RITORNO A SEAL BEACH

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E così sono tornata.

Ho desiderato molto questo momento, anche se il timore di arrivare qui e rimanere in qualche modo delusa era davvero tanto.

Ho girovagato di mattina presto per le strade conosciute… nessuno in giro…

Ho rivisto il molo, ventoso e imbronciato, ho salutato l’oceano in eterno movimento, serio e maestoso…

Ho notato abitazioni colorate, decorate, travestite, imbruttite, abbellite…

Ho osservato giardini vezzosi e assetati, romantici e regali…

Ho visto vetrine di negozi  vestiti a festa, botteghe spoglie, cortili vissuti…

Ho ammirato un cielo terso e abbagliante…

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Alla fine ho capito che luoghi e persone sono simili.
Un uomo, una donna, si innamorano di qualcuno …in lui, in lei, vedono tutte le qualità che lo rendono ai loro occhi speciale…e questo sentimento non cambia, se è amore vero, solo perché fra le qualità si nascondono imperfezioni…

Se ne vale la pena, l’amore aiuta a camminare insieme, guardando nella stessa direzione.
Certo, se ne vale la pena…e questo solo ciascuno di noi lo può sapere.

Ecco.
Seal Beach, per me, ne vale la pena.

Vale la pena essere tornata per potermi perdere in mille particolari che ancora non mi appartengono.
Vale la pena scoprire anche il fastidioso, oltre che l’entusiasmante.
Vale la pena trovare la persona scontrosa, accanto al vicino così accogliente.
Vale la pena addormentarsi con il sorriso solo per il fatto di essere qui, con te.

Vale la pena.

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IL MURO

A me è successo.

A San Antonio arrivi, entri in un hotel, ti assegnano la camera e il facchino, messicano, ti porta i bagagli fino in stanza ( e guai se ti azzardi a portarli tu).

Poi esci, ti incammini e durante il tragitto che ti porta verso il centro cittadino vedi diversi operai edili, messicani, al lavoro.

Poi ti accorgi dei netturbini, messicani, che tengono puliti i marciapiedi.

Arrivi nella piazza principale, cerchi una bibita fresca e vai da un ambulante, messicano, e la compri.

Adesso è ora di pranzo: ristorante, ordinazione, consumazione, conto, mancia alla cameriera messicana.

Ritorni in hotel e incontri una signora delle pulizie, messicana, che ha appena sistemato la tua stanza.

Ma,mi domando, è questo il paese dove il “Muro della vergogna” continua a resistere?
E’ qui che gli immigrati clandestini messicani sono visti come la peste?

Entro in camera e cerco di capire meglio.
Leggo qualcosa….

Leggo che “Il Mexican Wall “ noto anche come “muro della vergogna” è una barriera che corre lungo quasi mille dei tremila chilometri di confine fra gli Stati Uniti e il Messico: è una frontiera di morte ( come la frontiera fra il Nordafrica e l’Europa con la differenza che il mare è sostituito dal deserto…)

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Leggo che secondo stime ufficiose, il numero di vittime lungo il confine si aggira oggi intorno alle 900 all’anno e che Il muro del Messico in certi punti della frontiera, per esempio presso città come El Paso, proprio in Texas, è un vero e proprio muro di cemento. Più spesso è una barriera fatta di legno e di metallo, con l’aggiunta di filo spinato o elettrificato.
Nelle zone più desertiche e inospitali, è una successione di barriere reali e barriere virtuali: tratti di confine sorvegliati da telecamere e sensori, a loro volta monitorati dalle guardie di frontiera.

Leggo che sta aumentando la fiorente economia che prospera intorno al Mexican Wall: contrabbandieri di clandestini, i coyotes, che si arricchiscono guidandoli (o abbandonandoli) nel deserto; costruttori di tunnel che si inabissano in Messico e spuntano fuori negli States; spacciatori di droga e di armi

Sono quasi alla fine della lettura….

Leggo che tra il 2013 e il 2014 almeno 1185 clandestini sono morti per strada. Le cause sono diverse: annegamento nei fiumi in piena, disidratazione (nel deserto), assideramento (sulle montagne), la fame o la sete durante le marce che possono durare una settimana e, infine, anche per mano dei banditi e i predoni di frontiera.

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Leggo che l’episodio piu’ grave e’ avvenuto lo scorso agosto, quando un gruppo di 12 migrantes (tra cui tre donne e un bambino) tento’ di raggiungere un paese in Texas, attraverso una fogna, con un diametro di un metro e venti. Sette di loro, investiti da un’ondata violenta di melma, affogarono nella cloaca solo pochi minuti prima di sbucare in superficie nell’eldorado Texas.

Ho finito.

Ogni giorno ci sono centinaia di persone che iniziano un viaggio, il viaggio della speranza.

Pochissimi arrivano a destinazione.

Sulla strada rimane tutta la vergogna di questo mondo.

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Sono una stella

Sono una stella del firmamento
che osserva il mondo,

disprezza il mondo
e si consuma nella propria luce.

Sono il mare che di notte si infuria,
mare che si lamenta,

pesante di vittime
che ad antichi peccati, nuovi ne accumula.

Sono bandito dal vostro mondo

cresciuto nell’orgoglio e dall’orgoglio tradito,

sono il re senza terra.

Sono la passione muta
in casa senza camino,

in guerra senza spada


e ammalato sono della propria forza.

( Herman Hesse)

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AUSTIN

L’ultima tappa del nostro on the road in Texas è proprio la sua capitale, Austin, fondata nel 1839 sulle rive del Colorado River.

Il percorso che ci porta verso la città, viene interrotto da un imprevisto: ad un certo punto vediamo un susseguirsi  di pannelli pubblicitari raffiguranti delle immense … fragole!

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E più avanti ancora, all’uscita dalla freeway per il paese di Poteet, troviamo un pupazzo fragola di dimensioni notevoli che ci saluta.A questo punto, dobbiamo fermarci! E in un attimo capiamo: Poteet è il paese dove viene raccolta la più alta percentuale di fragole di tutto lo Stato e per celebrarlo sono state edificate diverse “fragol-sculture”: la più grande è alta oltre 2 metri, si trova di fronte al Poteet Volunteer Fire Department e pesa oltre 700 kg

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E così abbiamo visto anche questa !!! :-0

Ripartiamo e in poco meno di un’ora arriviamo ad Austin: nonostante l’immensa periferia della città riusciamo ad arrivare nel centro città abbastanza velocemente anche se la zona che può essere percorsa a piedi si riduce a pochi isolati,;  oltre solo un susseguirsi di arterie stradali molto grandi e trafficate.

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Avevo programmato la visita ad Austin sostanzialmente per tre motivi.

Il primo: la visita a The University of Texas. Venne fondata nel 1883 ha superato i 50.000 iscritti ed è diventata il primo istituto del Texas e una delle più grandi e importanti università degli Stati Uniti.
Ci aggiriamo nell’immenso parco che la circonda: come ogni college americano è simile a una piccola città all’interno di una metropoli, dove il visitatore può passeggiare per il campus e fermarsi a mangiare in uno dei vari locali posti all’interno.

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E’ situata nella zona centrale di Austin, su una collina e pertanto da qui si riesce a vedere la seconda tappa della nostra visita: Lo State Capitol del Texas, cioè la sede governativa dello stato. Per arrivarci occorre riprendere l’auto, impazzire per un parcheggio e farsi comunque due miglia a piedi!
Comunque arrivati lì devo dire che non sono rimasta delusa.
È un edificio molto imponente che fu progettato nel 1881 e infine completato nel 1888 da Reuben Lindsay Walker.
È possibile accedervi e ottenere brochure informative (anche in italiano) oppure prenotare un tour guidato. Inoltre è davvero un piacere passeggiare e rilassarsi nell’immenso parco che lo circonda, ben tenuto e decorato con monumenti che  celebrano la storia del Texas.

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E’ già pomeriggio inoltrato e quindi decidiamo di avviarci verso la famosa Sixth Street, una lunga via di bar e negozi che la sera si anima con musica dal vivo. Austin, infatti, si è auto proclamata “Capitale Mondiale della Musica” grazie ad un’infinita gamma di stili – blues, country, jazz, reggae, swing e tanti altri – che vengono suonati in ogni quartiere ed in ogni via della città ma in particolare lungo la 6th Street .Qui iniziamo a capire come mai il motto di Austin sia “Keep Austin Weird” ( lasciate a Austin la sua stranezza): in effetti al calar della sera si vedono in giro molte persone direi “originali”…

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Non abbiamo tempo, però, di goderci questa tranquillità perché il terzo motivo della visita non aspetta di certo noi!!!
Eh sì…perchè prima che il sole tramonti definitivamente , dando retta alle persone del luogo, andiamo a piedi del Congress Avenue Bridge per osservare un milione e mezzo di pipistrelli (!!!!) che, con l’arrivo delle tenebre, escono dai loro nascondigli posti proprio sotto le arcate di questo ponte. Lo spettacolo pare inizi dalla fine di marzo e duri fino a novembre, prima della migrazione.
E così arriviamo lì, vediamo gente sul ponte, persone sedute sul prato sotto al ponte, barche e battelli fermi lì vicino sul Colorado River,…tutti ad aspettare.

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Sono le 20,45. Ci mettiamo anche noi sul ponte e aspettiamo…intanto scatto qualche foto.
Le 21,00. Stiamo sempre aspettando…non so più cosa fotografare.
Le 21.15. Accidenti…ma a me pare che il sole sia tramontato ormai…mal di piedi…sono in giro da questa mattina…
21.30. Se qualcuno mi avesse detto che avrei aspettato per un’ora un’orda di pipistrelli, avrebbe beccato del fuori di testa!! Manco un’ala sbeccata di volatile si è ancora vista!
21.40. Ehi….fermi…ma dove andate… E i pipistrelli??? Ma non si fa così!!!!!!

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Le persone lì assiepate iniziano ad andarsene e noi capiamo che per questa sera niente spettacolo “pipistrellare”… Un passante, mosso a pietà dalla mia espressione delusa, ci spiega che a volte accade per varie ragioni… Domani sarà la volta buona!

Domani? DOMANI????????????
A parte che io domani che col piffero vengo qui di nuovo a farmi prendere per il naso dai pipistrelli ( detto fra noi, secondo me mi hanno riconosciuta “Eccola quella a cui abbiamo sempre fatto ribrezzo e adesso vuol venire qui a fotografarci…maramao!”) e poi…domani sera  l’aereo per la California ci aspetta!

Pazienza. Gli imprevisti fanno parte del viaggio! Alla prossima.

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Batman, Robin, andiamo!! 🙂

SCIENZA E FANTASCIENZA A SAN ANTONIO

Già all’ingresso ci si rende conto che l’idea principale che ha guidato i progettisti è quella di lasciare aperte molte strade percorribili in maniera autonoma: ogni bambino può decidere il proprio percorso di scoperta all’interno del museo seguendo i richiami visivi e sonori che più lo interessano.

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All’interno delle varie sezioni ci sono varie gallerie espositive che permettono poi l’accesso a laboratori interattivi ed a esperienze di apprendimento.

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I bambini che erano presenti durante la mia visita mi sono sembrati molto interessati e divertiti dalle varie proposte.

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Non ho visto nulla di veramente innovativo rispetto a quanto già si sta facendo in molte città italiane, però ho trovato il programma che si propongono per il futuro molto interessante : si parla di varie iniziative che saranno organizzate in collaborazione con partner autorevoli nei campi della scienza, dell’ingegneria, delle arti, reperiti nella comunità di San Antonio.

Per fare degli esempi:
-a luglio in una giornata detta “Eroi di tutti i giorni” i bambini potranno incontrare gli “eroi della vita reale” del dipartimento di polizia di San Antonio, Vigili del Fuoco e forze armate, così come dei cittadini-eroi;
-in febbraio con “Who do you love” sono previste conversazioni su “la scienza e l’arte di amare” con esperienze interattive legate alla famiglia, agli amici e agli animali;
-in marzo si celebra la matematica con il “π Day” – con origami matematici, caccia al tesoro per il museo con enigmi geometrici e altri quesiti divertenti;
-in gennaio il DoSeum offe la possibilità di farsi conoscere ai giovani innovatori e imprenditori della loro comunità; sono ragazzi che stanno realizzando in vari campi nuove idee per il futuro di cui verranno raccontate le storie personali e le loro nuove intuizioni.

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( Comunque per un’idea più precisa del DoSeum, cliccando qui si trova un bel video introduttivo :

All’uscita del museo trovo un volantino che parla di UFO a San Antonio!!

Guardo meglio: non è una informazione che appartiene al museo, per fortuna!!
Però mi incuriosisco…e cosa scopro??
Che il 28 marzo 2015 un uomo è stato testimone di un avvistamento Ufo avvenuto sopra la città di San Antonio in Texas e che pare sia un avvistamento di tutto rispetto che ha messo in subbuglio la comunità internazionale di scienziati “esperti di ufologia”.

Il testimone dice di essere riuscito a “catturare” alcuni oggetti volanti misteriosi attraverso la lente ad infrarossi installata sulla sua videocamera.
Si vedrebbero delle sfere di luce incandescenti che si muovono in modo inusuale, con traiettorie casuali.
Il testimone è certo di essere riuscito ad immortalare velivoli di provenienza extraterrestre.
E tuttora ci stanno lavorando sopra…

Ecco una delle fatidiche immagini

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Mah…personalmente se proprio devo aver a che fare con un extraterrestre voglio almeno che sia come Mork: pacifico, simpatico e divertente!!!

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 …quasi un anno che te ne sei andato….ciao Robin!

“Lo so che giunti al termine di questa nostra vita tutti noi ci ritroviamo a ricordare i bei momenti e dimenticare quelli meno belli, e ci ritroviamo a pensare al futuro cominciamo a preoccuparci e pensare “io che cosa farò, chissà dove sarò, da qui a dieci anni”. Però io vi dico, ecco guardate me, vi prego, non preoccupatevi tanto, perché a nessuno di noi è dato soggiornare tanto su questa terra. La vita ci sfugge via e se per caso sarete depressi, alzate lo sguardo al cielo d’estate con le stelle sparpagliate nella notte vellutata, quando una stella cadente sfreccerà nell’oscurità della notte col suo bagliore esprimete un desiderio e pensate a me. Fate che la vostra vita sia spettacolare. “

 Jack Charles Powell (Robin Williams) – dal film “Jack” di Francis Ford Coppola

CORPUS CHRISTI

Arriviamo in auto da San Antonio percorrendo circa 150 miglia. La città si presenta illuminata da uno splendido sole e, a differenza del clima tipico texano, qui si avverte una leggera brezza che rinfranca. E infatti…ho parlato troppo presto: in un secondo il cielo si oscura e ….arriva un temporale, con tanto di fulmini e tuoni, da far paura.
Dura un quarto d’ora e piove talmente tanto che decidiamo di fermarci per non rischiare incidenti!
( fra l’altro arrivando qui, sulla freeway avevamo visto pannelli luminosi che dicevano” attenzione questa è la stagione degli uragani: state pronti!”…urca! Noi l’abbiamo preso come un avviso generico…sta a vedere che che invece l’uragano è già qui!)
No, per fortuna!
Si tratta proprio del clima, tropicale, di questa zona….sole, acqua, sole,….
E infatti tutto passa e si ritorna ad essere illuminati da una splendida giornata.

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Certo l’affaccio sul Golfo del Messico è molto bello: la baia, infatti, è completamente ornata da palme ed è molto scenografica. Ci fermiamo in uno dei molti miradores ( padiglioni panoramici) per godere di una bellissima visuale sul golfo.

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La nostra meta principale, in realtà, è una località che si trova qui a dieci miglia, ma prima di avviarci decidiamo di esplorare alcune attrazioni della città.

Dall’altra parte del ponte sul porto si vede la portaerei USS Lexington, lunga 274 metri e oggi adibita a museo.
Fu operativa per circa 50 anni nel Pacifico; durante il corso della Seconda Guerra Mondiale venne data per affondata dai giapponesi varie volte, fatto che le guadagnò il nomignolo di Blue ghost (fantasma blu).

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Le passiamo accanto ma la visita non ci attrae più di tanto e così ci dirigiamo verso il il South Texas Botanical Gardens and Nature Center.
Decidiamo di entrare e all’inizio siamo un po’ scettici perché il posto non sembra aver molto da offrire. Invece, dopo le iniziali perplessità ci ricrediamo perché alcuni ambienti di questo giardino sono veramente caratteristici. Incontriamo vare zone , chiamate, house, e ciascuna di esse mostra spettacoli meravigliosi. Troviamo una serra completamente dedicata alle bromelie, piante tropicali che necessitano una buona umidità ambientale.Questo tipo di pianta la conoscevo, ma non ne avevo mai visto di così tanti tipi e colori diversi!!

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Si continua con il giardino di orchidee: è una esposizione di migliaia di orchidee dalle forme e dai colori più strani….un mare inebriante e allegro.

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Poi si passa alla casa delle farfalle: volteggiano, ballano, sfiorano, innamorano…sono una gioia per lo spirito.

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E poi ancora il giardino delle rose, e via via per i suoi180 ettari di percorsi naturalistici con numerose specie di alberi e arbusti, con erbe autoctone, erbe aromatiche, cactus, e animali selvatici come cervi e coyote.
Impossibile vedere tutto…

E’ ora di avviarci verso la meta del pomeriggio: il Padre Island National Seashore.
Si tratta di una spiaggia praticamente infinita caratterizzata dalla sabbia bianca e dal mare caldo che  separa il Golfo del Messico dalla Laguna Madre, una delle poche lagune iper-saline al mondo. Ricchissima di flora ma anche e soprattutto di fauna tra uccelli, pesci e rettili di ogni tipo.

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Grazie alla sua posizione, quasi la metà di tutte le specie di uccelli migratori del Nord America possono essere individuati qui in alcuni periodi durante l’anno. E ‘anche un paradiso per la vita marina, come le tartarughe marine, comprese le specie in via di estinzione reintrodotte nella zona.

In auto si attraversa un lungo e basso ponte sulla baia della laguna Madre e ci si immette sull’unica strada dell’isola: da qui partono una serie di vie d’accesso a varie spiagge.
La linea costiera è talmente lunga che sembra di guidare verso l’infinito!!!

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Addirittura c’è chi parcheggia direttamente vicino al mare, sulla sabbia!!! ( ma gruppi ambientalisti che protestano qui non ce ne sono???)

Andiamo avanti per circa 4 miglia e qui davvero siamo in paradiso: non si vede nessuno all’orizzonte, solo sabbia e mare.
Infinitamente e dolorosamente bello.

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Febbre del mare
 
Devo tornare sul mare, solitario sotto il cielo,
e chiedo solo un’alta nave e una stella per guidarla,
colpi di timone, canti del vento,
sbuffi della vela bianca,
e bigia foschìa sul volto del mare
e un bigio romper dell’alba.

Devo tornare sul mare, ché la chiamata
della marea irruente è una chiara
selvaggia chiamata imperiosa;
e io chiedo soltanto un giorno di vento
con volanti nuvole bianche,
pien di spruzzi e di spuma e di strillanti gabbiani.

Devo tornare sul mare, alla vita
di zingaro vagabondo; alla via
delle balene e degli uccelli marini,
dove il vento è una lama tagliente;
e io chiedo solo un’allegra canzone
da un compagno ridente e un buon sonno
e un bel sogno
quando la lunga giocata è finita.

JOHN MANSFIELD 

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Corpus Christi, però, è anche tristemente famosa per essere stata la città dove ha vissuto e trovato la morte, per mano di Yolanda Saldívar, la sua ex-manager, all’età di soli 23 anni nel 1995, la cantante messicana Selena.
E’ considerata una tra le più popolari icone musicali latine.
Detiene il record del concerto più affollato nella storia dell’Astrodome di Houston, con 67.000 spettatori alla sua esibizione del 1993.[
La morte dell’artista fu uno shock per la popolazione latina e non degli Stati Uniti.
Solo qualche giorno dopo la sua morte, il 12 aprile 1995, George W. Bush, a quel tempo governatore del Texas, dichiarò il 16 aprile, giorno della sua nascita, giorno di Selena.
A Corpus Christi si trova la tomba di Selena e un museo e lei dedicato.

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MISSION TRAIL

E’ una mattina assolata e in auto ci dirigiamo a due miglia a sud di San Antonio dove si trovano dislocate quattro antiche missioni spagnole risalenti ai primi anni del 1700. Queste quattro missioni, insieme, costituiscono il San Antonio Mission National Historical Park.

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La prima missione che incontriamo è quella di Concepcion fondata dai Francescani nel 1716: si trova ancora in una zona di San Antonio che definirei urbana…e in effetti non mi colpisce più di tanto poiché ha perso quell’aspetto di abbandono che è così tipico, ad esempio, delle missioni del New Mexico.
Intendiamoci: la chiesa è molto bella e ben tenuta …però ci sono cose che stonano, tipo corsi di fitness nel parco antistante!!!
Breve sosta, qualche foto… e via!

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Arriviamo a San Josè, che tutte le guide turistiche indicano come la più bella ( non sono d’accordo!)
E’ giunta a noi perfettamente conservata: troviamo un semplice portone di legno che interrompe le possenti mura di cinta e da lì si entra in un immenso cortile con molti alberi.
Tutto intorno stanno gli alloggi degli indigeni e, di seguito, gli edifici dove veniva loro insegnato un mestiere, il latino, lo spagnolo e la religione.

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La Chiesa si trova al centro del cortile, molto grande e scenografica.
Su un lato si trova una piccola finestra detta “finestra della rosa” particolarmente decorata: una leggenda dice che è opera di un falegname spagnolo che l’avrebbe scolpita come simbolo di un amore tragico. La sua amata Rosa, infatti, durante la traversata dell’oceano per raggiungerlo qui dalla Spagna, sarebbe scomparsa in mare.

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La terza missione che incontriamo è San Juan de Capistrano: si differenzia dalle altre per l’aspetto più snello e l’abbagliante colore bianco.
Intorno si trova un bellissimo giardino con frutteto.
Adesso il caldo è veramente insopportabile…via!

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E arriviamo all’ultima missione, Espada, la mia preferita.
Perché?

Intanto ci vuole un certo impegno per trovarla: è come se si volesse nascondere da occhi indiscreti…e per me la riservatezza delle missioni, così come dei monasteri ( ma a ben pensarci anche delle persone!!!) è tratto di valore.
Poi è la più antica in quanto venne fondata nel 1690 e quindi conserva elementi forse più rudimentali, ma
decisamente dal sapore originale.
Infine è la più piccina , raccolta su se stessa, aggraziata da piante e fiori poco appariscenti ma che danno l’idea dell’amorevolezza nella cura.
I love it!

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Certi luoghi invitano davvero alla riflessione, al desiderio di lasciar andare la mente a rincorrere solo quei pensieri che vorremmo poter inseguire ogni volta che vogliamo. Cosa che poi in realtà non sempre si può fare…

Così ci fermiamo qui e aspettiamo…la giornata è bella, la vita, oggi, è bella …poi si vedrà…

Il dono

Il dono eccelso che di giorno in giorno
e d’anno in anno da te attesi, o vita
(e per esso, lo sai, mi fu dolcezza
anche il pianto), non venne: ancor non venne.
Ad ogni alba che spunta io dico: “È oggi”:
ad ogni giorno che tramonta io dico:
“Sarà domani”. Scorre intanto il fiume
del mio sangue vermiglio alla sua foce:
e forse il dono che puoi darmi, il solo
che valga, o vita, è questo sangue: questo
fluir segreto nelle vene, e battere
dei polsi, e luce aver dagli occhi; e amarti
unicamente perché sei la vita.

Ada Negri

 

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FORT ALAMO

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Una breve premessa.
Fort Alamo, chiamato anche San Antonio del Valero, è situato nel centro della città in Alamo Plaza. Considerato dagli americani un vero e proprio luogo di culto fu il teatro di una delle più importanti battaglie nella storia della guerra di indipendenza del Texas combattuta contro il Messico.

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Ci avviamo verso l’ingresso di ciò che rimane di questo forte ( direi ben poco…) e la prima sorpresa che abbiamo è che l’ingresso è gratuito! Miracolo!
Ma la sorpresa dura pochi minuti…giusto il tempo di mettere il piede dentro e subito veniamo messi in posa davanti al portone e ci viene fatta una foto ( l’unica che potremo avere dell’interno, in quanto le macchine fotografiche nel locali sono proibite): ci viene detto che per avere questa foto bisogna pagare circa 30 dollari.

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(Nota a margine: allora… non sono spilorcia, capisco che in America di siti con un minimo di storia alle spalle ne hanno pochi, capisco lo spirito patriottico, capisco che c’è la manutenzione da pagare,…ma dico la verità: avrei preferito a questo punto pagare un biglietto!!!)

L’interno è molto suggestivo nonostante siano rimasti quasi intatti soltanto la chiesa e alcuni locali annessi. Impressionanti sono le mura, veramente massicce, in alcuni punti incise, ci hanno spiegato, dalla mano di donne e bambini che erano lì asserragliati.
Arriviamo al centro di una stanza che è stata adibita a piccolo museo, dove si possono vedere alcune armi, molti indumenti dell’epoca e pagine di manoscritti che contengono il diario di quelle giornate di assedio.

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La guida a questo punto ci vuole raccontare ciò che accadde quel giorno , dopo un assedio durato 13 giorni, ma lo fa facendoci immedesimare nella situazione dei soldati lì rinchiusi in attesa dell’inevitabile.

Inizia a raccontare:
“ Ormai abbiamo capito che non ci resta scampo…vediamo il colonnello Travis, accompagnato da David Crockett, venire verso di noi…eccolo che traccia una linea sul suolo.  Chiede, a chi è pronto a morire per la libertà, di oltrepassarla.
Noi ci guardiamo, l’indecisione dura solo un istante…tutti, uno dopo l’latro oltrepassiamo quella linea. …e tu? tu che fai? hai paura? …ti comprendiamo…se vuoi arrenderti, fallo!
E’ il 6 marzo 1836, è ancora notte…a un tratto sentiamo forti rumori e grida: capiamo tutto. Alcuni soldati messicani sono riusciti ad entrare e stanno facendo saltare dall’interno le barricate!
Forza compagni: è giunto il momento di mostrare tutto il nostro coraggio. Viva l’indipendenza, viva la libertà!”

E poi tace.
La nostra guida, che credo abbia raccontato questa vicenda centinaia di volte, pare commuoversi.
Poi continua.

“La disperata lotta continuò fino a che i texani furono tutti uccisi. Al sorgere del sole la battaglia era finita e il Generale messicano Antonio Lopez de Santa Anna entrò nel recinto dell’Alamo per contemplare la scena della sua vittoria.”

…comunque io mi sono emozionata….

La visita continua in maniera individuale all’esterno, nei giardini e in alcune zone dove si trovano tracce di mura di difesa.

So che sono stati creati diversi miti sulla Battaglia di Alamo, sia a favore che contro texani e messicani.
Sta di fatto che oggi è stato dichiarato monumento storico e la sua visita, per ogni americano, è d’obbligo.

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A me è piaciuta molto, soprattutto in relazione a una particolarità che ci ha spiegato un’addetta al bookshop del posto.
Ci ha raccontato che in primavera qui si svolge la “Fiesta”, un evento che si ripete dal 1891 e che intende ricordare i caduti della battaglia di Fort Alamo e commemorare la vittoria dello scontro decisivo di San Giacinto, momenti cruciali nella lotta d’indipendenza contro il Messico.

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La cosa caratteristica, però, è che al posto di pistole e proiettili, ci si combatte a colpi di fiori e petali, in una rivisitazione pacifica e trasfigurata della guerra.

C’è un corteo di grandi carri infiorati che sfilano per le strade trasportando figuranti con abiti dell’epoca, accompagnati da bande musicali.

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Bello essere colpiti da migliaia di colpi di petali colorati!!!!

Nasceranno uomini migliori

Nasceranno da noi
uomini migliori.
La generazione
che dovrà venire
sarà migliore
di chi è nato
dalla terra,
dal ferro e dal fuoco.
Senza paura
e senza troppo riflettere
i nostri nipoti
si daranno la mano
e rimirando
le stelle del cielo
diranno:
«Com’è bella la vita!»
Intoneranno
una canzone nuovissima,
profonda come gli occhi dell’uomo
fresca come un grappolo d’uva,
una canzone libera e gioiosa.
Nessun albero
ha mai dato
frutti più belli.
E nemmeno
la più bella
delle notti di primavera
ha mai conosciuto
questi suoni
questi colori.
Nasceranno da noi
uomini migliori.
La generazione
che dovrà venire
sarà migliore
di chi è nato
dalla terra,
dal ferro e dal fuoco.

Nazim Hikmet

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SAN ANTONIO ( part 2 )

Salendo una delle numerosissime rampe di scale che dal Paseo tornano sulle strade principali, arriviamo a La Villita (Piccola Città), la vecchia città di Bèjar che fu poi restaurata. Si tratta di un angolo spagnolo nel cuore del centro urbano e sembra quasi un prolungamento del Paseo del Rio. Ci sono ristoranti, gallerie d’arte, negozi d’artigianato, antiquari,…
Vediamo molti turisti che si aggirano per le stradine, ma nei negozi gli acquirenti sono pochi. In effetti gli oggetti che vengono venduti sono piuttosto cari…

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Siamo quasi arrivati alla fine del giro: ci rimane da vedere Il Market Square che include in particolare ‘El Mercado’, il più grande mercato messicano fuori dal Messico.
Entrando in questo immenso mercato al coperto, si viene immediatamente proiettato nelle atmosfere messicane: da ogni parte sombreri, abiti dai colori tipici dell’ America del sud, musiche dal sapore latino,…
E qui davvero la considerazione è d’obbligo: se San Antonio avesse un sapore, sarebbe quello di un mix di cibo texano-messicano. E’ una città multiculturale, vivace, che celebra sì i rodei, ma anche le fiestas. Così, facilmente ci si scorda di essere negli Stati Uniti….

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A fine giornata, ci avviamo verso un parco molto vasto, con corsi d’acqua e giochi di fontane da dove svetta una torre alta 174 metri: scopriamo che sulla cima si trova un ristorante da cui poter godere della vista panoramica su tutta la città.
Ottimo modo per concludere la nostra prima giornata a San Antonio! (…per la cronaca: la torre si chiama Tower of the Americas…sarà per voler ribadire che qui non siamo in Messico ma in America, a scanso di equivoci !!??:-)

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La città ci è piaciuta perché, secondo noi è vivibile, vivace e “volenterosa”: infatti abbiamo avuto la sensazione di una città che vuole migliorare, che vuole diventare più e meglio, soprattutto dal punto di vista della conservazione della storia e dell’arte e della vivibilità della città stessa.

In alcuni momenti, camminando per San Antonio, mi sono quasi sentita a casa…certo Cremona è un’altra cosa…

Non per niente quando Herman Hesse visitò Cremona, ne rimase estasiato tanto da scrivere

“Tornato nella stanza d’albergo rimasi a lungo seduto sul letto; la musica pura della piazza del Duomo vibrava dentro di me (…).”

Ci sono anche dei versi ad essa dedicati che egli compose nello stesso anno, non è dato di sapere se subito di getto, oppure successivamente.

“Arrivo a Cremona”

Canta la pioggia,
la pianura giace pregna di notte,
gli alti alberi stormiscono umidi e freschi,
lievi dai campanili gocciolano suoni di campane
e si addormentano, derisi sottovoce dalla pioggia.
Per allegri vicoli alla luce di lanterne
attraverso tranquillo la città straniera,
buie le volte, fioca luce alle finestre,
pacifici cittadini seduti intorno al vino.
Un portico risuona al mio passo,
e una scala mi conduce piano
a una volta, lungo un colonnato, e debole
sull’umida pietra m’insegue l’ombra mia.
Ampio si apre il fondo della loggia,
mi fermo intimorito:
uno accanto all’altro, enormi,
svettano Duomo, Torre e Palazzo,
sopra ad essi, silenziosa,
immensa grava la notte di cobalto.
E appena scorto, tutto è come noto,
e allo sguardo incantato risuona felice
armonioso e puro come musica,
chiaro come melodia del Paradiso.
Sognati da uomini d’un tempo lontano
Duomo, Torre e Palazzo sorgono maestosi
e mi parlano, e alita dalle colonne
e dai portici sorride l’eternità.

(Herman Hesse, “Dall’Italia e racconti italiani”)

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I love Cremona!

SAN ANTONIO

San Antonio ha un centro città di dimensione europea, ossia visitabile a piedi, e un passato di tutto rispetto: è qui che si è consumato il massacro di Fort Alamo e si sono combattute sanguinose battaglie tra Texani e Messicani per l’indipendenza.

Avete presente quando a Cremona, parcheggi sul viale Po, ti incammini per Corso Vittorio Emanuele e in un attimo sei in centro? E da lontano vedi già la piazza, il duomo, il torrazzo,…? Ecco. Così.

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Ci siamo incamminati partendo dal nostro albergo, che non è centralissimo, e in meno di un miglio siamo arrivati nel cuore della città, in Alamo Plaza.

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Un vero e proprio centro storico che non fa rimpiangere quelli tipici delle città europee ( ma mi soffermerò meglio su Alamo prossimamente perché merita).

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Nella piazza troviamo moltissimi turisti e anche molta gente del posto: tutto intorno ci sono negozi di souvenir, ma non solo, si trovano anche generi alimentari, banche, negozi di ogni tipo.
I più indemoniati, però, sono i turisti: zampettano qua e là in cerca del ricordino del secolo, si agitano, si richiamano….
La gente del posto, invece, la riconosci subito: atteggiamento rilassato, andamento lento ( ci saranno 40 gradi, ma sopportabili perché l’umidità non è ancora altissima), sguardo disinteressato…come si capisce che questi turisti proprio non li sopportano più!!

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Siamo lì a goderci la vista di questa bella piazza, quando decidiamo di fermare un passante per chiedere indicazioni.
Passa una giovane donna di colore e le domandiamo se gentilmente ci può dire dove trovare la cattedrale; lei molto volentieri ci risponde e poi, come sempre accade, ci chiede da dove veniamo.
“From Italy”
Apriti cielo!
Inizia a tessere le lodi del nostro paese ma questa volta restiamo spiazzati…perchè ciò, anzi, CHI lei ben conosce dell’Italia è…attenzione attenzione…Maria De Filippi!!
E in particolare Italian Got Talent!!
Per farla breve: lei è una cantante non professionista che ha partecipato con successo ad una edizione di American Got Talent e in seguito aveva avuto contatti per esibirsi anche in Italia, dalla De Filippi.
Non abbiamo ben capito come sia andata a finire la faccenda…Pazzesco!

Va beh…

Proseguiamo il giro della città, rigorosamente a piedi ( il bus che porta nei vari punti di interesse è preso d’assalto e piuttosto che salire lì sopra mi faccio la maratona di New York su una gamba sola).

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Attraversiamo la piazza e arriviamo ad uno dei monumenti storici più importanti della città: San Fernando De Baxar, la cattedrale più antica di tutto il Texas fondata nel 1731 da immigrati provenienti dalle Isole Canarie. All’interno stanno celebrando una messa bilingue, spagnolo e inglese…in effetti qui lo spagnolo è di gran lunga la lingua più utilizzata!

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Muovendoci solo per alcune decine di metri troviamo finalmente la zona che caratterizza in tutto il mondo San Antonio: si tratta del River Walk (o Paseo del Rio), una serie di canali artificiali lunghi 7 km, lungo il San Antonio River.
Fu costruito negli anni cinquanta per arginare le piene del fiume Guadalupe, ma nel corso degli anni si è trasformato in attrazione turistica, con tanto di barche per turisti, ristoranti e negozi: si trova 6 metri sotto il livello stradale, è molto ombreggiato da una vegetazione rigogliosa e per questo è molto piacevole passeggiare qui.Questi canali creano una zona pedonale dove si svolge gran parte della vita notturna della città, essendo piena di negozi e ristoranti.

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Camminiamo lungo il canale per un po’ e poi ci sediamo all’ombra di un locale …il Lone star, stella solitaria ( per ricordare il soprannome del Texas “Lone Star State” e la sua bandiera con una sola stella).

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Qui sorseggiamo un beverone al lime e ananas molto rinfrescante, con aggiunta di frutta decorativa…peccato che sia annegato nel ghiaccio!!!!

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Ci godiamo un po’ di relax ma…senza esagerare…dobbiamo, anzi no, vogliamo andare! ( continua)

“…La spedizione mi dava una buona ragione per rimettermi in viaggio, per riprovare quella gioia unica che solo i drogati di partenze capiscono, quel senso di libertà che prende nell’arrivare in posti dove non si conosce nessuno, di cui si è solo letto nei libri altrui, quell’impareggiabile piacere nel cercare di conoscere in prima persona e di capire…”

Tiziano Terzani

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LIVE IS LIFE

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Mentre seduti al tavolino di uno Starbucks ( eh sì… I love Starbucks!) stiamo pianificando le tappe successive del nostro viaggio, sentiamo una voce con forte accento americano che, in italiano, ci chiede se veniamo dall’Italia.

Noi: sì veniamo da lì.
Lui: ( uomo sui cinquant’anni) io sono americano, nato a New York, ma i miei genitori sono italiani, vengono da Piacenza.
Noi: Piacenza?? ma dai….noi da Cremona, vicino, vicino…
Lui: oh sì conosco…ci sono stato dieci anni fa…wonderful!! ( sì ha ragione!!!! 🙂
Noi: vivi qui a Houston? Com’è vivere qui?
Lui: vivo qui per 9 mesi all’anno e poi torno da mia madre per altri tre mesi a Miami ( va beh..tutte le sfortune….), faccio l’investigatore assicurativo e il mio lavoro mi permette di staccare per tre mesi!

E da lì, inizia una conversazione, durata all’incirca un’ora: era felice di raccontare della sua vita a Houston e di poter far pratica con l’italiano, dato che ormai il padre non c’è più e la madre è molto malata.
Alla fine l’immagine di Houston che ne è uscita è un pochino diversa da come l’avevo percepita…in sintesi Roberto ( si chiama così il nostro nuovo amico) ha sottolineato questi aspetti:

a Houston c’è il centro biomedicale più grande al mondo (Texas Medical Centre), all’avanguardia in terapia e diagnostica in quasi tutti i settori e molti italiani sono spinti da queste parti proprio per lavorarci ( dice proprio “The place to be” )

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Houston è gigantesca e capire come funziona è impossibile anche se te lo spiegano.  Può capitarti di prendere una casa in una parte della città che dista più di un’ora (di auto, perché non esistono mezzi pubblici) da dove lavori.

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Houston è una città ricchissima, pare sia la prossima NY (così dicono). Lo stipendio,in generale, è molto buono. La vita notturna è molto viva, ci sono un sacco di locali per tutti i gusti, si tengono molto concerti di cantanti famosi.

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Il clima: se si sopravvive ai 40 gradi di luglio e agosto, il resto è una bellezza. Sempre una primavera calda, in piscina fino a ottobre. ( Ah ecco…insomma noi abbiamo scelto il periodo migliore per venire qua!! 😦

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Molti cittadini girano con la pistola in macchina o in tasca ( gulp!!!!!!) ma questo è molto legato alla mentalità americana, più che texana.

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Gli americani impazziscono per gli italiani ( questo lo avevamo già capito da noi, anche lo scorso anno!!) La comunità italiana a Houston è caratterizzata principalmente da professionisti, ingegneri petroliferi o medici, quindi direi abbastanza lontani dall’immagine degli immigrati italiani stereotipati newyorkesi.

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Prima di salutarci gli chiediamo che consiglio darebbe a chi si vuole trasferire qua, Ci pensa un po’ su e poi, col tipico atteggiamento pragmatico americano risponde: ”Beh di sicuro comprarsi una macchina, comprare la crema solare e non essere vegetariani!!”

Ciao Roberto e grazie.

E…scusa Houston per aver pensato così male di te! Ma del resto…..

È delle città come dei sogni: tutto l’immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio oppure il suo rovescio, una paura.
Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure. (Italo Calvino)

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E allora …un po’ di musica per scacciare le paure ( clicca qui sotto 🙂 )

LIVE IS LIFE

JOHNSON SPACE CENTER

E’ una delle mete più frequentate di tutto il Texas: si tratta del centro visitatori ufficiale della NASA con un museo annesso. In realtà, ad una prima analisi, le esposizioni sembrano pensate soprattutto per i bambini piuttosto che per chi è interessato seriamente all’argomento.
La riprova è che all’ingresso ( apertura ore 10.00, noi siamo arrivati alle 9.00 e già troviamo una fila di persone davanti!!!) le scolaresche in visita sono davvero numerose ( …ma perché ‘sti bambini qua sono tutti così disciplinati, silenziosi e rispettosi?? che prendono a colazione? camomilla???).

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Lo ammetto: sono stata un po’ forzata a visitare questo posto…il mio interesse per le vicende spaziali è pari a zero e avendo già visto Cape Canaveral, diciamo che ero a posto così.
Tuttavia mi sono dovuta ricredere perché ho potuto vedere cose interessanti: meccanismi di prova dello shuttle, laboratori per l’assenza di gravità, sistema di controllo delle missioni…il tutto con un simpatico giro in bus

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Intendiamoci: per i fanatici ci sarebbe stata anche la possibilità di una visita detta LEVEL 9 Tour, che porta in aree ancora più vicine agli astronauti e in zone non accessibili durante la visita generica.

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Non basta…per i super-fanatici c’era anche la grandiosa opportunità di cenare con un astronauta in pensione e poter così sentire dalla sua voce alcuni aneddoti di viaggi spaziali.

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Infine per i super-mega-iper fanatici è anche possibile farsi lanciare nello spazio dentro una capsula per circa 5 minuti, farsi un selfie e poi tornare a terra.
Scherzo.
Però l’idea sarebbe anche carina…quasi quasi la propongo…

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Siamo all’uscita.
Mi volto e vedo in uno schermo scorrere alcune immagini di una buffa bambinetta , poi una ragazzina paffuta che ride con mamma e papà, poi una giovane donna in divisa, poi una donna appoggiata a un aereo da caccia e infine…..lei, Samantha Cristoforetti, con la tutta spaziale e la bandierina italiana in bella vista.

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Lo speaker sta spiegando la sua brillante carriera e ne sta tessendo le lodi.
Beh…insomma … all’improvviso un orgoglio di italianità mi assale…una volta tanto c’è qualcuno che viene apprezzato per quello che fa e non soltanto per quello che dice!

Però io sono una romantica… quando penso allo spazio….che vadano a farsi friggere tutte queste cose tecnologiche!!

Le stelle cadenti, quelle sì mi fanno sospirare…

La stella cadente

Quanno me godo da la loggia mia
quele sere d’agosto tanto belle
ch’er celo troppo carico de stelle
se pija er lusso de buttalle via,
ad ognuna che casca penso spesso
a le speranze che se porta appresso…

Trilussa

Mordillo - Stelle Cadenti

OLD TOWN SPRING

Dai…l’idea dell’inizio ‘900 la dà…

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Si potrebbe quasi vivere “LA” giornata ideale: svegliarsi una mattina, uscire di casa e ..toh..un pozzo!!!

E se io, giovane fanciulla dell’America che fu ( ? va beh…si sta scherzando…) buttassi una monetina…???? Forse per trovare l’amore della mia vita (…il lavoro no…ai quei tempi non si usava)…

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E se la monetine non dovesse
funzionare..ta taaaaaa…ecco qua una pozione d’amore! Qui trovi la più efficace di tutti i tempi!!!

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E dopo aver risolto la problematica di cuore…cosa c’è di meglio che gustare un ottimo the aromatizzato al “sapore del tempo che fu”??? Oddio…sente un po’ di affumicato ma va beh ….è un dettaglio…

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E in vista del coronamento del sogno d’amore…ecco qua l’arte della decorazione domestica: così il sogno di due cuori e una capanna ( ben ornata e decorata ) diventa realtà!!

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Ops…dimenticavo!!! L’abito da sposa!!!!

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Fatto 🙂

Sono così in pace col creato che quasi quasi penso anche ad una casetta per i fratelli uccellini….e una giusta sistemazione del giardino ( della suddetta capanna)

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E in questo mondo incantato non poteva mancare di certo l’ospedale delle bambole: qui nemmeno un giocattolo può soffrire!!!

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Che viaggio nel passato…ma quale passato???

Quello vero è ben documentato in un piccolo museo che spiega……..( sono sincera: ho tradotto pari pari dal depliant esplicativo)

“La colonizzazione di questa zona ha cominciato a fiorire dopo che il Texas ha vinto la guerra di indipendenza dal Messico nel 1836, che è stato lo stesso anno della fondazione di Houston. Nel 1870 i primi binari della ferrovia sono stati costruiti a Houston proprio in questa zona: il nome a questo territorio è stato dato dai ferrovieri che stavano ponendo le tracce della ferrovia a sud, nel corso di un rigido inverno: quando finalmente raggiunsero questi luoghi era primavera ed erano così sollevati della fine dell’inverno che chiamato la zona “Campo Primavera”.

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Nel 1873, Camp Spring divenne un vero e proprio insediamento, la base operativa per i lavoratori della ferrovia. Questo stimolò la crescita abbondante di compagnie del legname così come degli agricoltori e di nuove opportunità per i nuovi immigrati della zona.

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Nel 1901, Primavera divenne crocevia per due linee ferroviarie molto importanti e vennero edificati un teatro d’opera, un ospedale, una segheria, una banca, una scuola, alberghi e saloon.

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Con la Depressione degli anni ’30, Primavera venne ridotta a un piccolo insediamento e rimase in sospeso fino alla fine degli anni ’60, quando i commercianti locali iniziarono la ristrutturazione, per sfruttare la crescita economica di cui godette con il boom del petrolio di Houston, richiamando così visitatori provenienti da tutto il mondo.
Old Town Spring è votata come una delle principali attrazioni in Texas ogni anno.”

L’eterno lotta fra finzione e realtà, fra un passato reale e un passato ricostruito: forse il trucco per stare bene è sapersi godere l’apparenza.
Per chi ce la fa.

O credere nei sogni

Non respingere i sogni

Non respingere i sogni perché sono sogni.
Tutti i sogni possono
essere realtà, se il sogno non finisce.
La realtà è un sogno. Se sogniamo
che la pietra è pietra, questo è la pietra.
Ciò che scorre nei fiumi non è acqua,
è un sognare, l’acqua, cristallina.
La realtà traveste
il sogno, e dice:
“Io sono il sole, i cieli, l’amore”.
Ma mai si dilegua, mai passa,
se fingiamo di credere che è più che un sogno.
E viviamo sognandola.
Sognare è il mezzo che l’anima ha
perché non le fugga mai
ciò che fuggirebbe se smettessimo
di sognare che è realtà ciò che non esiste.
Muore solo
un amore che ha smesso di essere sognato
fatto materia e che si cerca sulla terra

( Pedro Salinas)

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HOUSTON: LA CITTA’ CHE NON C’E’

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E’ domenica e ci aggiriamo in auto per grandi vie poco trafficate. Sono le undici di mattina e all’esterno la temperatura raggiunge già i 35 gradi…non oso pensare a come sarà fra poche ore. Nessun passante per le strade, nemmeno un cane ( sì, sì,  intendo proprio un quattrozampe…nemmeno quelli hanno il coraggio di farsi vedere in giro). Arriviamo nella downtown e qui, dove in realtà pensavamo, più che in altre zone, di non trovare anima viva, dato il giorno festivo e gli uffici chiusi, accade l’imprevisto: la zona è particolarmente animata. Guardiamo meglio: sono tutti senzatetto che presidiano la zona…stanno lì seduti sui marciapiedi, coricati sulle panchine…apparentemente in un’attesa senza tempo.

Procediamo e ad un incrocio ci accorgiamo che molte auto si “imbucano” nell’ingresso di un parcheggio sotterraneo, sopra sta scritto “The Galleria”. Li seguiamo ed entriamo nella pancia di Houston, la città che non c’è.

A Houston si vive sotto terra. La vera città è quaggiù: le persone scendono in questa brulicante e labirintica galleria, come tante formiche impazzite, e qui camminano, mangiano, si divertono, comprano, vendono, Ma non è un grande centro commerciale …..è proprio una città sotto la città.

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Ma qual è la vera città?

E’ questione di sopravvivenza: a Houston il clima è veramente estremo, non esiste una stagione che dia la possibilità di vivere all’aperto esperienze piacevoli: troppo freddo in inverno, troppo caldo d’estate. E così l’impressione che si prova arrivando qui è di trovarsi su un palcoscenico, fra coreografie di cartapesta che servono a dare l’idea della città, ma che se appena ti avventuri a sbirciare fra mille pertugi, trovi il nulla ad accoglierti.

In questa città che non c’è, lontano, lontano dalla cartapesta, si trova però un luogo che potrebbe dare un significato a tutto il resto: si chiama Old Town Spring. E’ una zona periferica che ha mantenuto intatto il sapore di inizio ‘900, grazie ad una accurata opera di ristrutturazione: è una comunità di negozi, ristoranti e musei dove è possibile vivere momenti nostalgici di un passato non così lontano.
E ancora una volta per vivere Houston ci si deve affidare ad un trucco: non più la cartapesta, non più il nascondiglio sotterraneo, ma la macchina del tempo che cerca di ingannare un presente fastidioso.

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E poi l’inganno prosegue, come un gioco di specchi o come il gioco dei contrari: dal passato al futuro… ”Houston, abbiamo un problema”!. Eh sì. Il Johnson Space Center è qui: da qui partì la conquista(?) della Luna. E allora vediamolo. Chissà…magari le avventure nello spazio, qui tanto celebrate, riusciranno a colmare l’insoddisfazione che lascia la visita a questa non città.

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E che malinconia per ciò che mai qui si vedrà…per non sapere mai quanto è bello Rio Bo…

Rio Bo 

Tre casettine
dai tetti aguzzi,
un verde praticello,
un esiguo ruscello: rio Bo,
un vigile cipresso.
Microscopico paese, è vero,
paese da nulla, ma però…
c’è sempre disopra una stella,
una grande, magnifica stella,
che a un dipresso…
occhieggia con la punta del cipresso
di rio Bo.
Una stella innamorata?
Chi sa
se nemmeno ce l’ha
una grande città.

(Aldo Palazzeschi)

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IL VIAGGIO

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Pochi giorni fa ho salutato i miei ragazzi di quinta… Cinque anni insieme sono davvero un tempo di vita che lascia il segno, che ti cambia anche se non te ne accorgi e alla fine scopri di aver insegnato sì, ma di avere anche tanto imparato.

L’ultimo giorno di scuola avrei voluto fermare il tempo, riaverli ancora teneri e sconosciuti, ricominciare il viaggio insieme… perché, davvero, camminare insieme è stato un dono.
Ma non è possibile, non si può e non si deve fermare il tempo…per questo esistono i ricordi.
E nei miei ricordi, loro, i ragazzi della quinta B, ci saranno sempre e con me resteranno.

Noi insegnanti li abbiamo voluti salutare con le parole di Josè Saramago:

“La fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in Primavera quel che si era visto in Estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio.Sempre.”

Quando ho letto queste parole ho capito che erano quelle giuste per augurare ai miei ragazzi una vita simile a un viaggio gioioso, sereno, appassionato, curioso, ricco, felice, assennato, condiviso, altruista, e sempre, sempre, sempre illuminato dall’amore per la vita.

Ma è l’augurio giusto anche per me: non serve andare lontano per vivere il proprio viaggio, servono solo occhi curiosi, cuore appassionato e animo assetato.
Me lo auguro.. e lo auguro anche a tutti voi.

E che il viaggio continui.

il cammino del tempo-

EREMO DI MONTEGIOVE (Marche)

Maestro, dove abiti? , chiesero a Gesù due discepoli di Giovanni Battista. Disse loro “Venite e vedrete”.

Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui. ( Gv 2, 38-39).

LUI E’ LA SORGENTE DA CUI FLUISCE LA VITA, IL CENTRO CHE LA COORDINA NEI SUOI PRIMATI E LA UNIFICA NEI SUOI OBIETTIVI

Luogo mistico e silenzioso.

Non c’è bisogno di parole.

L’importante è sentire col cuore.

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Lights and Shadows

Affacciata alla finestra osservavo le mille luci che abbagliavano la notte. Ovattati mi giungevano i botti e le urla eccitate della folla.

Era una notte speciale, l’ultima notte dell’anno. Era speciale anche per chi non voleva che lo fosse: anche per chi,  alle dieci di sera, proprio quella sera speciale, era già  nel suo letto, in compagnia di un buon libro; anche per chi nemmeno sapeva che quella era l’ultima notte dell’anno e ignorava che qualcuno, molti, la festeggiassero.

Eppure, nonostante tutto, speciale, quella notte lo era: domani sarebbe stato un nuovo anno però con vecchie storie, vecchie idee, vecchi bronci e vecchi sorrisi…eppure…

Il nuovo anno si sarebbe affacciato e con molto tatto si sarebbe accovacciato proprio lì accanto, al nostro fianco, molto delicatamente avrebbe iniziato a sgranare attimo dopo attimo il tempo che passa; senza farsi sentire avrebbe spolverato via dalla nostra pelle inerme piccole cellule di vita come sabbia che scende nella clessidra. Non lo avremmo visto mentre con fare contrito iniziava a spegnere il nostro entusiasmo, i nostri desideri, le nostre pazze voglie. Talmente educato e riguardoso che l’illusione di non cambiare mai, di essere nel nostro intimo sempre noi stessi, non sarebbe mai crollata.

Ma era proprio in quella notte speciale, sì quella notte che vedeva tanti occhi incantati nei fuochi augurali e  vedeva bagliori rendere ardente il buio, che il vecchio anno moriva e  il nuovo anno  sorgeva, insieme alla luce che vince l’oscurità…e tutto sembrava bello e amorevole e propizio….

Proprio allora, in maniera ufficiale, quasi fastidiosa nell’allegro fragore, l’inganno della vita mostrava il suo volto migliore: celebrare ciò che non è più e mai più sarà, festeggiare la folle e ineluttabile corsa verso l’eternità o il nulla.

Una notte davvero speciale: il compleanno della vita!

Una spettatrice silenziosa faceva capolino: fra mille fuochi d’artificio la luna si affacciava e consolava il mondo.

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Ti auguro tempo

Non ti auguro un dono qualsiasi, ti auguro soltanto quello che i più non hanno. Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere; se lo impiegherai bene potrai ricavarne qualcosa. Ti auguro tempo, per il tuo fare e il tuo pensare, non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri. Ti auguro tempo, non per affrettarti a correre, ma tempo per essere contento. Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo, ti auguro tempo perché te ne resti: tempo per stupirti e tempo per fidarti e non soltanto per guadarlo sull’orologio. Ti auguro tempo per guardare le stelle e tempo per crescere, per maturare. Ti auguro tempo per sperare nuovamente e per amare. Non ha più senso rimandare. Ti auguro tempo per trovare te stesso, per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono. Ti auguro tempo anche per perdonare. Ti auguro di avere tempo, tempo per la vita.

 Elli Michler

The Silence of the Desert

Dicono che una delle attività che maggiormente abitua al silenzio sia la lettura.

Sin da bambina ho amato leggere. Precoce, a quattro anni, grazie a un fratello di vent’anni più grande che cercava in ogni modo di distrarmi da una realtà non proprio felice, iniziavo a leggere le mie prime parole. E da lì non ho più smesso.

Amo il silenzio che si crea intorno, anche se silenzio vero non c’è, quando si viene ammaliati da una storia, da un intreccio, da un fiume di parole dolci e amare. Niente può sostituire l’intensità e l’intimità  di quei momenti.

Questo pensavo sino a pochi mesi fa.

Ma il deserto ha cambiato tutto.

Una prima percezione della immane potenza che uno spazio silenzioso e sconfinato può avere l’avevo percepita mentre mi trovavo seduta sulle bianche dune del deserto di gesso in New Mexico: la mancanza di un riferimento uditivo, oltre che visivo, che fosse indice di vita, di altro diverso da me, mi aveva segnato talmente che, ancora, dopo giorni da quell’esperienza, mi sembrava di avvertire un vuoto intorno a me.

Poi Australia. Red center. Un deserto rosso, roccioso, selvaggio, ostile. E ancora una volta il silenzio che prende il cervello, che lo attraversa e ti costringe a fare i conti con pensieri che nel rumore quotidiano nemmeno ti accorgi di avere. Ma questa volta la sensazione di vuoto lascia il posto alla percezione di essere in contatto con il vero sé, con ricordi che non riuscivo più a trovare.

Ho rivisto me stessa bambina che, nel silenzio, cerco ristoro nelle pagine di libri amati. Ho rivisto mia madre che pettina i miei capelli mentre sfoglio il fumetto del giorno. Ho rivisto mio padre che cerca pazientemente di spiegarmi un gioco enigmistico.

E così, nel deserto, il silenzio mi parla e usa  parole  affettuose e consolanti.

E riprovo quell’intensità e intimità che soltanto la lettura mi aveva saputo regalare.

I libri sono miei amici da sempre, il deserto lo sarà da ora.

Ma il silenzio è il mio migliore amico.

 

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KAHLIL GIBRAN

Esiste qualcosa di più grande e più puro
rispetto a ciò che la bocca pronuncia.
Il silenzio illumina l’anima,
sussurra ai cuori e li unisce.
Il silenzio ci porta lontano da noi stessi,
ci fa veleggiare
nel firmamento dello spirito,
ci avvicina al cielo;
ci fa sentire che il corpo
è nulla più che una prigione,
e questo mondo è un luogo d’esilio.

The Small Australia

I particolari sono la mia passione. L’originale. Il diverso da me. L’insolito. Quando viaggio ( ma in realtà anche quando mi muovo nel mio quotidiano) vengo affascinata da elementi secondari, rispetto allo scopo “ufficiale” dell’esperienza che sto vivendo in quel momento, che accendono la mia creatività e la mia curiosità.

Probabilmente tutto ciò ha una connessione con il mio tipo di lavoro: è così bello trarre spunti dalla realtà per poi accendere tanti piccole “scintille” nei bambini che mi vengono ogni giorno affidati! Così ecco qui alcune immagini che hanno colpito la mia fantasia e acceso la mia curiosità…..ma anche ,semplicemente, che  hanno sfiorato il mio cuore.

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Arte aborigena: un gusto per il colore, per la forma, per gli accostamenti azzardati che difficilmente stridono. Mi piace. Tutta.

 

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Allora: mi dicono che qui in Australia il cigno nero sia caratteristico tanto quanto il canguro o il koala. Io di cigni neri non ne ho visti!!! Quello che poteva lontanamente avvicinarsi a un cigno nero, è il grigione qui sopra. E siccome tifo per il diverso…I like it!!

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Camminare tutto il giorno stanca, soprattuto se ci sono 35 gradi e zero ombra per ripararsi. Così, giunti ad un adorabile giardinetto nel bel mezzo di Sydney, approfittiamo dello spazio ombroso e fresco che un’enorme quercia ci regala. Dato che la stanchezza è tanta….succede che  ci addormentiamo giusto 5 secondi….e così, all’improvviso, sentiamo un rumore proprio vicino alle nostre teste che ci fa raddrizzare le antenne ! Era lui! Che stava cercando cibo proprio vicino alle nostre orecchie! E con quel becco lì….te lo raccomando!

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Questa è semplicemente  “LA” fotografia. E’ la mia preferita per tanti motivi….scattatata a tramonto inoltrato, con la luna che si affaccia timida, le tinte rosate, l’armonia delle forme. E mentre eravamo lì, seduti su una panchina ad ammirare la baia, con una leggera brezza che ci ristorava, un’artista di strada  suonava con la chitarra una delle mie canzoni preferite, “Every take you  breath”, Ogni respiro che fai”…. Un momento magico.

 

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Creatività allo stato puro!

 

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Idem!

 

 

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Banconote del Monopoli? No, dollari australiani!

 

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Sette tonnellate di fuochi lanciati in diverse location vicino l’Opera House e l’Harbor Bridge hanno lasciando a bocca aperta tutti quanti:  ogni anno c’è un tema diverso, quello di quest’anno è «Inspire» (Ispirare) …e in effetti i giochi di luce e fiamme nel cielo potevano inspirare molti pensieri e sentimenti.

 

 

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Non avete idea di quanto siano grandi le formiche australiane!!!!

 

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Natale tradizionale, Natale “estivo”: quale preferite?

 

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…ma cosa diavolo rappresenta ‘sto coso? Se qualcuno lo sa, me lo dica….

 

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In attesa dello spettacolo pirotecnico già dalla mattina….io non ce l’avrei mai fatta!!!! Meno male che ho prenotato per tempo!

 

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Chissà come diavolo c’è entrato l’albero lì in mezzo!!!!

 

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Ecco….il mio sogno è viaggiare su un pulmino così, senza meta, portata solo dalle onde della vita. Un bacio.

 

Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
non dico che fosse come la mia ombra
mi stava accanto anche nel buio
non dico che fosse come le mie mani e i miei piedi
quando si dorme si perdono le mani e i piedi
io non perdevo la nostalgia nemmeno durante il sonno

durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
non dico che fosse fame o sete o desiderio
del fresco nell’afa o del caldo nel gelo
era qualcosa che non può giungere a sazietà
non era gioia o tristezza non era legata
alle città alle nuvole alle canzoni ai ricordi
era in me e fuori di me.

Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
e del viaggio non mi resta nulla se non quella nostalgia.
— Nazim Hikmet

Dall’altra parte del cielo

Volare fin qui, in Australia, dà la sensazione di cambiare mondo e al tempo stesso di cambiare cielo. Non è soltanto l’idea della lontananza chilometrica che ti fa sentire un po’ spaesato, di più, almeno così è stato per me, la sensazione di trovarsi in un paese all’apparenza moderno, ma in realtà chiuso e conservatore.

I turisti portano soldi, certo, però sono una categoria guardata a volte con fastidio,direi “tollerata”, e infatti, non a caso, le abitudini di apertura-chiusura dei negozi, dei musei, delle attrazioni sono assolutamente immutabili: se capiti a Melbourne a Natale  possono esserci anche 5 milioni di turisti ma trovi tutto, e dico tutto, chiuso. Giusto così, forse. E se per caso Natale capita in sabato e S.Stefano in domenica, allora si recupera il giorno di festa “mangiato” e si rimane chiusi anche il lunedì!

E l’inglese? O ti sintonizzi immediatamente sulla lunghezza d’onda del loro accento a volte incomprensibile, oppure sono cavoli amari: cioè intendo dire… disponibilità a sforzarsi per renderlo più anglosassone, zero. Giusto così, forse.

Capitolo a parte il cibo. Nelle grandi città si trova ovviamente qualsiasi genere di cucina internazionale, ma se soltanto ci si sposta in zone rurali, allora la faccenda cambia, nel senso che gli australiani “doc”del bush non sanno cucinare. I piatti sono un’accozzaglia di elementi buttati a caso o secondo una logica difficile da decifrare anche per la Sfinge e la quantità è inversamente proporzionale alla loro squisitezza, cioè esagerata. Del resto, essendo un popolo di immigrati, senza tradizioni consolidate in loco, giusto così, forse.

Ma l’altra parte del cielo ha molti assi nella manica che consentono a chiunque arrivi fin quaggiù di soprassedere su tutto quanto detto finora: la natura incontaminata, gli spazi sconfinati, i colori accecanti, i panorami seducenti.

E’ la mia seconda esperienza  qui, ma l’Australia è grande: anche questa volta sono riuscita a vedere soltanto una piccola parte di questo mondo…chissà…mai dire mai! 🙂

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Le cadeau de Paris

Questa è stata la mia prima volta a Parigi.

Non posso dire di averla visitata, il tempo a disposizione è stato davvero poco. Posso dire di aver soltanto sollevato un pochino la carta del pacco regalo e di aver intravisto la  magnificenza del dono contenuto. Ho rubato con lo sguardo tutto ciò che potevo, le presenze maestose, gli spazi ampi, le decorazioni imponenti… ma posso solo immaginare quanti e quali scorci di panorami, angoli fatati, particolari curiosi e preziosi si possano nascondere in questa elegante metropoli.

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Così evito di stilare un elenco infinito di luoghi appena sfiorati, per soffermarmi su due “visioni” che in modi diversi mi hanno incantato: una sacra e una profana.

L’incanto del sacro l’ho provato alla Basilica del Sacro Cuore, sopra Montmartre nel punto più altro della città. ( per inciso…ma quanti meravigliosi negozietti, botteghe. laboratori artigianali, antiche librerie ci sono…? che meraviglia!!!! Fortuna che c’era qualcuno a scollarmi da lì….altrimenti sarei ancora  a girovagare fra quei vicoli….). La si vede da lontano, bianca ed elegante, e più ti avvicini più appare nella sua completezza e nella sua serena austerità: ma come un gioco di magia l’impressione di imponenza e solidità che avvertivo da lontano, qui ai suoi piedi, lascia il posto ad una sensazione di leggerezza e quasi fragilità.

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Siamo arrivati sotto la scalinata ormai nel tardo pomeriggio ma ancora c’erano moltissime persone sedute sugli scalini o sull’erba del prato al centro della scalinata ed anche molti venditori ambulanti di souvenir e di bevande.
In cima alla scalinata sotto la terrazza si può vedere una scenografica fontana con una vasca molto grande ma avvicinandosi si viene rapiti dalla bellezza della chiesa. Arrivati in cima non si può non buttare lo sguardo sulla città visto che il panorama è magnifico e dopo il tramonto si può vedere anche la Tour Eiffell illuminata da giochi di luce.

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Tour Eiffel: Il profano. Un altro gioco di magia! Da lontano appare esile, quasi un giocattolo incompleto, poi ti avvicini, ti avvicini, ti avvicini….e proprio sotto alla torre sono finita!!! Qui ho capito quanto imponente fosse, quanta “peso” c’era in quella struttura leggiadra e quanto bene rappresenti Parigi, città vecchia e giovane al tempo stesso.

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Parigi mi è piaciuta, tanto.

Dicevo che è stata la mia prima volta. Sono contenta che anche per mio marito fosse la prima volta.

E’ bello condividere una gioia con la persona che da sempre  condivide con me anche i momenti tristi.

Parigi è stata davvero un bel regalo.

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Jacques Prèvert (Neuilly – sur – Seine 1900 – Omonville-la-Petite 1977)

Paris di notte
Tre fiammiferi accesi uno per uno nella notte
Il primo per vederti tutto il viso
Il secondo per vederti gli occhi
L’ ultimo per vedere la tua bocca
E tutto il buio per ricordarmi queste cose
Mentre ti stringo fra le braccia.