Il mio luogo del cuore

«Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.»

(Marco Polo da Le città invisibili di Italo Calvino)

Sin dalla prima volta che arrivai qui, nel piccolo paese di Seal Beach, provai la sensazione di essere a casa.

La domanda che ho posto a questo luogo è sempre stata una: posso riposarmi qui, fra le tue vie e le tue spiagge, e immaginare un’altra vita, non in sostituzione di quella che ho ma semplicemente una vita in più, una nuova vita per quando rinascerò?

La risposta anche questa volta, dopo 5 anni dall’ultima volta che sono stata fra queste strade, è la stessa: chiudi gli occhi, anzi no, spalancali…falli ubriacare di sole, di oceano, di colori, di vento, di luce, di sabbia, di legno…cammina per le vie, ritrova i particolari sciocchi, le piante grasse, le cassette della  posta ridicole,i numeri civici pittoreschi, le staccionate romantiche, i tetti colorati, le palme grattacielo,… immergiti nelle persone che incontri, così strane, belle, brutte, gentili, sgraziate, vintage, tenere, accoglienti, incredule…..

Lasciati perdere nel sogno che desideri e vivilo come se fosse realtà.

Bentrovata Seal Beach.

Vagammo tutto il pomeriggio in cerca

d’un luogo a fare di due vite una.

Rumorosa la vita, adulta, ostile,

minacciava la nostra giovinezza.

Ma qui giunti ove ancor cantano i grilli,

quanto silenzio sotto questa luna.

( Umberto Saba)

Sacramento

La motivazione principale della mia visita alla città di Sacramento era l’idea di poter fare un salto indietro nel tempo all’epoca della mitica corsa all’oro, un’epoca che da sempre mi affascina ( vedi che disastri combina la TV ? Sono cresciuta a pane, nutella e “ La casa nella prateria”…. come potevo non rimanerne “ segnata” per sempre?😁)

Ho sempre immaginato quell’epoca come un periodo di grandi aspettative, di spirito di avventura e coraggio ..un po’ la realizzazione delle parole di Mark Twain:

“Tra vent’anni non sarete delusi delle cose che avete fatto ma da quelle che non avete fatto. Allora levate l’ancora, abbandonate i porti sicuri, catturate il vento nelle vostre vele. Esplorate. Sognate. Scoprite.”

E invece…sarò sincera: Sacramento sarà pure la capitale della California ma é proprio una brutta cittá o, forse, meglio dire che a me non é piaciuta e che ha deluso le mie aspettative.

Mi ha molto delusa anche perché, probabilmente, le informazioni che avevo raccolto prima di iniziare il viaggio mi avevano portato a crearmi nella mia immaginazione qualcosa di totalmente diverso da quello che ho effettivamente trovato.

Innanzitutto mi aveva entusiasmato l’idea di vedere la città che più di altre è legata indissolubilmente alla mitica epoca della Corsa all’oro: quando nel 1849 nelle colline della Sierra che stanno alle spalle del luogo in cui sarebbe sorta poi questa città,  si scoprirono pepite d’oro e vene aurifere, una moltitudine di persone, determinata a far fortuna, si riversò rapidamente in quella che venne presto chiamata Gold County. Proprio qui, a tempo di record, sorse un intero villaggio, con edifici ricavati dal legname e dalle vele di vecchie barche. Era nata la città di Sacramento.

Fra l’altro, pensa un po’, il fautore di tutto fu uno svizzero, Jhon Sutter, un ricco imprenditore che immaginando di trovare qui una terra per espandere la sua impresa di legname ( visto che si stava costruendo la ferrovia a lunga percorrenza che diventerá il vanto del west), si trasferì nella zona, acquistó molti terreni e …sorpresa! Dopo qualche tempo sulle sue proprietá iniziarono a trovare l’oro è così, vendendo le concessioni ai pionieri che arrivavano da ogni dove, si arrichì e inizió la costruzione di Sacramento ( che all’inizio, viste le origini del fondatore, si chiamò New Helvetia😳).

Immaginando tutto questo e fidandomi anche di molte recensioni di turisti che negli anni scorsi l’ avevano visitata ( e che decantavano la Old Sacramento come esempio di architettura dell’epoca ben testaurata e conservata), non vedevo l’ora di arrivare qui e rivivere quell’epoca che da sempre mi affascina.

E invece…come dicevo…una delusione.

La Old Sacramento é sostanzialmente un crocevia di tre isolati in cui sono stati ricostruiti edifici ( ma NON restaurati o, almeno, non tutti) che  dovrebbero ricordare la vecchia cittá di metà ‘800, ma in realtà è evidente la poca cura dei particolari, la trascuratezza e anche la poca pulizia di queste strade.

Negli edifici rimessi a nuovo si trovano gli immancabili negozi di t-shirt e souvenir, diversi bar gelateria, musei molto interessanti (come il California Railway Museum, il California Museum o il School California museum ) ma sono tutti tendenzialmente poco curati.

Sul fiume anche quella che poteva essere molto scenografica, e cioè La Delta King una nave a vapore restaurata, in realtà è stata trasformata in un hotel facendole perdere quella patina di mistero e inaccessibilitá che avevo immaginato.

Mi é piaciuta invece questa iniziativa: la possibilità di salire a bordo di una vecchia locomotiva a vapore per fare un viaggio suggestivo sulla Sacramento Southern Railroad, la prima ferrovia a lunga percorrenza costruita in America: purtroppo non abbiamo potuto fare questa esperienza perché era sold out per tutto il mese!

Ho fatto due passi anche nella downtown: nulla da segnalare, se non alcuni particolari architettonici è una carinissima libreria (che ho onorato con vari acquisti)

Insomma…non mi resta, per risollevarmi dalla delusione , che cantate”Oh! Susanna”, canzone conosciuta tutt’ora che fu l’inno dei cercatori d’oro.😃

P.s.: a Sacramento era ambientata una serie tv dei miei tempi antichi😁: La famiglia Bradford! Chi se la ricorda? A me piaceva molto!

Riverside: si fa quel che si puó!

Premessa: la zona dove abbiamo fatto una sosta di 6 giorni ( per “staccare” dall’on the road ) intorno a Seal Beach, la California meridionale, la conosciamo molto bene e quindi è difficile, qui, trovare attrazioni nuove o luoghi sconosciuti. Per questo motivo quando in hotel ci hanno consigliato di visitare la cittadina di Riverside, che non conoscevamo, abbiamo deciso di fare un’ escursione di mezza giornata.

Dunque: Riverside!

Che dire…semplicemente che quando non si hanno vestigia storiche millenarie da mostrare o bellezze naturali che possano gareggiare con il circondario…ci si arrangia come si puó…e si “inventano” le attrazioni.

Cominciamo dal presunto vanto storico: nel 1876 una famiglia locale aprì la guest house Glenwood Cottages, che si trasformò successivamente nel Mission Inn Hotel, famoso a livello mondiale, l’edificio in stile missionario più grande degli Stati Uniti.

Tra gli ospiti dell’hotel figurano presidenti come Nixon e Reagan ( che ci trascorse addirittura la luna di miele) stelle del cinema e reali. Questo hotel è grande quanto un isolato ed è decorato con archi, arcate, cortili, vetrate a mosaico, una torre con campana, una scala a chiocciola in ferro battuto, …

Ora…per carità…è carino…ma da questo a inserirlo nella classificazione ufficiale del National Historic Landmark, mi pare esagerato! Ho girato tutto intorno, sono entrata nella hall, ho intravisto i giardini ma, onestamente, se non mi fosse stato segnalato come edificio storico, credo che non lo avrei considerato piú di tanto. Anche perché mi sono chiesta : ma per quale motivo una persona nel pieno delle sue facoltà dovrebbe voler spendere un capitale per alloggiare in un hotel ( carissimo! Anche 1000 dollari a notte) che sta in una cittadina lontano da tutto? Intorno è zona semi montuosa desertica, a parte una vallata di coltivazione di agrumi ( di cui vi parlo a breve)… Comunque è un bell’hotel … e nient’ altro da aggiungere.😁

E veniamo alle bellezze naturali. Ci era stato suggerito in hotel di visitare il National Park di Riverside perché molto verde, lussureggiante …insomma un’oasi nel deserto. Mi aveva un po’ insospettito il nome di questo Parco Nazionale e cioé “California Citrus State Historic Park”… Perché citrus ( agrumi)? 🤔

E così…ci avviamo con l’auto verso questo Parco è quando arriviamo là davanti troviamo questo:

Ah! Okkkkk! Una mega arancia!!E facciamoci sta spremuta! 😁

Quindi, ricapitolando: il “parco” ( …é una fattoria didattica, diciamolo!) è stato costituito per far sapere come gli agrumi sono diventati i re della California meridionale. Infatti durante un tour guidato da un ranger si possono assaggiare arance, limoni, lime e pompelmi che crescono nella proprietà. Punto. Va beh…comunque la frutta era buonissima 😋

Penso solo che se tanto mi dà tanto…la Sicilia, con le sue coltivazioni di agrumi e i suoi reperti storici, dovrebbe diventare in toto patrimonio dell’Unesco!!

Non vorrei sembrare troppo critica: a me il kitsch tipico delle attrazioni americane piace molto ma nella misura in cui chi le propone non si prende troppo sul serio. Non mi va quando si cerca di far passare una cosa per un’altra: in questo caso era sufficiente promuovere questa coltivazione come fattoria didattica o simile.

Comunque … visto che c’eravamo abbiamo anche deciso di visitare il farmer market che si trova all’interno dell’area, “Sprout” e devo dire che, effettivamente, i prodotti esposti mi hanno fatto un’ ottima impressione. Io, poi, sono calamitata dall’aspetto estetico di qualsiasi cosa, anche di un bancarella di patate 😃 e ho trovato che il modo di presentare la loro merce sia molto accattivante.

Sono comunque soddisfatta della gita di oggi: nulla di eccezionale ma …ogni nuova conoscenza, si sa, é un arricchimento!

E a proposito di frutti della terra, un brano che mi piace molto:

LA TERRA da Il Profeta di Kahlil Gibran

La terra vi concede generosamente i suoi frutti, e non saranno scarsi se solo saprete riempirvi le mani.

E scambiandovi i doni della terra scoprirete l’abbondanza e sarete saziati. Ma se lo scambio non avverrà in amore e in generosa giustizia, renderà gli uni avidi e gli altri affamati.

Quando voi, lavoratori del mare dei campi e delle vigne, incontrate sulle piazze del mercato

i tessitori e i vasai e gli speziali, invocate lo spirito supremo della terra affinché scenda in mezzo a voi a santificare le bilance e il calcolo, affinché il valore corrisponda a valore.

E non tollerate che tratti con voi chi ha la mano sterile, perché vi renderà chiacchiere in cambio della vostra fatica. A tali uomini direte: «Seguiteci nei campi o andate con i nostri fratelli a gettare le reti nel mare. La terra e il mare saranno con voi generosi quanto con noi».

E se là verranno i cantori, i danzatori e i suonatori di flauto, comprate pure i loro doni.

Anch’essi sono raccoglitori di incenso e di frutti, e ciò che vi offrono, benché sia fatto della sostanza dei sogni, distillano ornamento e cibo all’anima vostra.

E prima di lasciare la piazza del mercato, badate che nessuno vada via a mani vuote.

Poiché lo spirito supremo della terra non dormirà in pace nel vento sino a quando il bisogno dell’ultimo di voi non sarà appagato.

Redwood e Bigfoot

Crescent City, é una delle prima cittadine che si incontrano entrando in California da nord e  abbiamo scelto di fermarci qui perchè ci è servita  da base per l’escursione di oggi : a pochi chilometri da qui, infatti, iniziano i 3700 ettari del Jedediah Smith Redwoods State Park, con le sequoie più belle e grandi della zona.

In realtá questo paese é davvero desolante: basti pensare che nel 1964 è stato quasi completamente distrutto da uno tzunami, poi ricostruito ma… è evidente la poca cura e la mancanza di una tradizione che guidi le persone a renderlo più accogliente e abitabile.

Ciò nonostante, se appena distogli lo sguardo dalla desolazione del paese e volgi gli occhi verso l’oceano o verso le foreste alle spalle, si viene  travolti da così tanta bellezza che immediatamente ci si scorda  di tutto il resto.

Cominciamo dall’oceano: una costa meravigliosa, il faro ( Battery Point Lighthouse) che assomiglia a una casetta, accessibile solo con la bassa marea, un’atmosfera dormiente e serena…tutto contribuisce a rendere il paesaggio davvero ammaliante.

Proseguiamo con la foresta di sequoie il Reedwood State Park: un polmone verde immenso, possente…davanti alla magnificenza delle sequoie, davvero, ci si sente granellini di polvere sperduti nell’universo.

L’albero più alto del mondo, la sequoia, cresce solo qui, sulla costa americana di nord-ovest: è una specie molto longeva e resistente che può vivere fino a oltre 2000 anni e raggiungere altezze oltre i 100 metri. Ma lascio alle immagini il compito di rendere l’idea della loro maestosità.

Quale ambiente migliore di questo, così primitivo, misterioso, impenetrabile, poteva essere teatro di uno degli avvistamenti più famosi del mitico Bigfoot? Mi riferisco al protagonista di leggende che parlavano di un popolo di uomini selvaggi ma colti, che vivevano nelle foreste e che potevano raggiungere i tre metri di altezza. Si chiamavano Sasquatch e qualche secolo dopo fu proprio dai Sasquatch che si originò uno dei miti più intriganti dell’America settentrionale: il Bigfoot. Ricordate uno dei tanti film con lui protagonista?

Ecco! È il 28 agosto del 1995. Una troupe della Waterland Productions stava  viaggiando attraverso il Jedediah Smith Redwoods State Park a bordo di un lungo e grosso furgone. L’atmosfera era scanzonata, la musica risuonava attraverso i tronchi dei grandi alberi che costeggiano la strada. “È un grosso orso” gridò l’autista ad un tratto vedendo qualcosa di massiccio ai margini del suo campo visivo. A bordo le cineprese non mancavano perciò decisero  di filmare l’incontro e quell’orso si muoveva davvero in modo strano. Camminava in modo eretto, le mani lungo i fianchi e al posto di un muso tozzo ma appuntito la troupe vide quello che sembrava un volto umano. 

“È un Sasquatch!” gridarono poi mentre illuminavano l’essere con tutta la potenza dei fari del furgone. La creatura alta due metri e mezzo li fissò tra il terrorizzato e l’ infastidito e poi sparì nella foresta. 

Un altro filmato, un’altra prova dell’esistenza del Bigfoot?

Mah…io non ho incontrato nessun essere anomalo…a parte nugoli di zanzare fastidiose e assetate che sembrava fossero telecomandate per seguire esattamente la mia persona (e  non quella di mio marito!): mai come oggi la mascherina mi è stata così gradita!

L’ultimo giorno del mondo

Vorrei piantare un albero

Per cosa?

Non per il frutto

L’albero che porta il frutto

Non è quello che fu piantato

Voglio l’albero che si erge

Nella terra per la prima volta

Con il sole che già

Tramonta

E l’acqua

Che tocca le sue radici

Nella terra piena di morte

E le nuvole che passano

A una a una

Sulle sue foglie.

William Stanley Merwin

Senza fiato

Fai che il tuo cuore sia come un lago.

Con una superficie calma e silenziosa.

E una profondità colma di gentilezza.

(Lao Tzu)

L’escursione di oggi ha avuto come metà una localitá che rappresenta il secondo motivo che mi ha spinto a scegliere l’Oregon come punto di partenza per il nostro on the road. Abbiamo dovuto spostarci ancora di circa 300 km per arrivare sulle rive di uno dei parchi nazionali più famosi degli Stati Uniti, il Crater Lake National Park, ma ne è valsa davvero la pena.

Il Crater Lake, con una profonditá di 594 metri,  è il più profondo degli Stati Uniti ma a renderlo speciale é  un’altra particolaritá e cioé il colore blu delle sue acque,  talmente intenso da sembrare a tratti innaturale. 

Da queste parti raccontano che  i primi visitatori di Crater Lake che fotografarono il lago, quando inviarono alla Kodak le foto da sviluppare, ricevettero in cambio il rimborso del costo dello sviluppo da parte della Kodak ritenendo che il blu del lago fosse così innaturale che non poteva che essere un errore nel processo di stampa ( leggenda metropolitana?! 🤔Forse😁)

Però, al di lá della leggenda metropolitana…comfermo!! Il lago è di un blu talmente intenso da lasciare senza fiato: oggi, poi, verso mezzogiorno il cielo si è fatto terso e il colore del lago ( che a metà mattina mi aveva abbastanza deluso tanto da far pensare che la sua fama non fosse meritata) é diventato di un  “ blu pennarello” ! Suggestive anche  le cime dei monti circostanti che  vi si riflettono come in uno specchio, data la limpidezza delle acque:   spettacolo di una bellezza stupefacente…che purtroppo, però, nelle fotografie non rende al meglio.

Ecco comunque la sequenza dalle prime foto di metá mattina a quelle di fine giornata: un crescendo di intensitá  affascinante.

Anche la circonferenza del cratere, così estesa, rende la visione d’insieme molto d’impatto, così come l’isolotto vulcanico che si erge dalle acque per poco più di 200 metri, chiamato Wizard Island ( visto che la forma dovrebbe richiamare quella di un cappello da mago).

Potrei tediarvi raccontandovi  che ciò che adesso è lago è stata una montagna o, meglio, un vulcano: circa 7.700 anni ci  fu una massiccia eruzione vulcanica, la cima del monte collassò, lasciando al suo posto una profonda depressione che nel corso di centinaia di anni, si è riempita di acqua e neve, creando lo spettacolare lago blu di oggi. 

E infatti vi ho tediato🤣

Allora per farmi perdonare vi racconto quella che è di gran lunga la mia versione preferita di come sia nato il Crater Lake , una versione a suo modo “romantica”

La premessa è che gli antenati delle  tribù dei Klamath, nativi di queste zone, assistettero al crollo del monte Mazama  e alla formazione del Crater Lake , che ancora oggi considerano come una delle “dimore del Grande Spirito”

Secondo la leggenda, appunto,  dei Klamath il dio  Llao, un giorno,  vide una bellissima  donna che era la figlia di uno dei capi Klamath e se ne innamorò: decise di chiedere al padre della ragazza la sua mano in cambio dell’immortalità. 

Il padre della giovane inaspettatamente rifiutò la proposta e Llao si infuriò.

Così, la notte successiva, Llao emerse dal monte Mazama e scagliò una pioggia di  fuoco contro le comunità che vivevano ai suoi piedi e provocò incendi e  tremendi  terremoti. 

A questa immane distruzione cercò di opporsi un’ altra giovane divinità, Skell: dopo varie peripezie egli  riuscì  a costringere Llao a tornare nelle viscere del vulcano e schiacciò la  cima della montagna verso il fondo per impedire a  Llao di risalire. Seguirono poi giorni di  piogge torrenziali, le quali riempirono il cratere lasciato dal crollo del monte Mazama e generarono il lago Crater  che divenne la nuova casa del Grande Spirito a guardia del malefico Llaos.

Sì, secondo me è andata proprio cosi’…😉

Lo scrittore Jack London, frequentatore di queste zone scriveva:

“La sua vista mi riempie di emozioni più contrastanti di qualsiasi altra scena conosciuta. È allo stesso tempo strano, affascinante, incantevole, repellente, squisitamente bello e talvolta terrificante nella sua austera dignità, e nella sua opprimente quiete. Alla luce del sole scintillante, le sue sfumature iridescenti sono abbaglianti e sconcertanti. Quando una tempesta è in corso, getta il terrore nel cuore dell’osservatore e trasporta la mente attraverso gli anni in cui è nato negli spasimi Titanici della Natura. Ci sono pochi laghi vulcanici al mondo… ma nessuno che possa neanche lontanamente avvicinarsi alla bellezza trascendente di Crater Lake”

Mia!😁

PAINTED HILLS: quando il paesaggio diventa poesia.

Il parco che abbiamo visitato oggi é stato uno dei due motivi (dell’altro ne scriverò a breve) che mi hanno portata a scegliere lo stato dell’Oregon  come punto di partenza di questo viaggio.

L’arrivo a destinazione é stato abbastanza faticoso: più di 500 km in auto, su strade tortuose e solitarie, con una temperatura che già alle 9 di mattina toccava i 38 gradi ( nel corso della giornata siamo arrivati a 41 …e pensare che in previsione di questa gita, visto le raccomandazioni delle guide che indicavano il posto particolarmente freddo anche nei mesi estivi, avevamo messo in valigia il piumino!)

L’ultimo avamposto prima di entrare nel parco di Painted Hills é un piccolo paesino, Mitchell, che sembra uscito direttamente dal far west: quando arrivi qui devi fare tutto…bere, mangiare, fare pipì, il pieno di benzina, perché poi…il nulla!

Le Painted Hills ( che fanno parte di un parco molto più vasto, il Jhon Day Fossil Beds National Monument ) hanno un’origine antichissima, circa 60 milioni di anni fa,  e danno vita ad un paesaggio spettacolare: un arcobaleno di rilievi collinari di roccia vulcanica dalle ricche sfumature di rosso, rosa, bronzo, marrone e nero.

Queste variopinte colline si estendono in un’area di circa 13 km quadrati: non so davvero trovare le parole per esprimere la meraviglia che ho provato in questo luogo! Sono stata avvolta da queste striature di colore che col trascorrere delle ore ( ma direi anche ..dei minuti) mutano, si fondono, giocano,…più delle parole, le immagini possono rendere in parte l’idea della bellezza poetica del luogo.

Non saprei dire se le emozioni più coinvolgenti le ho provate osservando dall’alto questa immensitá, come in questa veduta…

…oppure passeggiando ( sotto un sole cocente) fra le dune brillanti e roventi: ogni sfumatura di colore, ovviamente, porta con sé una storia, come ben documentato dalle targhette presenti sul percorso.

La mia immaginazione si è lasciata incantare da questa giostra cangiante…un’esperienza unica e magica.

Nel nostro girovagare di due ore abbiamo incontrato in tutto tre persone…per il resto silenzio, vento, luce,…e la sensazione di camminare in un luogo lunare.

Nel film “Into the wild “ ( tratto dall’omonimo libro che anni fa avevo letto e che mi aveva lasciata con molte perplessitá circa il senso ultimo di questa vicenda) compaiono alcuni scorci di questo ambiente così unico e devo ammettere che l’atmosfera che si respira qui si coniuga perfettamente con le idee che stavano alla base del viaggio intrapreso dal protagonista: la ricerca di  luoghi in cui non valgano le leggi di una società consumista e materialista e il ritorno ad una vita primordiale, legata solo,alle leggi della natura.

“Ho paura che il tempo della vita non basterà a colmare la grandezza dell’immenso nel mio cuore”, dice il protagonista, Chris, mentre si accorge di come in realtà non basti cambiare terra per i propri passi  e cielo per i propri occhi, ogni giorno,  per trovare la pace e la felicità.

Forse, semplicemente, felicità è accettare di essere fugaci pur nella nostra immensità…come dice il testo di  street poetry che amo moltissimo:

Ti affanni a rincorrer la felicità

Credendo che viva di attimi intensi

Di gioia e follia e invece, in realtà,

È assai più vicina di quello che pensi

È solo mancanza di infelicità

Gustare la vita con i tuoi sensi

È calma apparente, è normalità

Che riempie i tuoi vuoti di gesti e silenzi

È un giorno trascorso fuori città

Quei baci che spesso credi melensi

È assenza di traumi, è semplicità

D’istanti banali, fragili, densi

A vivere un giorno che non tornerà

In profondità, non siamo propensi

Ma è questo e non altro la felicità

Saperci fugaci scoprendoci immensi

Marta ( Poeti der Trullo)

Stand by me

Dalla costa dell’Oregon abbiamo iniziato a spostarci verso la zona centrale per avvicinarci al parco naturale che abbiamo in previsione di visitare fra un paio di giorni e che si trova ai piedi della catena montuosa Cascade.

Come ormai in questi anni mi é accaduto spesso, anche questa volta è stato proprio l’itinerario che doveva essere un semplice spostamento “ di servizio” a rivelarsi un vero e proprio tesoro: abbiamo attraversato  un’ America che non ci si aspetta, che mi ha sorpresa piacevolmente facendomi quasi rammaricare di non aver previsto una sosta da queste parti.

La strada ci ha portato in paesini molto particolari, ammantati di una patina vintage e resi ancora più rustici da un’ambientazione montana: abbiamo trovato locali dove far colazione con pelli di orso e teste di alci appesi alla parete …

…edifici con evidenti segni del tempo e ricchi di vanitá impreviste …

…ma soprattutto …Ponti di legno coperti…e con questo ho detto tutto!

Li adoro!

Credevo che fossero una peculiarità del New England e invece….no!

Questa è stata davvero una bella sorpresa nel nostro viaggio:sono ponti col tetto spiovente, finestre e balconate sul fiume,  progettati per proteggere dalle intemperie le strutture portanti, ma anche uomini e merci.

Ho saputo che un tempo ( si parla di metà ‘800) ne furono costruiti molti, circa 500; oggi ne sono rimasti circa 50 inseriti nel National Register of Historic Places: passando da questi luoghi sembra di attraversare un  piccolo mondo antico tra villaggi sperduti, ruscelli e campi coltivati, che ha qualcosa di magico, e di molto romantico ( eh lo so….qui la mente va subito al film “I ponti di Madison County” ma ahimè….non è stato ambientato in queste zone)

Da queste parti, però, hanno girato moltissime scene di un altro film cult, “Stand by me- Ricordo di un’estate” : beh…fa un certo effetto ascoltare la mitica colonna sonora di quel film attraversando questi luoghi…

Mi si affaccia alla memoria la scena finale, quella dove, mentre la voce fuoricampo di Gordie ripercorre la vicenda, il personaggio di Chris Chambers, interpretato dal giovanissimo River Phoenix, si dissolve nella luce del mattino, confondendosi col paesaggio alle sue spalle.

E’ una scena che non può fare a meno di commuovere perché così poco lontana dal reale, se si pensa che Phoenix, giovane promessa del cinema, morirà per overdose solo 7 anni  più tardi.

Stand by me

Stai Con Me

Quando cadrà la notte

e la terra sarà buia

E la Luna è l’unica luce che vedremo

no, non avrò paura

oh, non avrò paura

finché tu sarai con me, sarai con me

Se il cielo che noi guardiamo

dovesse crollare e cadere

e le montagne dovessero sbriciolarsi nel mare

non piangerò, non piangerò

no, non verserò una lacrima

finché tu sarai con me, stai con me

Credo ci siano luoghi che più di altri possano essere evocativi di un sentimento o un’emozione: ecco…l’America che sto respirando in questo momento, così anomala rispetto all’immaginario collettivo, che porta i segni del tempo passato e che fatica ad adattarsi al nuovo, suscita una forte nostalgia per tutto ciò che era e ora non è più…

Mi sembra di poter camminare su quel ponte insieme a Gordie, Chris, Teddy e Vern…alla ricerca di una strada, quale, si vedrà…

Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a dodici anni. Gesù, ma chi li ha? (Gordie adulto)