l’assenza di un percorso di arte e storia secolare che renda la città un valore a sè stante.
Per questo sembra di stare in futuro già vecchio: perché il futuro senza radici è solo un illusione.

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In realtà queste riflessioni sono frutto di pensieri successivi al mio viaggio: mentre mi trovavo a Dubai l’incantesimo del tutto nuovo, del tutto in grande, del tutto “di più” ha funzionato. Ho trascorso giorni col naso in su per ammirare iperboliche costruzioni, ho sperperato molti soldini in mall lussuosissimi e stravaganti ( con acquari, baite e piste da sci annesse!!) e ho goduto della lunga spiaggia e del sole onnipresente.

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Questo è ciò che ci si deve aspettare da Dubai per non tornare delusi.
Per il resto…rivolgersi altrove!

“Non c’è futuro. Il futuro è una scatola vuota in cui metti tutte le tue illusioni. Tutto quello che non hai fatto, tutto quello che avresti voluto fare – puff, puff, puff! Lo metti nel futuro. E anche il passato è solo memoria, una scatola chiusa in cui hai messo quello che ti ci piace mettere e da cui hai cacciato quello che non ci vuoi. Anche il passato è inesistente, in fondo.

L’unica cosa vera è che ora siamo qui, sul prato.
Ora. Qui. Eccoci qua.

Ora ci siamo.”

Tiziano Terzani, La fine è il mio inizio

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The lost generation

Leggere per dare forma e contenuto al sogno: è una delle attività che più appagano la mia vita. Adoro scoprire particolarità, sfumature, curiosità dei luoghi che un giorno visiterò, così come adoro trovare discrepanze fra ciò che avevo immaginato e la realtà inevitabilmente differente.
Capita a volte, però, di incappare in notizie che hanno il potere di mettere in discussione il desiderio di vivere quell’avventura: mi è successo oggi, mentre leggevo un testo relativo alla cultura aborigena, alla loro particolarissima religione, da cui deriva un’ altrettanto originale arte.
Le chiamano le “generazioni rubate”: è successo che per tutto il XIX secolo, fin quasi agli anni ’60, almeno 100.000 bambini aborigeni siano stati deliberatamente sottratti alle loro famiglie dal governo australiano e dalle missioni ecclesiastiche. Questi bambini erano messi in istituto o affidati a famiglie bianche e obbligati a rinnegare la loro lingua e cultura. Le famiglie d’origine non avevano più modo di sapere nulla di loro: i bambini erano persi per sempre. Alcune leggi paternalistiche davano ai governi statali un ampio potere di sequestro dei piccoli indigeni, senza la possibilità di ricorso da parte delle famiglie. Avevo tempo fa visto un film che aveva accennato a questa vicenda, ma non ne avevo capita la vera entità!
La motivazione di tutto ciò? Questa politica aveva l’apparente fine di proteggere i bambini e garantire loro l’istruzione, ma le associazioni per la protezione degli aborigeni erano convinte che si tentasse di sradicarli per risolvere il “problema degli aborigeni”.
Molti cittadini bianchi rimasero all’oscuro della situazione fino al 1997, quando fu pubblicato un rapporto intitolato “Bringing them home”( Riportarli a casa): nel dossier si sosteneva che la politica dei trasferimenti coatti costituiva una grave violazione dei diritti umani, un “atto di genocidio mirante a spazzar via le famiglie, le culture e le comunità indigene”.

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La cosa che più mi ha indignato è che nonostante l’evidenza, ci fu ancora il coraggio da parte dell’allora primo ministro John Howard di rifiutarsi di porgere le scuse del governo e quindi anche ogni possibilità di risarcimento, perché “l’Australia non può essere ritenuta responsabile per le azioni delle generazioni precedenti”.
Alcuni conservatori addirittura negarono i fatti affermando che tutti i bambini di cui si parlava erano stati abbandonati o ceduti volontariamente dai genitori.
Solo nel 2007 il nuovo primo ministro espresse in Parlamento le scuse formali per le perdite e le sofferenze patite dalla popolazione indigena.

Ma come si può pensare e poi realizzare certe azioni aberranti come questa e avere la presunzione di ritenersi un paese civile? Rimango ogni volta scossa da quanto l’uomo possa diventare cinico e crudele.
E non è finita qui: oggi i pochi aborigeni rimasti vivono una vita misera ed emarginata.

Sono diventati un popolo di parassiti, inutile e privo di tutto, abitano i ghetti (o le riserve) poverissimi e fuori mano ma, soprattutto, sono precipitati nella spirale di un degrado senza fine e cadono sempre più nella perdizione dell’alcolismo: stanno insomma diventando inconsapevoli collaboratori di chi, dopo averli derubati di tutto, se ne vuole ora sbarazzare lasciandoli marcire in un angolo.
Ho letto dati sconvolgenti: un allarmante numero di aborigeni fra i 25 ed i 54 anni si suicida. E’ una intera generazione (la chiamano “The lost generation”, la generazione perduta) di uomini e donne incerti sul loro posto nel mondo.

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In tutte le statistiche che ho avuto modo di consultare gli aborigeni risultano sistematicamente essere i peggio trattati, i più svantaggiati, discriminati, stranieri e di troppo nella terra che solo poco più di due secoli fa era loro e abitata da loro soltanto da tempo immemorabile.
E’ inammissibile, eppure è la realtà.
E tornando alla mia lettura…certe volte è meglio non sapere.

“Vostro onore in questi due mesi io ho trovato una casa. L’ho rimessa completamente a nuovo e l’ho resa un ambiente confortevole per figli, così lei si espresse. Ho e conservo un posto di magazziniere, perciò mi sono conformato alle sue richieste e in anticipo. In merito al mio comportamento, invoco l’infermità mentale perché, da quando nacquero i miei figli, dall’istante che li ho guardati, io ero già pazzo di loro, quando li ho presi in braccio ero già steso. Sono prole dipendente signore. Io li amo con tutto il mio cuore e l’idea che mi si dica “Non puoi vivere con loro o vederli ogni giorno”, sarebbe come dirmi “Ti tolgo l’aria”. Io non vivo senza l’aria e non vivrei senza i miei figli! Io farei qualunque cosa, voglio stare insieme a loro, è un bisogno irrinunciabile, siamo una sola cosa e loro sono tutto per me, hanno bisogno di me come io di loro! Perciò io la prego, la prego non mi separi dai miei bambini. Grazie.”

Daniel Hillar dal film “Mrs Doubtfire”

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It’s magic

Non credo che esista il luogo perfetto.
Credo, però,esistano luoghi magici per ciascuno di noi, che aderiscono in maniera totale ai nostri stati d’animo e, come amici premurosi, riescono a farci stare meglio anche solo con un panorama, un profumo, o un tepore rigenerante.
Uno dei “miei” luoghi magici l’ho trovato ad Aruba.
Ho potuto visitare nel corso degli anni diverse isole tropicali e, onestamente, dopo una settimana di vacanza e di riposo, il desiderio di tornare si è sempre fatto sentire, nonostante la bellezza dell’ambiente naturale e i ritmi di vita rilassati e spensierati.
Ad Aruba non mi è successo.

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Il primo viaggio su quest’isola è stato per me una rivelazione.
“Bon Bini” in “one happy island”! è il “benvenuto” in Papiamento, la lingua di Aruba, che in ogni dove si sente pronunciare.
Perché la vera sorpresa di un viaggio in quest’angolo di Caraibi, è data dalla gente che qui vive. Gli Arubani sono un incredibile mixage di vitale etnicità, retaggio storico, cultura ancestrale, modernità assoluta; il tutto, condito e reso spumeggiante da una genuina voglia di vivere che si manifesta in una spontanea apertura mentale e comportamentale verso chi approda nella loro isola.
Aruba è un’ isola insolita, fisicamente diversa dalle molte della corona caraibica. Non ci sono grandi vette e la vegetazione non è ricca come in altri luoghi. Tuttavia è una terra che presenta caratteri distintivi che la rendono davvero meritevole di essere conosciuta.
Gli alisei che arrivano dall’Atlantico mitigano costantemente il calore di un sole tropicale: è una specie di perenne primavera-estate.

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Mi sono innamorata del Parco Nazionale di Arikok: qui
i colori dominanti sono quattro: il blu del mare all’orizzonte, il verde delle collinette punteggiate di cactus, i toni sfumati e bruniti delle argille del plateau centrale e il bianco intenso delle dune sabbiose che in alcuni punti rubano lo spazio alla costa rocciosa.
Oltre quaranta chilometri di sentieri e bellissime passeggiate: inoltrandosi nel parco, si scopre di essere soli, stradine sterrate e spesso nemmeno queste, agavi e cactus a perdita d’occhio, rocce e pietre levigate o sconnesse dai venti e dalle acque marine che i visitatori, un po’ dappertutto, ammonticchiano una sopra le altre a creare piccoli altarini votivi.
Dove la terra finisce, il grande mare caraibico lambisce una costa rocciosa dai mille anfratti, nei quali il mare in alcuni punti si insinua sotto archi di pietra.

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Ma i motivi del mio amore per Aruba sono tanti:
sempre accompagnato dalle folate del vento che tutto avvolge e rinfresca, immaginate un luogo in cui il cielo non vi sovrasta, vi attraversa; l’aria non si respira, si assapora, il tempo scorre, non corre ed il sistema nervoso si sistema, non s’innervosisce.
Un luogo dove la gente non t’incrocia, ti saluta, dove tutto è vero, anche le cose spiacevoli, perché tutto è vita.
La pienezza del vivere qui è uno stato dell’anima, prima ancora che uno stato mentale: è imparare a perdere tempo scrutando una lucertola dalla testa arancione fare le flessioni, è disegnare con gli occhi il contorno di una pianta di aloe che si staglia sullo sfondo del cielo basso e turchese, è osservare un meccanico che non sa da dove cominciare a riparare il motore della vostra auto.
C’è sempre la possibilità di emozionarsi davanti a un tramonto breve sapendo che il giorno dopo, comunque andrà, ce ne sarà uno apparentemente identico ma dalle sfumature inedite; di imparare che non è vero che se non si desidera tutto non si otterrà nulla, che accontentarsi non è sempre una sconfitta e che vivere alla giornata è un buon metodo per aggiornare l’esistenza.

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Qui c’è un silenzio pagano, un ruggito religioso, uno stato d’animo magico che sembra fare male e invece
è un bene incurabile.
Qui anche l’amore eterno sembra possibile.

Se saprai starmi vicino

Se saprai starmi vicino,
e potremo essere diversi,
se il sole illuminerà entrambi
senza che le nostre ombre si sovrappongano,
se riusciremo ad essere “noi” in mezzo al mondo
e insieme al mondo, piangere, ridere, vivere.
Se ogni giorno sarà scoprire quello che siamo
e non il ricordo di come eravamo,
se sapremo darci l’un l’altro
senza sapere chi sarà il primo e chi l’ultimo
se il tuo corpo canterà con il mio perchè insieme è gioia…
Allora sarà amore
e non sarà stato vano aspettarsi tanto.
(Pablo Neruda)

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Non ci torno più!

Mi è capitato raramente, ma mi è capitato.
Chiedersi, proprio prima di partire : “Ma chi me l’ha fatto fare?” o anche “ Perché non sono rimasta a casina mia?”.
Ma ormai è tardi, il portellone dell’aereo è chiuso e le cinture di sicurezza allacciate.
Nella fattispecie, l’aereo è un aeroplanino di carta, o quasi, con un’elica ridicola, un carrello d’atterraggio fatto di grissini e i finestrini di zucchero filato.
No, non è vero. Però in quel momento l’impressione avuta è stata proprio questa.

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Mi trovato ad Adelaide e stava per avere inizio un’escursione a Kangaroo Island che avevo sognato per mesi. Immaginavo di arrivare su quest’isola, interamente parco naturale, e di partecipare ad un’ escursione nella fauna e flora tipiche australiane, senza avere idea di dover correre rischio alcuno: non mi ero posta il problema dei trasferimenti e tantomeno del soggiorno sull’isola.
Invece l’esperienza si è rivelata al tempo stesso una delle più eccezionali ma anche più “impegnative”, emotivamente parlando, della mia vita.
Il volo di andata, 45 minuti, mi sembrò lungo quanto la traversata dell’Oceano Atlantico: il rumore dei motori era molto forte, pareva di esserci seduti sopra ( e forse ci eravamo per davvero!), ma soprattutto il veivolo sembrava completamente in balia dei venti, fortissimi, che spirano costantemente in quel braccio di mare che separa la costa dall’isola.
La situazione era talmente preoccupante che rimasi quasi sorpresa di essere riusciti ad atterrare: molto probabilmente non avevo dato il giusto peso all’esperienza del pilota che immagino conoscesse questo tratto di cielo come le sue tasche.
Superato questo inizio semi-drammarico, l’escursione si è poi rivelata davvero indimenticabile: su quest’isola sono riuscita ad osservare da vicino, nel loro ambiente naturale, molti animali tipici dell’Australia: oltre a molti canguri e koala, siamo riusciti a “spiare” una rarissima echidna ( una specie di riccio gigante) e un’aquila bianca; ci siamo anche divertiti ad osservare alcuni momenti di vita di una colonia di leoni marini.

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Inoltre i paesaggi, le coste, il mare circostante hanno fatto da meravigliosa cornice, mostrando una natura ancora incontaminata.

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L’escursione prevedeva anche un pernottamento sull’isola in una struttura abbastanza spartana: essendo, infatti, un parco naturale, si è evitato di urbanizzare zone molto ampie, preferendo costruire edifici ecosostenibili.
Tutto bene, fin qua: anch’io sono d’accordo sui principi ecologisti.
Il fatto è che poco prima di ritirarci nella nostra stanza, la guida, a un certo punto, richiama l’attenzione su un piccolo ragnetto nero appeso in un angolo del patio.
Ci dice che quello è un ragno dei cunicoli: non è mortale ma il suo morso può provocare dolori molto forti, semiparalisi e disturbi che si prolungano per molti mesi. Dice anche che difficilmente entrano in locali chiusi, preferendo nidificare all’esterno o sugli alberi ma che, comunque, è bene dare sempre un’occhiata in giro per sicurezza.
Bene! Secondo voi, io, che ho ribrezzo e terrore anche dei nostri ragnetti casalinghi, ho dormito quella notte?
Fortunatamente la sveglia per la seconda parte della visita guidata era alle 5 del mattino, così la mia veglia, seduta rigida sul letto come un baccalà, non è durata poi molto! Ma che nottata!
Il resto della giornata lo abbiamo trascorso all’interno di boschi di eucalipti, fra koala addormentati sugli alberi e canguri appostati come sentinelle fra i cespugli.

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Non avrei più voluto venire via da lì!
Ma, purtroppo, abbiamo dovuto avviarci verso quello che per me era diventato un incubo: l’aeroplanino di carta.
L’onnipresente vento faceva prevedere un decollo da cardiopalma e un volo di ritorno altrettanto preoccupante.
Inutile dire che ogni previsione è stata rispettata: io me ne stavo seduta nel mio seggiolino ( perché chiamarlo sedile sarebbe stato veramente un complimento) e nella mia mente frullavano in continuazione due pensieri: il primo, che veniva pronunciato da una piccola Luisa sadica, sosteneva che “ hai voluto vedere i koala e i canguri? bene, ora che li hai visti, non potrai raccontarlo a nessuno, e sai perché? perché ora precipiterai!”; l’altro pensiero, pronunciato da un’altra piccola Luisa, ancora più sadica della precedente, diceva che “ la colpa di tutto questo è solo tua: sai perché ora precipiteremo? perché tu non stai pensando ad altro… e si sa che il pensiero ha potere autodeterminante: pensi che precipiterai e così sarà!”.
E nonostante cercassi di distogliere il pensiero, posso garantire che quei 45 minuti di ritorno sono stati i più lunghi della mia vita.
Tanto che, una volta atterrati, il primo commento che è uscito dalla mia bocca, parlando con mia sorella, al telefono, di Kangaroo Island, è stato: “Non ci tornerò mai più!”.

p.s.: se avete l’occasione, andateci: ne vale la pena 🙂

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“Ma i veri viaggiatori partono per partire e basta:
cuori lievi, simili a palloncini
che solo il caso muove eternamente,
dicono sempre “Andiamo”,
e non sanno perchè.
I loro desideri hanno le forme delle nuvole.”
(Charles Baudelaire)

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Cerco la via

La mente frulla. E quando frulla significa una cosa sola: che è giunta l’ora di fare sul serio e di iniziare a programmare con determinazione la nuova avventura.
In effetti fra un viaggio e l’altro mi capita spesso di “posizionarmi” in una sorta di limbo: tutto ciò che ho vissuto nell’esperienza di viaggio precedente mi rimane addosso come una copertina di Linus, mi coccola, mi fa stare bene e riesce a sorreggermi nel procedere della mia vita quotidiana, fra lavoro e famiglia.

Ma arriva il giorno in cui la copertina si fa stretta, non scalda più come prima e la mente smette di frugare nei ricordi recenti e ,anzi, preferisce allontanarsi in memorie lontane.
E’ allora che iniziano ad affacciarsi idee, desideri e azzardi che un tempo sarebbero stati sopiti e che ora invece vengono accolti come nuova energia.
Adesso è l’idea del futuro che mi sorregge, la voglia di inventarmi un percorso diverso, la curiosità di scoprire il nuovo.
E così inizio a raccogliere indizi, a sondare nuove possibilità e a spingermi, con la mente, in progetti azzardati sino ad arrivare a definire il percorso che più mi rappresenta, adesso.

In verità, nella mia scatola dei sogni, sono tanti i progetti ideati e poi lasciati lì, ad attendere il momento migliore per realizzarlo.
Magari non verrà mai, o forse sì, chissà…
Ho tra le mani il piccolo quaderno che avevo usato bene 15 anni fa, per trascrivere i dettagli di un viaggio che avrei voluto realizzare, cioè vedere i Castelli nella Valle della Loira: itinerario diviso per giorni, elenchi di castelli, edifici, paesi, parchi, notizie pratiche, hotel, itinerari stradali, appunti…
Non ci sono mai andata.
ll progetto è rimasto lì, sullo scaffale per 15 anni e molto probabilmente ci rimarrà ancora per un po’.
Ma ricordo come fosse ora l’entusiasmo messo nella preparazione del viaggio, l’emozione nello scoprire nuovi luoghi da conoscere e il divertimento che avevo provato mentre creavo dal nulla una nuova storia da vivere.
Perché alla fine ciò che davvero conta è lasciare libera la mente, ritagliarsi ogni giorno un momento di gioco per dar vita a un qualcosa di “nuovo”: chi l’ha detto che solo i bambini devono giocare?

Comunque: penso che un buon punto di inizio per la mia nuova storia potrebbe trovarsi molto lontano da qui.
Vorrei tornare dove già molti anni fa ero stata ma disegnando nuove vie e differenti esperienze, pur rivedendo alcuni luoghi amati.
Vorrei capire se gli anni passati hanno modificato il mio sentire e se i luoghi sono cambiati insieme a me, oppure se il rivedere può significare un rivivere in toto certe emozioni.

Ma è ancora presto per definire…per ora lascio la mente vagare.
E’ bello anche così.

Dove son già fatte le strade, io smarrisco
il cammino.
Nell’oceano immenso, nel cielo azzurro
non è traccia di sentiero.
La via è nascosta dalle ali degli
uccelli, dal fulgore delle stelle, dai fiori
delle alterne stagioni.
E io domando al cuore, se il suo sangue
porti seco la conoscenza dell’invisibile via.

Tagore

girandola+viaggio+sostenibile+camminare+scrivere+mondo+terra+pulita

Turks & Caicos Islands

Una delle prime cose che avevo letto riguardo queste isole era che nel 1965 l’operatore telefonico della capitale svolgeva anche la mansione di secondino della prigione locale, e la rete di telecomunicazioni non era altro che un vecchio telefono in una baracca di legno. La cosa mi aveva davvero incuriosito e così io e mio marito abbiamo deciso di trascorrere alcuni giorni in dicembre nell’arcipelago delle Turks and Caicos.
L’arcipelago è composto da diverse isole; noi siamo atterrati a Providenciales, detta Provo, per trascorrere una settimana di vacanza balneare.

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Appena arrivati ci siamo subito resi conto che queste isole dal nome curioso forse non sono le più belle dei Caraibi, coperte come sono di cactus e di spinosi alberi di acacia, ma le splendide spiagge chilometriche e la coloratissima barriera corallina non fanno rimpiangere le foreste verdeggianti di altre isole vicine.

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Il tassista che ci ha accompagnato al nostro resort ci ha raccontato che fino al 1964 l’Isola di Providenciales era assolutamente priva di veicoli a motore.
Oggi invece Provo è diventata l’isola più sviluppata dal punto di vista turistico, con numerosi villaggi, un campo da golf con 18 buche, e chilometri e chilometri di strade. Insomma…il mio primo pensiero è stato: come rovinare un paradiso!
Ma del resto anche noi eravamo lì…a godere dei servizi di chi aveva costruito queste strutture…quindi…

Abbiamo subito notato che la maggior parte dei turisti erano statunitensi. Pochissimi gli europei, soprattutto francesi e nessun italiano.

Nel corso della settimana abbiamo visitato un pochino l’isola con un’auto a noleggio, alla scoperta delle spiagge più solitarie ed incontaminate. Occorre tener presente che solo le strade principali di Provo sono asfaltate e quindi è preferibile avere un fuoristrada (ma non indispensabile, perché anche le strade sterrate sono in discrete condizioni). A Provo si guida a sinistra,inoltre le rotatorie, frequenti, si percorrono in senso orario e quindi opposto al nostro. Il traffico però è scarso e la velocità normalmente moderata e quindi, con un po’ di accortezza, si può andare in giro facilmente.
Abbiamo deciso di dirigerci sull’altro lato dell’isola ed abbiamo raggiunto Sapodilla bay; è una bella spiaggia di sabbia bianca, di medie dimensioni e molto poco frequentata. Il mare era calmissimo come ci aspettavamo e il vento più che sopportabile.

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Nel proseguimento della nostra perlustrazione, abbiamo scoperto che sull’isola c’è anche la Caicos Conch Farm, l’unico luogo al mondo dove vengono allevate le Conchiglie della Regina fino ai quattro anni di età, prima di essere cucinate nei ristoranti locali o esportate.

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Ciò che davvero ha conservato una bellezza quasi commovente è la spiaggia Grace Bay: la spiaggia é lunga 18 km è molto bella e ampia tanto che si ha l’impressione di essere soli in quella meraviglia. Ed è su questa spiaggia che ho trascorso buona parte della vacanza: è stato davvero godibile,riposare, passeggiare, oppure leggere e scrivere avendo come coreografia naturale un’immensità di bianco e azzurro.

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Quando passeggiavo sulla spiaggia mi accompagnava sempre una leggere brezza; il mare di un bellissimo color turchese ma sempre screziato da mille sfumature di tonalità ora più chiare ora più cupe.
Spesso ho potuto allungare lo sguardo sino al limite dell’orizzonte senza vedere altro essere umano vicino a me…una sensazione stranissima quella di sentirsi completamente soli, lontano da tutto ciò che non è natura. Questo pensiero mi ha fatto, a volte, vacillare…non so se era timore di qualcosa, o forse, al contrario, attrazione.
Ma la testa si faceva leggera, il cuore anche e sentivo ogni poro della mia pelle respirare l’infinito.

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NAZIM HIKMET – Arrivederci fratello mare
 
Ed ecco ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare
mi porto un po’ della tua ghiaia
un po’ del tuo sale azzurro
un po’ della tua infinità
e un pochino della tua luce
e della tua infelicità.
Ci hai saputo dir molte cose
sul tuo destino di mare
eccoci con un po’ più di speranza
eccoci con un po’ più di saggezza
e ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare.

St. Augustine and Cape Canaveral

Nelle ultime due tappe del viaggio in Florida abbiamo deciso di toccare i due antipodi di questa terra americana: la cittadina più antica del sud-est americano e il centro spaziale più moderno degli USA.

Siamo partiti la mattina presto da Miami e in 4 ore abbiamo raggiunto St. Augustine che si trova sulla costa orientale della Florida: qui abbiamo potuto osservare modesti edifici a un piano del XVIII sec. accanto ad imponenti strutture architettoniche del XIX sec., fatte costruire dalle ricche famiglie che abitavano più a nord e venivano a svernare in città.
E’ una cittadina conservata molto, molto bene e si vede che ci tiene a mantenere la sua identità “antica” anche e soprattutto a beneficio del turismo!

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Appena arrivati, abbiamo ammirato il Castillo de San Marcos, una roccaforte spagnola che affaccia proprio sul mare.
A difesa di St. Augustine dall’inizio del XVIII secolo, il castello dalle mura in pietra coquina resistette a ogni attacco nemico di cui fu oggetto e oggi rappresenta uno degli esempi meglio preservati di fortificazioni spagnole coloniali del Nuovo Mondo.

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Poi ci siamo avviati verso il centro storico ma, prima, abbiamo fatto una tappa per visitare la Cathedral of St. Augustine.
Una facciata e un campanile smerlati caratterizzano la più antica parrocchia cattolica della nazione. All’interno, massicce travi in legno decorato supportano l’alto soffitto a colori decorato in stile cubano. Un grande elemento ornamentale d’oro e legno bianco, che incorpora l’altare di marmo della chiesa originaria, impreziosisce ulteriormente il santuario.

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Il centro storico di St. Augustine è molto carino: ci sono piccoli negozi veramente caratteristici e davvero a tratti sembra di essere trasportati indietro nel tempo! Abbiamo visto persino alcune donne in giro in costume d’epoca, il tutto per ribadire il primato di città più antica d’America di St. Augustine!

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Una delle cose più belle da vedere è indubbiamente la scuola! Una scuola di legno che è certificata come la scuola più antica d’America.

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Al termine del giro nel centro storico, siamo andati a vedere il faro: io adoro i fari e quello di St. Augustine è bellissimo e anch’esso molto antico! Infine, abbiamo fatto un giro sul pontile che affaccia sull’azzurro mare della Florida!

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La mattina dopo siamo partiti per Cape Canaveral: ci incuriosiva molto l’idea di visitare il Kennedy Space Center della NASA e la Cape Canaveral Air Force Station dell’aeronautica statunitense..
Cape Canaveral fu scelta come sede del Kennedy Space Center per la sua posizione ideale: si trova infatti affacciata sull’oceano Atlantico (i test missilistici erano diretti in mare), ed è costruita in modo da poter sfruttare al meglio la spinta dovuta alla rotazione terrestre.
Il viaggio verso questa zona che si trova in mezzo al nulla, in una zona piuttosto paludosa, è stato davvero affascinante. Complice le prime luci del mattino e la presenza di una bassa nebbia rarefatta, sembrava di attraversare una terra fatata. Già da lontano, il colpo d’occhio è spettacolare: abbiamo trovato un missile ricostruito per segnalare l’entrata .
All’ ingresso alcune strutture si possono girare tranquillamente da soli, invece per visitare il resto del centro sono a disposizione dei pullman, ogni 15 minuti circa, con la guida che conduce vicino alla rampa di lancio. Abbiamo potuto osservare il grande mezzo che trasporta le navicelle, toccare da vicino i primi missili, ed entrare in alcune navicelle.

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Il contatto è reale, si tocca con mano in che poco spazio siano stati costretti a volare, si vedono le prime tute fino ad oggi, il wc, i pasti, il letto. Mi hanno molto colpito queste piccoli particolari della vita quotidiana che chiaramente sono costati anni di progettazioni.
Tutto la visita è studiata in modo cinematografico: molti filmati, colpi di scena, montaggi scenografici degni di un regista. Memorabile lo sbarco sulla Luna, (non invidio l’omino che ogni 2 ore fa finta di sbarcare sulla Luna), e la ricostruzione della partenza dell’Apollo, fatta nella vera sala in cui è accaduta, e lasciata esattamente così, telecamere comprese, dove ci si siede e si rivive quel momento, con l’animazione del pavimento che sembra muoversi e il boato esterno ( ho avuto quasi paura!!).

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È stato davvero emozionante!

Un bel modo per congedarsi dalla Florida. 🙂

Canto alla luna

La luna geme sui fondali del mare,


o Dio quanta morta paura


di queste siepi terrene,


o quanti sguardi attoniti


che salgono dal buio


a ghermirti nell’anima ferita.

La luna grava su tutto il nostro io


e anche quando sei prossima alla fine


senti odore di luna


sempre sui cespugli martoriati


dai mantici


dalle parodie del destino.


Io sono nata zingara, non ho posto fisso nel mondo,


ma forse al chiaro di luna
mi fermerò il tuo momento,


quanto basti per darti


un unico bacio d’amore.

(Alda Merini)

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Miami and Palm Beach

Spiagge ed edifici Art Dèco. Questo è ciò che vale la pena di vedere a Miami Beach ( da non confondere con la città di Miami che si trova a circa 20 miglia all’interno della costa).
Per il resto si tratta di un insieme di hotel, resort e centri commerciali che nulla hanno di interessante.
La zona più caratteristica è sicuramente South Beach: qui si trova ,infatti, l’’”Art Déco Historic Districts” che è il luogo con la più alta concentrazione al mondo di architettura Art Déco. Dalla Ocean Drive alla Collins Avenue, da Lincoln Rd. a Espanola Way, si possono ammirare hotels, appartamenti e altri edifici in questo stile costruiti tra 1923 e 1943.
In particolar modo, il frequente utilizzo di elementi tropicali all’interno delle decorazioni (come fenicotteri, palme e fiori), dei motivi nautici e delle tonalità pastello (come il giallo, il celeste, il lilla e il rosa) ha comunemente ribattezzato questo movimento, nel caso di Miami, Tropical Art Déco.

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Mi è piaciuto molto passeggiare per Ocean Drive ed ammirare questi palazzi che danno l’impressione di essere grandi scenografie di cartapesta, tanto sono delicati nei loro colori pastelli e stravaganti nelle decorazioni.

 

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Ma è Miami città che più mi ha colpito: le sfaccettature, le culture, le atmosfere presenti sono molteplici e tutte a loro modo affascinanti. E’ un mix di molte cose E la diversità è la caratteristica principale che la contraddistingue: lo si vede già dalle popolazioni caraibiche che la popolano influenzandola nella sua cultura e dalla gente bizzarra ed eccentrica che la raggiunge da tutto il mondo attirata forse dallo spirito glamour del posto.
Mi sono letta un po’ di storia di questi luoghi e ho scoperto alcune cose interessanti: fu una tempesta di ghiaccio che colpì la Florida nel 1895 a spingere la gente a trasferirsi qui, questo perché il grande gelo di quell’evento aveva spazzato via la più grande industria dello stato improntata sulla coltivazione d’agrumi… Nel ventesimo secolo molti imprenditori cominciarono ad edificare strutture caratteristiche art decò, furono le rivoluzioni dell’America Latina e dei Caraibi ad attirare molti immigrati qui… ed è per questo che socializzando con la gente del posto si incontrano molti Latino Americani tra cui la maggior parte  cubani e che lingua molto diffusa non è solo l’inglese, ma anche lo spagnolo…

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Miami negli anni ottanta ha attirato qui molti artisti famosi tra cui modelle, attori, architetti di fama mondiale attirati da quel bel mondo che hanno trasformato South Beach per come si presenta ora.
Il fascino di questa città venne anche immortalato in film famosi come Scarface e Miami Vice .

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Il cielo , il mare e la spiaggia, soprattutto al tramonto…sono da ricordare.

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Una cittadina che mi ha colpito, ma in senso negativo è Palm Beach, che si trova a circa 80 miglia da Miami sulla costa est.

E’ definita la città dei pensionati d’oro d’America e in effetti l’impressione che ne ho avuto non appena arrivata è quella del superfluo ostentato e delle improponibili architetture.Il nome evoca paradisi di relax e di palme sul mare. Ma l’effetto idilliaco si limita a poche oasi, per lo più private. Per il resto prevale un mare torbido, sabbia grigiastra, edifici da periferia e vegetazione scarsa.

Il centro storico, se così si può definire, è costituito da due strade parallele, collegate fra loro da piccole traverse che corrono perpendicolari all’Ocean  Boulevard. La più importante è Worth Avenue.

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In poco più di un chilometro sono concentrate le più famose firme della moda, della gioielleria, del design, le gallerie d’arte più accreditate, antiquari dai prezzi inarrivabili, parrucchieri  sofisticati,  ristoranti trendy.
I negozi, se non si chiamano Chanel, Tiffany, Gucci con le stesse dimensioni dei corrispondenti sulla Fifth Avenue a New York, sono boutique di super nicchia, gestite direttamente dai proprietari. Ho provato ad entrare in alcuni negozi, per curiosità non perché volessi sperperare le mie finanze, e devo dire che davvero non avrei saputo cosa acquistare…non mi piaceva niente!
Vi si vende solo cashmere, o solo bluse e babbucce in seta ricamata, o solo ricercati guinzagli e costose cucce per cani, o solo cappelli di paglia o cioccolatini “gioiello” !!!

 

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C’è anche chi propone attrezzature da giardino, ma non aspettatevi di vedere sedie di paglia e ombrelloni; in vendita fontane barocche in pietra, panchine in marmo, vasi con volute corinzie, statue di ninfe e satiri, tutto datato almeno ottant’anni fa.
E non parliamo delle case…no anzi, parliamone!

Le più “pregevoli”, indicate dalle guide, sono datate ai primi del Novecento. Sono palazzotti con bifore da Canal Grande che si alternano a castelletti in stile fiorentino. Le decorazioni a piastrella portoghesi si incrociano con quelle di ceramica genere Positano. Le stradine? Si chiamano Piazza Torlonia o Via Paris (scritte proprio così) mentre un piccolo gioielliere sceglie come insegna la scritta “Verdura”. Mah!

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Persino i mezzi di trasporto sono surreali. Le auto hanno solo dimensioni gigantesche: o sono da corsa adatte a un circuito, o fuoristrada per attraversare il deserto, o limousine allungate per ospitare comodamente dieci persone.

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Dicevo prima che la vegetazione è molto scarsa; infatti per trovare il verde e gli alberi bisogna percorrere Ocean Boulevard, che costeggia l’Oceano, dove si affacciano le ville dei pensionati di lusso.
Tutte in uno stile anonimo, sono caratterizzate da prati all’inglese splendidamente tenuti, piscine di dimensioni olimpioniche, vetrate che lasciano intravedere arredi principeschi.

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Mi sono immaginata la vita delle persone che vivono in queste dimore…chissà se oltre al denaro, al lusso, all’agiatezza, coltivino anche valori e passioni non materiali. Probabilmente sì, la ricchezza non è un peccato…ma mi rimane il dubbio. Auguro loro ciò di cui parla il mio amato Tiziano Terzani:

“L’arte, quella vera, quella che viene dall’anima, è così importante nella nostra vita. L’arte ci consola, ci solleva, l’arte ci orienta. L’arte ci cura. Noi non siamo solo quello che mangiamo e l’aria che respiriamo. Siamo anche le storie che abbiamo sentito, le favole con cui ci hanno addormentato da bambini, i libri che abbiamo letto, la musica che abbiamo ascoltato e le emozioni che un quadro, una statua, una poesia ci hanno dato.”
— Tiziano Terzani

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Fortunatamente nel nostro itinerario di viaggio avevamo in programma per i giorni successivi due tappe molto interessanti.( continua)

Ernest Hemingway and Key West

Dopo aver riposato una notte alle Everglades, la mattina dopo siamo ripartiti verso le Florida Keys.

Le Florida Keys sono un arcipelago di circa 1.700 isole a sud-est della punta della penisola della Florida, a circa 15 miglia a sud di Miami, e si estendono in un dolce arco fino a Key West, la più occidentale delle isole abitate.
La Highway 1 è uno spettacolare nastro d’asfalto che unisce le isole e gli atolli di questo paradiso fra il Golfo del Messico e l’Atlantico: è un’unica autostrada a due corsie che collega, attraverso 203 km e 42 ponti con lunghezze che variano dagli 11 km del più lungo ai 43m del più corto, le cinque isole principali a loro volta formate da varie isole minori.
Percorrerla dà l’idea di viaggiare nel mezzo del mare…acqua azzurro verde da un lato e onde agitate e blu cobalto dall’altra.

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La prima isola che abbiamo incontrato è Key Largo pubblicizzata quale capitale mondiale delle immersioni ma non ha spiagge di sabbia naturale; la seconda Islamorada (isole di porpora per la massiccia presenza di chiocciole marine purpuree) rinomata per la pesca d’altura e i negozi di esche e attrezzature sportive quali armi e canne da pesca; la terza Marathon raccomandata quale luogo di villeggiatura per le famiglie; la quarta Big Pine and the Lower Keys santuario marino e rifugio della fauna selvatica in via di estinzione; la quinta Key West la più conosciuta e meta finale della nostra giornata.

Abbiamo percorso la lunga strada attraversando paesi marinari quasi tutti uguali ma quello che mi ha colpito è il paesaggio con l’oceano da un lato e il golfo dall’altro e l’attraversamento di tutti quei ponti che uniscono le varie isole; abbiamo visto spuntare paralleli alla strada tronconi di vecchi tracciati stradali, ponti e spezzoni di ferrovia abbandonati e la mente pensava a quanta fatica e lavoro sono stati necessari per realizzare tutte queste opere che si reggono su piloni piantati nell’acqua!

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Abbiamo seguito l’autostrada fino al chilometro “zero” che ci ha portato direttamente nel cuore della vecchia Key West dove abbiamo trovato un facile parcheggio a pagamento è iniziato da lì, a piedi, il nostro giro turistico. Seguendo il viavai di auto e taxi rosa,  ci siamo inoltrati nelle strade principali e di maggiore traffico pedonale dove abbiamo potuto ammirare le antiche case in legno dall’architettura molto pittoresca: un negoziante ci ha spiegato che buona parte del legno per la costruzione è stato ricavato dal recupero di navi naufragate nei dintorni.

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Da lontano siamo stati abbagliati da un negozio giallo limone: ci siamo avvicinati e abbiamo scoperto che lì si vendeva la famosa Key lime pie, la torta al lime caratteristica dell’isola. Non potevano non assaggiarla! E così anziché il panettone di Natale, abbiamo gustato una gustosissima prelibatezza tropicale…veramente ottima!

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Abbastanza rifocillati abbiamo continuato il nostro giro della cittadina percorrendo tutta la Truman Ave e la Duval street lungo le quali si aprono i tantissimi negozi di vestiti, sigari cubani, oggettistica e quant’altro possa attirare i turisti smaniosi di acquistare, bar, caffetterie e ristoranti all’aperto; assetati, ci siamo fermati presso un locale caratteristico dove tutti gli spazi disponibili sulle pareti sono occupati da “un dollaro” semplice o firmato da chi l’ha lasciato per ricordo. Si tratta del Willie T’s dove è anche esposta una targa che segnala i gradi della longitudine e latitudine e la scritta “qui è il Paradiso”.

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Ripreso il nostro giro turistico per arrivare fino al punto più a sud degli Stati Uniti segnalato da una boa che indica una distanza di sole 90 miglia da Cuba.

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Lì vicino si trova la casa dove abitava Hemingway durante i suoi soggiorni qui: la casa è stata lasciata come quando la abitava lo scrittore e il percorso è interessante e ben strutturato. Sono disponibili tour guidati in lingua inglese, altrimenti all’ingresso vengono forniti dei fascicoli anche in lingua italiana, che raccontano la vita dello scrittore nei suoi anni in Florida.
Molto evidente l’affetto che lo scrittore aveva per i gatti che sono i veri padroni della casa, amore che viene perpetrato dalle guide turistiche che vi accompagnano (cimitero felino annesso nel giardino !)

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Hemingway ha comprato la casa nel 1931 e ci ha vissuto per 10 anni scrivendo molti dei suoi più famosi romanzi: Morte nel Pomeriggio, Le Nevi di Kilimangiaro, Avere e Non Avere, che racconta la vita a Key West durante la grande depressione e Per Chi Suona la Campana.
Hemingway andava spesso a pesca d’altura con i suoi amici che sono serviti da modelli per i personaggi dei suoi romanzi. La casa è stata di sua proprietà fino alla morte nel 1961.
Già la sua morte…questo lui diceva:

« Morire è una cosa molto semplice. Ho guardato la morte e lo so davvero. Se avessi dovuto morire sarebbe stato molto facile. Proprio la cosa più facile che abbia mai fatto… E come è meglio morire nel periodo felice della giovinezza non ancora disillusa, andarsene in un bagliore di luce, che avere il corpo consunto e vecchio e le illusioni disperse. »

Il 1º luglio 1961, come riferisce la moglie Mary nelle memorie, fu una giornata abbastanza tranquilla per lo scrittore tranne che per il ricorrente incubo della persecuzione dell’FBI. Ella racconta che alla sera cantò con lei una canzone che aveva imparato a Cortina da Fernanda Pivano e che era solito canticchiare nei momenti di serenità:
« Tutti mi chiamano bionda, ma bionda io non sono: porto i capelli neri, neri come el carbon »
Pochi giorni prima, Mary lo aveva sorpreso con un fucile e delle cartucce in mano, ma egli le aveva risposto che intendeva soltanto “dargli una ripulita”. Allarmatissima, lei aveva riposto l’arma nell’armadietto e l’aveva chiuso a chiave.
La mattina della domenica del 2 luglio Mary fu svegliata da un forte colpo. Hemingway si era sparato mettendosi la canna del fucile in bocca ed era morto. Aveva trovato le chiavi dell’armadietto sul tavolo della cucina, dove le aveva lasciate Mary. Dopo tre giorni, nella piccola chiesa di “Our Lady of the Snow” vennero celebrate le onoranze funebri alla presenza dei tre figli e di pochi intimi amici. Il suo corpo ebbe sepoltura nel cimitero di  Ketchum in Idaho.
Così se n’è andato un premio Nobel.
Così se n’è andato un artista.
Così se n’è andato un uomo.
Nel tardo pomeriggio abbiamo passeggiato un poco sulla spiaggia ; più tardi  siamo saliti sul lungo molo dove sono ormeggiate delle navi da crociera in partenza per i Caraibi: qui è un rito quotidiano salutare il sole che tramonta. Lentamente il molo si è affollato di persone del posto e di turisti, di saltimbanco, giocolieri, musicisti, fotografi,….tutti lì, ad aspettare lo spettacolo del sole che si tuffa nel mare. E quando finalmente il sipario si è aperto non è rimasto che ammirare in silenzio e lasciarsi commuovere dalla bellezza del creato.

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BONACCIA

Il mare desidera scafi profondi…


Si gonfia e s’inarca. 


L’elica pulsa e lo fa ribollire… 


Spinge, vibra, s’avvita. 


Il mare trabocca di passione,


Fluttuante, carezzevole,


Dimenando il gran ventre amoroso.


Antico e grande è il mare…


Le navi martellanti non ricambiano il suo amore.
( E. Hemingway, Parigi, 1922)

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TAMPA, SARASOTA AND EVERGLADES

Tampa è’ una piccola città con un’atmosfera di allegria contagiosa. Sarà forse per la posizione, meravigliosa, sulla Tampa Bay, che già di per sé è molto stimolante, e anche per le spiagge delle isole della barriera corallina lungo la costa …ma, davvero, qui si ha l’impressione di lasciarsi alle spalle il caos metropolitano per godersi tramonti e distese infinite di sabbia luccicante. La città in sé si può visitare in un giorno solo, girando tranquillamente a piedi: noi abbiamo visitato in particolare il quartiere Ybor City con caratteristiche tipicamente latinoamericane che derivano dagli immigrati che lavoravano nelle fabbriche di sigari.
Oggi il quartiere è diventato una zona di tendenza, con negozi caratteristici inseriti in casette di mattoni rossi e vie acciottolate.

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Siamo ripartiti dopo solo un paio d’ore, nel tardo pomeriggio poiché per la notte avevamo prenotato una stanza nella vicina città di Sarasota.
Forse qualcuno avrà sentito parlare di questa città per un evento non certo felice: infatti l’ex presidente degli Stati Uniti d’America George W. Bush era in visita presso una scuola elementare in Sarasota quando ci furono gli attentati dell’11 settembre 2001.
A parte questo brutto ricordo, devo dire che Sarasota ci è piaciuta molto: abbiamo trovato sabbia soffice, moli colorati, meravigliose conchiglie e un clima cittadino allegro e accogliente.Per quanto riguarda le spiagge, devo dire che meritano davvero la sosta: i soli tramonti sono sufficienti per giustificare la visita! Noi abbiamo potuto visitare solo Lido key e Siesta Key, ma avendo più tempo a disposizione avremmo trascorso volentieri qui qualche altro giorno.

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Il centro della città è piuttosto animato da caffè, bar e ristoranti a complemento delle ottime librerie che rendono famosa questa città. La migliore che ho visitato è la Main Bookshop, dove ci sono migliaia di volumi su qualsiasi tematica, fumetti, dischi e vecchie poltrone che creano un’atmosfera rilassante di altri tempi.

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Come vorrei trovare anche a Cremona una libreria con queste caratteristiche!!! Possibile che nessuno abbia il desiderio, la possibilità economica e la passione per cimentarsi in una avventura di questo tipo? Io ci posso mettere la passione, ma per il resto…. 🙂

[I libri] Ora questi, ora quelli io interrogo, ed essi mi rispondono, e per me cantano e parlano; e chi mi svela i segreti della natura, chi mi dà ottimi consigli per la vita e per la morte, chi narra le sue e le altrui chiare imprese, richiamandomi alla mente le antiche età. E v’è chi con festose parole allontana da me la tristezza e scherzando riconduce il riso sulle mie labbra; altri m’insegnano a sopportar tutto, a non desiderar nulla, a conoscer me stesso, maestri di pace, di guerra, d’agricoltura, d’eloquenza, di navigazione; essi mi sollevano quando sono abbattuto dalla sventura, mi frenano quando insuperbisco nella felicità, e mi ricordano che tutto ha un fine, che i giorni corron veloci e che la vita fugge. E di tanti doni, piccolo è il premio che mi chiedono: di aver libero accesso alla mia casa e di viver con me, dacché la nemica fortuna ha lasciato loro nel mondo rari rifugi e pochi e pavidi amici. (da Rime, trionfi, e poesie latine, a cura di Ferdinando Neri, Ricciardi, 1951)

( Francesco Petrarca)

Il nostro on the road è continuato scendendo sempre più a sud e fermandoci per una sosta di mezza giornata nella cittadina di Naples. Davvero una cittadella del benessere!! L’impressione che si ha arrivando è che, qui, praticamente nessuno si sposti a piedi, tanto è il traffico di auto lussuose e che il must sia avere giardini da manuale, costantemente irrigati da getti d’acqua coreografici.
La via principale, la Fifth Avenue, è un susseguirsi di negoziati di lusso, gallerie d’arte e ristoranti, ricavati da cantieri per piccole barche ormai in disuso. Questa zona deve tutta la sua ricchezza al richiamo che 18 chilometri di spiagge e riserve naturali meravigliose hanno avuto sulla classe agiata americana. Personalmente non sceglierei questa zona per una vacanza balneare poiché di spiagge così belle ne ho viste molte anche in altre zone della Florida, luoghi dove sicuramente la vita è molto meno costosa!

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Dopo poche ore in città, avevamo esaurito la nostra curiosità per il luogo e ben volentieri siamo ripartiti verso la prossima meta che, per quanto mi riguarda, era irrinunciabile. Dopo due ore, infatti, siamo arrivati nella zona più caratteristica della Florida, un ambiente unico al mondo: la zona paludosa chiamata “ The Everglades”.
E’ una delle poche e incontaminate aree dell’America, nota anche per la presenza degli alligatori. Da tempo sognavo di visitare questa zona protetta, anche perché ogni anno che passa la zona paludosa si restringe sempre più e c’è il concreto pericolo che possa sparire in pochi anni se le politiche di tutela ambientale non vieteranno lo sfruttamento selvaggio dei terreni a favore dell’agricoltura.
Il momento più affascinante della visita è stato il viaggio sull’idroscivolante, l’airboat, che grazie ad una grande elica posta sulla parte superiore dell’imbarcazione, la fa scivolare e quasi volare sull’acqua poco profonda e abbastanza trasparente, piena di vegetazione acquatica.
Attraversare le acque della palude fendendo la vegetazione, a volte piuttosto fitta, osservando qua e là la sagoma pigra al sole di diversi alligatori, ammirare gli uccelli che solcavano bassi il cielo è stata un’esperienza indimenticabile.

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In nessuna altra parte delle Everglades l’espressione “River of Grass” ( fiume di erba) è più appropriata della Shark Valley. Da qui le distese di erba del tipo “falasco” si estendono a perdita d’occhio e sono costellate da alberi di legno duro tropicale.
Qui è possibile seguire i sentieri tracciati con la bicicletta: pedalando adagio, e alle prime ore del giorno, è possibile vedere tartarughe, lontre, serpenti e alligatori. Esperienza davvero emozionante!

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( continua)

FLORIDA ON THE ROAD

La Florida è uno stato meridionale degli USA: è una penisola bagnata a ovest dal Golfo del Messico e a est dall’Oceano Atlantico.

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Abbiamo visitato la Florida in due momenti diversi: il primo viaggio ha avuto come meta la costa ovest , quella che si affaccia sul Golfo del Messico, mentre la volta dopo abbiamo viaggiato lungo la costa est, rivolta versoOceano Atlantico.

Orlando è stata la nostra prima tappa. La cittadina, di per sé, non ci ha fatto una bella impressione: tutto sembrava concentrarsi sulla International Drive, un lungo viale zeppo di motel, alberghi, centro commerciali e ristoranti. Le uniche due costruzioni particolari che abbiamo notato sono state il Ripley’s Believe It or Not Museum ( cioè il Museo dell’incredibile) che è ospitato in un edificio spaventosamente inclinato su un fianco e il Wonders Works ( collezione di aggeggi altamente tecnologici ) che si trova in un palazzo costruito al contrario.

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In realtà, chi si reca a Orlando lo fa perché sta cercando Walt Disney World che in realtà però si trova nella località chiamata a Lake Buena Vista.ll complesso è formato da quattro grandi parchi tematici: il Magic Kingdom Park, Epcot Center, Disney’s Hollywood Studios, ed il Disney’s Animal Kingdom. Si aggiungono poi due parchi acquatici, sei campi da golf, più di 24 hotel a tema, e diverse aree commerciali e di divertimento.
Noi abbiamo deciso di vistare EPCOT (la sigla EPCOT sta per Experimental Prototype Community of Tomorrow , cioè Prototipo sperimentale della comunità del domani), e l’argentea geosfera che ne è il simbolo più riconoscibile è visibile da ogni angolo di DisneyWorld.

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L’EPCOT Center è diviso in due sezioni principali: Future World, combinazione di parco divertimenti e centro educativo, e World Showcase, una ben realizzata ricostruzione di 11 paesi del mondo: Canada, Cina, Francia, Germania, Italia, Giappone, Messico, Marocco, Norvegia, Regno Unito e Stati Uniti. Il parco è molto curato e sicuramente le ricostruzioni sono molte fedeli: in alcuni momenti sembrava davvero di essere in un’altra parte del mondo!!! Molto emozionante è stata lo spettacolo serale “IllumiNations: Reflections of Earth” che trasforma la laguna centrale in un’apoteosi di suoni e luci colorate.

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Il giorno dopo siamo partiti e ci siamo diretti verso la costa ovest ma prima ho voluto dare un’occhiata al paese di Celebrations poiché avevo letto cose curiose a riguardo. In sostanza si tratta di una cittadina immaginata da Disney e inaugurata nel 1996. Prima di fondare questo paese . E’ stata fatta un’indagine sociologica preliminare per arrivare a progettare una cittadina modello ideale di comunità: il risultato è stata questa cittadina con case dall’aspetto esterno d’altri tempi, prossime alla strada in modo che ci possa essere contatto con i vicini, il tutto in un centro cittadino accogliente e un po’ all’antica. Sinceramente a noi è sembrata una città un po’ sterile e monotona e mi ha dato l’impressione di vivere in un luogo tipo Grande Fratello elitario!!!

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Da lì ci siamo diretti a St Petersburg: la cosa che mi ha colpito di questa città di mare , sembra strano, è la presenza massiccia di panchine verdi disseminate ovunque. Prima di andarcene abbiamo saputo il motivo: dato il record di giornate di sole in un anno, qui vengono a trascorrere l’inverno molti pensionati americani e così l’amministrazione, a un certo punto, ha pensato di sistemare ben 5000 panchine per consentire agli anziani di sedersi e riposare durante le loro passeggiate! Fantastico!

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La città comunque ha un aspetto tranquillo e curato, con un misto di architettura vecchia e nuova e un buon numero di musei. La nostra sosta è stata piuttosto breve, pertanto abbiamo goduto solo degli aspetti climatici e paesaggistici del luogo. Ovviamente non poteva mancare la sosta in una libreria e dove se non alla Haslam’s? E’ una delle più grandi d’America, inaugurata durante la Depressione per fornire agli avidi lettori riviste di seconda mano e libri a prezzi stracciati. Oggi ha un catalogo ricchissimo, su i temi più svariati e chi ama i libri, posso assicurare, rischia di trascorrerci molte ore!

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Abbiamo terminato la visita della città andando a passeggiare sul molo ammirando la costruzione che ospita negozi e ristoranti che si affaccia sul mare e che ha  una caratteristica forma di piramide capovolta.

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Abbiamo poi attraversato la baia tramite il Sunshine Skyway Bridge: il ponte è molto bello, ed è particolarmente affascinante poterlo ammirare da un molo che lo affianca. L’impressione salendo è davvero di star fra le nuvole!

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Una targa all’ingresso spiega che il ponte originario fu speronato da una nave cisterna nel 1980, che ne fece crollare una sezione. A causa della scarsa visibilità di quel giorno, i conducenti dei mezzi che stavano percorrendo il ponte non si accorsero della voragine e 35 persone , fra cui i passeggeri di un pullman, fecero un salto mortale di oltre 75 metri.
Sarà forse per questo triste episodio che il ponte è divenuto oggetto di numerose leggende secondo le quali autostoppisti fantasmi comparirebbero sul ponte con il pollice proteso per chiedere un passaggio, ma sparirebbero nel nulla prima di aver raggiunto il lato opposto del ponte.

“Così incrociamo i fantasmi che ci perseguiteranno negli anni futuri; siedono insignificanti ai bordi della strada come poveri mendicanti e, dovessimo accorgerci di loro, li scorgiamo solo con la coda dell’occhio. La possibilità che fossero lì ad aspettare proprio noi raramente ci passa per i pensieri. Invece aspettano e quando siamo passati raccolgono i loro fagotti di ricordi e s’incamminano sulle nostre orme e piano piano, metro dopo metro, guadagnano terreno.”

(Stephen King –  La sfera del buio)

Tappa successiva: Tampa( continua).

SAN FRANCISCO

E’ la più bella città degli Stati Uniti che ho visitato finora!

Circa quattro anni fa, mentre da lontano iniziavo a scorgere il profilo di San Francisco, rimasi affascinata da questa visione : era come se la città si fosse lentamente adagiata accanto al mare e, magnificamente, da lì, osservasse l’oceano aperto da un lato e la sua baia dall’altra.

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Questo fu il primo approccio con la città. Successivamente, quando iniziammo a visitarla e a conoscere i vari quartieri, mi resi conto che l’attrazione che provavo per lei non era motivata solo dalla bellezza del contesto naturale, si trattava di qualcosa di più.
Era come se nell’aria, negli edifici ma anche nelle persone, fosse rimasto impregnato il profumo delle mille idee,talvolta rivoluzionarie e spregiudicate, che qui avevamo visto la luce.
Probabilmente era un condizionamento dovuto alle tante letture che avevo fatto su questa città, ma davvero mi sembrava di ritrovare qua e là, in scorci cittadini o in sguardi vivaci, il flower power degli hippies, o le battaglie di movimenti politici avanguardisti e, ancora, le prime forme di outing omosessuale…
Insomma, io percepivo che il nuovo e il diverso in questa città non solo erano ben accetti, ma anche cercati e voluti.

Così, ho amato ogni singolo istante trascorso in “The City” ,come la chiamano gli abitanti: ho avvertito quel feeling, quell’indescrivibile non so che così intensamente che, ancora oggi, ripensandoci, ho l’impressione di sentire il profumo pungente e salmastro di quei luoghi.

E la gente, che meraviglia!! Mille etnie che si confrontano, si mischiano.
Uno dei posti che ho visitato dove davvero il crogiolo di razze non richiede molte spiegazioni è il City Farmers Market: qui trovi indiani d’Asia e Indiani d’America che fianco a fianco cercano gli ingredienti per i loro piatti tipici, oppure giapponesi e russi…e in un tripudio di odori, colori, sapori.

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Per tutti questi motivi, San Francisco è una città più da vivere che da vedere. Il suggerimento numero uno che posso dare è di fare un giro con il caratteristico Cable Car, una via di mezzo fra tram e teleferica: le vetture sono nello stesso tempo musei e simboli su ruote che consentono la visione di insieme di alcuni quartieri.

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Il secondo suggerimento, sempre seguendo la nostra esperienza, è di camminare molto: infatti questa è una delle poche città americane dove i pedoni trovano gli spazi adeguati per muoversi ed è davvero piacevole fare il su e giù da queste strade in salita e discesa così ripide.

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E mentre si cammina capita di vedere al centro della baia di San Francisco, Alcatraz, l’isola famosa perchè ex sede dell’omonimo carcere di massima sicurezza. Quest’ultimo era noto per l’estrema rigidità con cui erano trattati i detenuti e poiché sembrava impossibile ipotizzarne una fuga (da qui prende anche il nome di “The Bastion”). Molti nomi illustri, come Al Capone, passarono parte della loro reclusione in questo carcere. Il nome Alcatraz (che in spagnolo significa “Pellicano“) deriva dai numerosi pellicani presenti nell’isola.

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Ma una delle mete del mio girovagare per la città è stata La City Lights Bookstore che è la più famosa libreria di San Francisco. È ricordata come ritrovo della beat generation e di uno dei suoi maggiori interpreti ed esponenti, Jack Kerouac. Inutile dire che mi hanno dovuta trascinare per riuscire a schiodarmi da lì!!

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Poi, sempre camminando, abbiamo raggiunto Lombard Street che è famosa per il celebre tratto di Russian Hill, composto da ripidi tornanti. E’ una strada che, con una pendenza che arriva al 20%, è riconosciuta per essere la “strada più tortuosa del mondo“.

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A poca distanza la Transamerica Piramid: è la costruzione più alta di San Francisco con i suoi 260 metri di altezza; è anche caratterizzata da una particolare forma piramidale con base quadrata che la rende un punto di riferimento del Financial District e uno dei simboli più evidenti della città.

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Arrivati sul lungomare la meta più famosa è Il Pier 39 che è un vero e proprio centro commerciale ed un’attrazione turistica costruita su un molo di San Francisco: è soprattutto famoso per la presenza di numerosi leoni marini della California. Il molo è situato sul bordo del distretto di Fisherman’s Wharf e ospita negozi, una sala video, spettacoli di strada, l’acquario cittadino (Aquarium of the Bay).

Qui l’ultima sera abbiamo cenato in un locale chiamato Crab House con un arredamento delizioso in tipico stile marinaro con reti da pesca, e granchi ovunque.
Il piatto tipico è il granchio, lo dice il nome stesso del posto, in particolare il killer crab ovvero il grande granchio rosso tanto famoso a San Francisco.

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E da lì,maginifica, la vista del Golden Gate!

A proposito del Golden Bridge Gate, il ponte sospeso sul Cancello d’Oro, lo stretto che collega l’Oceano Pacifico con la Baia di San Francisco…. per poco abbia o rischiato di andarcene senza aver avuto la possibilità di vederlo!!!
Il motivo? E’ presto detto: durante il nostro soggiorno di tre giorni devo dire che abbiamo trovato giornate fresche ma non piovose; tuttavia la nebbia, al nostro arrivo, ci aveva accolto in modo abbastanza inaspettato. Infatti per ben due giorni ci era stato impossibile vedere il Golden Gate Bridge che era completamente avvolto dalla foschia.
Poi, finalmente, l’ultimo giorno, San Francisco ci ha fatto il regalo: spazzata via la nebbia!! E così…eccolo, finalmente, con il suo caratteristico color arancione, il simbolo della città.

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Ma Il ricordo più bello è un altro: le case…così in bilico, così delicate, così tenere…a guardarle da fuori mi hanno dato una sensazione di famiglia, di calore,di intimità. Ecco, potrei quasi dire di aver trovato la mia casa dei sogni. 🙂

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 “Le sue case [di San Francisco], sormontate qua e là da inquietanti grattacieli,restano per la maggior parte commisurate all’uomo, e i loro toni pastello, azzurro, bianco, rosa o verde pistacchio, conferiscono alle vie l’aspetto di un gelato misto.”

Yourcenar, Marguerite


 

ANTIGUA

Circa dieci anni fa, durante le vacanze natalizie, con mio marito ho visitato l’isola di Antigua che fa parte delle Piccole Antille e si trova nel Mar dei Caraibi. Fu scoperta nel 1493 da Cristoforo Colombo che le diede il nome ispirandosi alla chiesa di Santa Maria La Antigua di Siviglia. L’isola fu colonizzata dagli inglesi nel 1632 e rimase una colonia fino alla dichiarazione di indipendenza nel 1981.

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La nostra intenzione era quella di fare un “pieno di sole e mare”, quindi di vivere una vacanza pienamente balneare; in realtà, abbiamo anche effettuato alcune escursioni di mezza giornata per visitare la capitale e alcuni punti panoramici dell’isola.
Il mezzo più comodo per spostarsi sull’isola è sicuramente il taxi ma è anche, ovviamente, il più caro; le strade sono dissestate e la segnaletica stradale pressoché inesistente pertanto noleggiare una macchina non è particolarmente consigliato tenendo conto che la guida è a sinistra e che gli antiguani hanno un modo di guidare un po’..Spericolato! Noi abbiamo effettuato un paio di escursioni con il taxi, poi la terza escursione, quella alla capitale, abbiamo deciso di affrontarla utilizzando l’autobus di linea ( un furgone con circa 15 posti ): è comodissimo poichè porta proprio nella zona del mercato della capitale.

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Per quanto riguarda le spiagge, noi siamo riusciti a vedere solo quella che stava di fronte al nostro resort un po’ perché abbiamo scelto di fare altre escursioni, un po’ perché altri turisti che già erano stati ad Antigua ci avevano confermato che le spiagge qui si assomigliano un po’ tutte.
La spiaggia del nostro resort, la jolly bay, è una spiaggia bianchissima, lunga, orlata da una vegetazione molto verde e cosparsa da moltissime conchiglie di vario tipo: camminarci è una sensazione piacevolissima perché vicino al mare c’è una zona in cui si affonda leggermente e pare di camminare su una morbida spugna.

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Al mattino presto si riesce a vedere qualche piccolo granchio che scappa impaurito sotto la sabbia: anche loro sono di un colore chiarissimo proprio per mimetizzarsi con il colore della spiaggia.

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Riguardo al mare devo dire che le impressioni avute sono un po’ contrastanti…Mi spiego meglio: quando lo vedi, il mare di Antigua ti incanta perché mostra una varietà indecifrata di azzurri e di blu e ti sembra davvero di ammirare un quadro nel quale non vedi l’ora di tuffarti. Quando però ti avvicini e inizi ad immergere i piedi ti accorgi che l’acqua non è limpida, non riesci a vedere il fondo poiché la sabbia e le onde creano un turbinio che oscura ,nonostante il colore del mare sia chiarissimo, quasi bianco a volte.

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Antigua ci era stata descritta come un’isola con un clima molto secco e pertanto con scarsissime precipitazioni…Bè a noi non è parso davvero così: è un’isola molto verde e anche nei vari resort non esistono impianti di irrigazione ( ciò a indicare la presenza di piogge frequenti); tutte le mattine ci svegliavamo e immancabilmente trovavamo enormi pozzanghere ad indicare che durante la notte aveva abbondantemente piovuto e durante il giorno almeno per 3 o 4 volte arrivavano nuvoloni carichi di acqua. Quando, però, poi il sole usciva era veramente cocente e luminosissimo. Sinceramente noi ci aspettavamo qualche ora di sole in più e anche un clima un po’ meno variabile…Ma in queste isole è sempre un terno al lotto indovinare la settimana adatta ad una vacanza tutta sole e mare: sono i rischi da prendere per poter vedere posti così particolari.

L’isola i non offre particolari attrazioni da visitare…Diciamo che in certi casi se le sono un po’ “inventate” per poter dare una alternativa a chi non volesse una vacanza fatta solo di abbronzatura e bagni.
Noi oltre alla capitale, St, John’s, che comunque merita una visita soprattutto per vedere il mercato che anima la Street market, abbiamo visitato English Harbour che è un porto in cui attraccano le lussuose navi da crociera che solcano questo mare ( in realtà non è davvero un posto turisticamente accattivante) e il vicino complesso di fortificazioni, Shirley Heights, da cui si gode una panorama davvero eccezionale.

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Un’altra escursione invece ci ha portato verso la costa ovest, rivolta all’Oceano Atlantico: qui era segnalato un parco nazionale di scogliere con un ponte scavato dal mare nella roccia ( Devil’s Bridge)… Onestamente è inutile andarci!!!! Si tratta di una piccola grotta insignificante così come lo sono le scogliere…Scordatevi di vedere ciò che si può ammirare in Italia ad esempio a Portovenere( per questo vi dico che alcune attrazioni sono indicate sulla carta ma se le sono inventate!!!!). Abbiamo anche visto le due torri-mulini della più antica fattoria dell’isola, la Betty’s Hope, che produceva un tempo canna da zucchero: sono abbastanza interessanti e ancora in buono stato

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Non penso di poter dire se vale la pena o meno di visitare Antigua perché secondo me dipende molto dallo spirito con cui si intraprendono i viaggi:per chi ama sole e mare è sicuramente un posto da visitare perché è la tipica isola caraibica ( clima permettendo!), così come può essere apprezzata da tutte quelle persone che sono curiose di vistare posti nuovi e diversi dalla nostra realtà ; invece chi ama le escursioni alla ricerca di storia ,di reperti del passato o di attrazioni naturali particolari qui non ne può trovare di molto significative.
Per quanto riguarda la nostra personale esperienza posso dire che siamo contenti di esserci stati perché nonostante alcune piccole delusioni e comunque un’isola che ti rimane nel cuore così come la gente che la abita. E ne sarebbe valsa la pena anche soltanto per aver avuto la possibilità di vedere ciò che Jamaica Kincaid, una scrittrice di origine antiguana, così descrive in un suo libro:

”Ad Antigua l’alba non c’è: un minuto prima si è avvolti dall’oscurità completa della notte, un minuto dopo il sole splende nel cielo e vi rimane finchè tramonta con un’esplosione di rossi all’orizzonte, quindi ritorna l’oscurità della notte ed è come se il coperchio aperto della scatola nella quale ti trovi di colpo si richiudesse. Antigua è bella.Antigua è troppo bella. Certe volte la sua bellezza sembra irreale. Certe volte la sua bellezza è simile alla scena di uno spettacolo teatrale, poiché nella realtà nessun tramonto potrebbe essere come questo; nella realtà l’acqua del mare non potrebbe avere tante sfumature di azzurro in una volta sola; nella realtà il cielo non potrebbe avere quella sfumatura di azzurro diversa dal mare e nessuna nuvola potrebbe essere tanto bianca e veleggiare a quel modo nel cielo azzurro, nella realtà nessun giorno potrebbe essere tanto soleggiato e luminoso, e far sembrare ogni cosa trasparente e leggera; e nella realtà nessuna notte potrebbe essere tanto nera e far sembrare ogni cosa densa, profonda e senza fine”.

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Buon viaggio ad Antigua!

P.S.: per chi volesse avere un’idea realistica di Antigua, al di là dell’aspetto turistico, consiglio il libro “Un posto piccolo” scritto da Jamaica Kincaid.

RISPETTO

Nella sala d’attesa di uno studio medico è facile incrociare il proprio cammino con quello di persone che pur essendo di fatto degli sconosciuti, sentono il bisogno di condividere le loro personali angosce, trovando in queste confidenze un motivo di leggero sollievo.

Mi è capitato alcuni giorni fa.
Una signora molto anziana, accompagnata dalla figlia, anch’essa di una certa età, era in attesa di essere ricevuta dal medico curante. Dopo alcuni minuti la signora ha iniziato a rivolgersi alla persona che le sedeva accanto, raccontando i motivi della sua presenza lì.
Si trattava di un giovane uomo, sui 40 anni, circa.
La conversazione era unidirezionale: la donna raccontava, con voce flebile a tratti spezzata, l’uomo inizialmente ha dato l’impressione di porre un minimo di attenzione alla signora; poi, dopo alcuni minuti, evidentemente infastidito da questo approccio, si è levato dalla sedia per andarsi a sedere un paio di posti più in là. Ovviamente senza nemmeno fare un cenno di commiato alla signora.

La quale, per altro, si è voltata dalla parte opposta e ha continuato il suo discorso con la figlia, non manifestando, fortunatamente, alcun tipo di offesa per il comportamento dell’uomo.
La figlia con dolcezza ascoltava e annuiva e per la frazione di un secondo ha incrociato gli occhi con i miei e lì, in quel niente temporale, ci siamo capite e consolate reciprocamente.

Perché la grettezza umana, l’insensibilità, la mancanza di rispetto, la maleducazione, la superficialità, quando le riconosci, quando le sperimenti, quando ti capitano davanti, fanno accendere negli occhi una luce che dice tutto e che non ha bisogno di spiegazioni.

Quando poi certi comportamenti colpiscono persone che al contrario dovrebbero essere difese, sono ancora più inaccettabili
Mi domando che tipo di insegnamento quell’uomo possa dare ai suoi figli… come spiegherà loro cos’è il rispetto se nemmeno lui si sa comportare come si deve?

E pensare che il rispetto non costa nulla. E non solo è gratuito, ma è anche capace di generare valore. Forse l’episodio mi ha scosso perché non so cosa darei per avere la possibilità di curare i miei genitori, di coccolarli e di accompagnarli per mano verso il declino della vita.
Ma penso che la questione vada oltre alla sensibilità di tipo personale; credo che la tematica del rispetto dell’altro, anziano oppure no, sia davvero centrale per la crescita dell’essere umano.
E se oggi , come sembra, assistiamo all’imbruttimento delle società moderne, sono convinta che per risalire la china si debba iniziare proprio da qui.
In che modo non so, però partire dalla consapevolezza e dalla condivisione della centralità di alcuni valori credo sia fondamentale.

Alt Whitman


da Calamus


Giovinezza, Giorno, Vecchiaia e Notte
 
Giovinezza, vasta, vigorosa, amante – giovinezza piena
di grazia, forza, fascino,


lo sai che la Vecchiaia può venire dopo di te con eguale
grazia, forza, fascino?


Giorno fiorito appieno e splendido -giorno
dell’immenso sole, azione, ambizione, risa,


la Notte segue da vicino con milioni di soli, il sonno e il
buio che ristora.

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MEMORIES: THE MONUMENT VALLEY

Il classico paesaggio del selvaggio West, fatto di colline di arenaria e di irti pinnacoli che spuntano da una infinita distesa di sabbia rossa spazzata dal vento, è diventata un’immagine che viene associata in maniera quasi automatica alle scenografie dei film western, quasi come se fosse un paesaggio immaginario, quasi un archetipo. Succedeva anche a me, almeno prima di poter vedere con i miei occhi la Monument Valley nello Utah

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Ma cos’è la Monument Valley?
Si tratta di un’autentica meraviglia geologica, costituita da una variegata serie di formazioni rocciose che assumono, soprattutto all’alba e al tramonto, colorazioni stupefacenti. L’origine della Monument Valley risale a circa 70 milioni di anni or sono, quando il terreno, in precedenza ricoperto dalle acque, si innalzò progressivamente; movimenti della crosta terrestre spezzarono l’altopiano in numerosi tavolati, detti mesas, intagliati da fratture e crepacci, che l’erosione plasmò in seguito in torrioni, archi e guglie, che ricordano appunto dei veri e propri monumenti.Anche se i registi cinematografici vi si sono affollati sin dagli esordi di Hollywood, la maestosità del luogo è rimasta intatta, da togliere il fiato.

Ma andiamo con ordine.

Siamo arrivati alle soglie della Monument Valley , tra Arizona e Utah, percorrendo la I-163, una strada panoramica che ci ha portato dritti verso i grandi monoliti della valle: è la stessa strada che , nel film Forrest Gump , il protagonista sta percorrendo di corsa, quando decide di fermarsi e tornare indietro.

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Prima di entrare nel Parco siamo passati dall’hotel che ci avrebbe ospitato per la notte: si trattava del solo albergo che si può trovare nelle vicinanze ,il Goulding’s Lodge, e che già di per sé è una meraviglia. Si trova, infatti, ai piedi di un’ampia parete di arenaria che offre una vista superba della valle.

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La storia di questo hotel è molto particolare: venne aperto intorno al 1929 da Harry Goulding e dalla moglie come spaccio; poi nel 1937 quando Harry sentì dire che alcuni produttori di Hollywood stavano pensando di girare qualche film western nella zona del sud-ovest americano, armato di un album di fotografie della Monument Valley, partì per la California a bussare alle loro porte.
E fu così che un anno più tardi il regista John Ford portò la sua troupe proprio alla Monument Valley per girare “Ombre rosse” e poi via, altri film.

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Oggi l’edificio della locanda è stato conservato in gran parte come era stato lasciato dagli antichi proprietari e ospita un piacevole piccolo museo del cinema dove i visitatori sono invitati a fare una piccola donazione in favore delle borse di studio per studenti navajo.

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E infatti la Monument Valley è gestita dagli indiani della riserva Navajo: già nel centro visitatori la cosa risulta evidente poiché vi si trova un museo di storia e cultura navajo e inoltre, nel parcheggio, tra gli stand di oggetti artigianali, si trovano numerosi Navajo, in costume tradizionale, che offrono la possibilità di fare il giro della valle in fuoristrada o a cavallo.

Noi abbiamo deciso di usare il nostro fuoristrada per compiere tutto il percorso della Valley Drive, una bellissima strada panoramica, dissestata ma comunque percorribile, che ci ha permesso di inoltrarci fra i monoliti e le bizzarre conformazioni rocciose della valle.
E proprio di questo percorso vi voglio parlare ora!

I tre monoliti di sabbia rossa che si stagliano sull’orizzonte della Monument Valley sono ormai diventati un simbolo: è il primo meraviglioso panorama che si coglie già dal visitor center. Questa coppia di alture è nota come The mittens ( i Guanti): il Guanto di sinistra è in Arizona, quello di destra , a 3 chilometri di distanza è nello Utah; fra loro si staglia una vetta che completa il trio che al tramonto si illumina di rosso scintillante.

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Da qui è un susseguirsi di sorprese: una delle tante gigantesche e bizzarre conformazioni rocciose di questo parco è stata nominata Elephant Butte per la sua presunta somiglianza con un elefante; e poi le Tre sorelle, tre sottili pinnacoli piuttosto caratteristici che si distinguono fra i ben più spessi e tozzi monoliti del panorama circostante.

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Il cuore del parco è però è il John Ford’s Point :è una zona altamente panoramica ed è dedicata al regista che ha immortalato la Monument Valley come lo scenario hollywoodiano simbolo del Far West.

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Luogo davvero magico ed evocativo….Il ricordo più bello? L’alba del giorno dopo.

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“Oh grande spirito, la cui voce sento nei venti e il cui respiro dà vita a tutto il mondo, ascoltami!

Vengo davanti a te, uno dei tuoi tanti figli. 
Sono piccolo e debole, ho bisogno della tua forza e della tua saggezza.


Lasciami camminare nelle cose belle, e fa che i miei occhi ammirino il tramonto rosso e oro.


Fa che le mie mani rispettino tutto ciò che hai creato, e le mie orecchie siano acute nell’udire la tua voce.


Fammi saggio, così che io riconosca le cose che hai insegnato al mio popolo, le lezioni che hai nascosto in ogni foglia, in ogni roccia.


Cerco forza, non per essere superiore ai miei fratelli me per essere abile a combattere il mio più grande nemico: me stesso!

Fa che io sia sempre pronto a venire con te, con mani pulite e occhi dritti,

così che quando la mia vita svanirà come luce al tramonto, il mio spirito possa venire a te senza vergogna.”

Preghiera Navajo

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MEMORIES: THE GRAND CANYON

Da Las Vegas la strada per il Gran Canyon è molto lunga, ma sicuramente non si può dire che sia monotona: il panorama muta in continuazione, dal deserto, si passa a zone di montagna dai colori più svariati e poi a tratti boschivi …e lentamente, senza quasi accorgersi si sale verso l’altopiano che permetterà la vista del Grand Canyon. Si arriva a quasi a 2000 metri….infatti nella zona adiacente ci sono zone boschive ricche di fauna. Ecco l’ incontro che abbiamo fatto appena arrivati!!

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Siamo giunti al North Rim , il versante che permette le vedute più suggestive della zona poco prima del tramonto. Ero molto ansiosa di vedere il Grand Canyon: avevo letto molto sull’argomento e visto così tante fotografie che le mie aspettative erano altissime. Ma….

Non c’è nulla che possa prepararti al Grand Canyon! Non importa quanto si abbia letto sull’argomento o quante immagini si siano viste.
La visione è sempre mozzafiato.
La mente sembra quasi incapace di concepire uno spettacolo di questa portata, semplicemente si soccombe e per lunghi istanti ci si sente una nullità, si rimane senza parole e senza fiato e si prova solo un inenarrabile sgomento davanti a un spettacolo così immenso, meraviglioso e silenzioso.
Ricordo di essermi avvicinata al punto di osservazione con circospezione, come quando si tergiversa di fronte alla possibilità di scoprire una verità che tic potrebbe rendere incredibilmente felici o potrebbe farci soffrire molto.

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La gioia è stata immensa.

Mi sono trovata davanti a un abisso spaventoso: una distesa infinita di forme bizzarre e colori, di luci abbaglianti del deserto e ombre impenetrabili, di promontori spogli e pinnacoli d’arenaria svettanti e impossibili da scalare. Così impassibile e remoto non può deludere, ma al tempo stesso ti fa sentire annientato.

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In effetti le proporzioni del Grand Canyon sono oltre l’umana comprensione: misura un chilometro di profondità, 10 di larghezza e 130 di lunghezza. Dentro ci starebbe l’intera Manhattan!!

Una delle cose che mi ha colpito è il silenzio: il Grand Canyon inghiotte i rumori. Regna un incombente senso di spazio e di vuoto: là in mezzo non succede nulla. Giù, giù in fondo al Canyon scorre il fiume che l’ha scavato: il Colorado River. Seppure sia largo un centinaio di metri, dall’alto appare sottile e insignificante…tutto è rimpicciolito da questa immensa voragine. Quasi due miliardi di anni della storia della Terra sono emersi alla luce grazie all’azione del Colorado e dei suoi affluenti, che in milioni di anni hanno eroso strato dopo strato di sedimenti, e grazie al sollevamento del Colorado Plateau.

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Non si può descrivere questo miracolo della natura. E’ l’unico posto che io abbia visto dove fare fotografie non serve davvero a niente : la sensazione che hsi prova quando si guarda nel canyon non può essere immortalata; si rimane a guardare e pensi di essere su un altro pianeta. Semplicemente una meraviglia infinita… e capisci che l’uomo può “costruire” ma solo la natura CREA.

È stato uno spettacolo incredibile.. Si tratta dello scenario più meraviglioso che io abbia mai visto.
Se andate negli Stati Uniti, non perdetevi questa miracolo della natura che vi rimarrà dentro per tutta la vita.

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La fiera dei miracoli

Un miracolo comune:
l’accadere di molti miracoli comuni.

Un miracolo normale:
l’abbaiare di cani invisibili
nel silenzio della notte.
Un miracolo fra tanti:
una piccola nuvola svolazzante,
che riesce a nascondere una grande pesante luna.
Più miracoli in uno:
un ontano riflesso sull’acqua
e che sia girato da destra a sinistra,
e che cresca con la chioma in giù,
e non raggiunga affatto il fondo
benché l’acqua sia poco profonda.
Un miracolo all’ordine del giorno:
venti abbastanza deboli e moderati,
impetuosi durante le tempeste.
Un miracolo alla buona:
le mucche sono mucche.
Un altro non peggiore:
proprio questo frutteto
proprio da questo nocciolo.
Un miracolo senza frac nero e cilindro:
bianchi colombi che si alzano in volo.
Un miracolo – e come chiamarlo altrimenti:
oggi il sole è sorto alle 3,14
e tramonterà alle 20.01
Un miracolo che non stupisce quanto dovrebbe:
la mano ha in verità meno di sei dita,
però più di quattro.
Un miracolo, basta guardarsi intorno:
il mondo onnipresente.
Un miracolo supplementare, come ogni cosa:
l’inimmaginabile
è immaginabile.
Wislawa Szymborska

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