It’s magic

Non credo che esista il luogo perfetto.
Credo, però,esistano luoghi magici per ciascuno di noi, che aderiscono in maniera totale ai nostri stati d’animo e, come amici premurosi, riescono a farci stare meglio anche solo con un panorama, un profumo, o un tepore rigenerante.
Uno dei “miei” luoghi magici l’ho trovato ad Aruba.
Ho potuto visitare nel corso degli anni diverse isole tropicali e, onestamente, dopo una settimana di vacanza e di riposo, il desiderio di tornare si è sempre fatto sentire, nonostante la bellezza dell’ambiente naturale e i ritmi di vita rilassati e spensierati.
Ad Aruba non mi è successo.

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Il primo viaggio su quest’isola è stato per me una rivelazione.
“Bon Bini” in “one happy island”! è il “benvenuto” in Papiamento, la lingua di Aruba, che in ogni dove si sente pronunciare.
Perché la vera sorpresa di un viaggio in quest’angolo di Caraibi, è data dalla gente che qui vive. Gli Arubani sono un incredibile mixage di vitale etnicità, retaggio storico, cultura ancestrale, modernità assoluta; il tutto, condito e reso spumeggiante da una genuina voglia di vivere che si manifesta in una spontanea apertura mentale e comportamentale verso chi approda nella loro isola.
Aruba è un’ isola insolita, fisicamente diversa dalle molte della corona caraibica. Non ci sono grandi vette e la vegetazione non è ricca come in altri luoghi. Tuttavia è una terra che presenta caratteri distintivi che la rendono davvero meritevole di essere conosciuta.
Gli alisei che arrivano dall’Atlantico mitigano costantemente il calore di un sole tropicale: è una specie di perenne primavera-estate.

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Mi sono innamorata del Parco Nazionale di Arikok: qui
i colori dominanti sono quattro: il blu del mare all’orizzonte, il verde delle collinette punteggiate di cactus, i toni sfumati e bruniti delle argille del plateau centrale e il bianco intenso delle dune sabbiose che in alcuni punti rubano lo spazio alla costa rocciosa.
Oltre quaranta chilometri di sentieri e bellissime passeggiate: inoltrandosi nel parco, si scopre di essere soli, stradine sterrate e spesso nemmeno queste, agavi e cactus a perdita d’occhio, rocce e pietre levigate o sconnesse dai venti e dalle acque marine che i visitatori, un po’ dappertutto, ammonticchiano una sopra le altre a creare piccoli altarini votivi.
Dove la terra finisce, il grande mare caraibico lambisce una costa rocciosa dai mille anfratti, nei quali il mare in alcuni punti si insinua sotto archi di pietra.

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Ma i motivi del mio amore per Aruba sono tanti:
sempre accompagnato dalle folate del vento che tutto avvolge e rinfresca, immaginate un luogo in cui il cielo non vi sovrasta, vi attraversa; l’aria non si respira, si assapora, il tempo scorre, non corre ed il sistema nervoso si sistema, non s’innervosisce.
Un luogo dove la gente non t’incrocia, ti saluta, dove tutto è vero, anche le cose spiacevoli, perché tutto è vita.
La pienezza del vivere qui è uno stato dell’anima, prima ancora che uno stato mentale: è imparare a perdere tempo scrutando una lucertola dalla testa arancione fare le flessioni, è disegnare con gli occhi il contorno di una pianta di aloe che si staglia sullo sfondo del cielo basso e turchese, è osservare un meccanico che non sa da dove cominciare a riparare il motore della vostra auto.
C’è sempre la possibilità di emozionarsi davanti a un tramonto breve sapendo che il giorno dopo, comunque andrà, ce ne sarà uno apparentemente identico ma dalle sfumature inedite; di imparare che non è vero che se non si desidera tutto non si otterrà nulla, che accontentarsi non è sempre una sconfitta e che vivere alla giornata è un buon metodo per aggiornare l’esistenza.

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Qui c’è un silenzio pagano, un ruggito religioso, uno stato d’animo magico che sembra fare male e invece
è un bene incurabile.
Qui anche l’amore eterno sembra possibile.

Se saprai starmi vicino

Se saprai starmi vicino,
e potremo essere diversi,
se il sole illuminerà entrambi
senza che le nostre ombre si sovrappongano,
se riusciremo ad essere “noi” in mezzo al mondo
e insieme al mondo, piangere, ridere, vivere.
Se ogni giorno sarà scoprire quello che siamo
e non il ricordo di come eravamo,
se sapremo darci l’un l’altro
senza sapere chi sarà il primo e chi l’ultimo
se il tuo corpo canterà con il mio perchè insieme è gioia…
Allora sarà amore
e non sarà stato vano aspettarsi tanto.
(Pablo Neruda)

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Non ci torno più!

Mi è capitato raramente, ma mi è capitato.
Chiedersi, proprio prima di partire : “Ma chi me l’ha fatto fare?” o anche “ Perché non sono rimasta a casina mia?”.
Ma ormai è tardi, il portellone dell’aereo è chiuso e le cinture di sicurezza allacciate.
Nella fattispecie, l’aereo è un aeroplanino di carta, o quasi, con un’elica ridicola, un carrello d’atterraggio fatto di grissini e i finestrini di zucchero filato.
No, non è vero. Però in quel momento l’impressione avuta è stata proprio questa.

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Mi trovato ad Adelaide e stava per avere inizio un’escursione a Kangaroo Island che avevo sognato per mesi. Immaginavo di arrivare su quest’isola, interamente parco naturale, e di partecipare ad un’ escursione nella fauna e flora tipiche australiane, senza avere idea di dover correre rischio alcuno: non mi ero posta il problema dei trasferimenti e tantomeno del soggiorno sull’isola.
Invece l’esperienza si è rivelata al tempo stesso una delle più eccezionali ma anche più “impegnative”, emotivamente parlando, della mia vita.
Il volo di andata, 45 minuti, mi sembrò lungo quanto la traversata dell’Oceano Atlantico: il rumore dei motori era molto forte, pareva di esserci seduti sopra ( e forse ci eravamo per davvero!), ma soprattutto il veivolo sembrava completamente in balia dei venti, fortissimi, che spirano costantemente in quel braccio di mare che separa la costa dall’isola.
La situazione era talmente preoccupante che rimasi quasi sorpresa di essere riusciti ad atterrare: molto probabilmente non avevo dato il giusto peso all’esperienza del pilota che immagino conoscesse questo tratto di cielo come le sue tasche.
Superato questo inizio semi-drammarico, l’escursione si è poi rivelata davvero indimenticabile: su quest’isola sono riuscita ad osservare da vicino, nel loro ambiente naturale, molti animali tipici dell’Australia: oltre a molti canguri e koala, siamo riusciti a “spiare” una rarissima echidna ( una specie di riccio gigante) e un’aquila bianca; ci siamo anche divertiti ad osservare alcuni momenti di vita di una colonia di leoni marini.

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Inoltre i paesaggi, le coste, il mare circostante hanno fatto da meravigliosa cornice, mostrando una natura ancora incontaminata.

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L’escursione prevedeva anche un pernottamento sull’isola in una struttura abbastanza spartana: essendo, infatti, un parco naturale, si è evitato di urbanizzare zone molto ampie, preferendo costruire edifici ecosostenibili.
Tutto bene, fin qua: anch’io sono d’accordo sui principi ecologisti.
Il fatto è che poco prima di ritirarci nella nostra stanza, la guida, a un certo punto, richiama l’attenzione su un piccolo ragnetto nero appeso in un angolo del patio.
Ci dice che quello è un ragno dei cunicoli: non è mortale ma il suo morso può provocare dolori molto forti, semiparalisi e disturbi che si prolungano per molti mesi. Dice anche che difficilmente entrano in locali chiusi, preferendo nidificare all’esterno o sugli alberi ma che, comunque, è bene dare sempre un’occhiata in giro per sicurezza.
Bene! Secondo voi, io, che ho ribrezzo e terrore anche dei nostri ragnetti casalinghi, ho dormito quella notte?
Fortunatamente la sveglia per la seconda parte della visita guidata era alle 5 del mattino, così la mia veglia, seduta rigida sul letto come un baccalà, non è durata poi molto! Ma che nottata!
Il resto della giornata lo abbiamo trascorso all’interno di boschi di eucalipti, fra koala addormentati sugli alberi e canguri appostati come sentinelle fra i cespugli.

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Non avrei più voluto venire via da lì!
Ma, purtroppo, abbiamo dovuto avviarci verso quello che per me era diventato un incubo: l’aeroplanino di carta.
L’onnipresente vento faceva prevedere un decollo da cardiopalma e un volo di ritorno altrettanto preoccupante.
Inutile dire che ogni previsione è stata rispettata: io me ne stavo seduta nel mio seggiolino ( perché chiamarlo sedile sarebbe stato veramente un complimento) e nella mia mente frullavano in continuazione due pensieri: il primo, che veniva pronunciato da una piccola Luisa sadica, sosteneva che “ hai voluto vedere i koala e i canguri? bene, ora che li hai visti, non potrai raccontarlo a nessuno, e sai perché? perché ora precipiterai!”; l’altro pensiero, pronunciato da un’altra piccola Luisa, ancora più sadica della precedente, diceva che “ la colpa di tutto questo è solo tua: sai perché ora precipiteremo? perché tu non stai pensando ad altro… e si sa che il pensiero ha potere autodeterminante: pensi che precipiterai e così sarà!”.
E nonostante cercassi di distogliere il pensiero, posso garantire che quei 45 minuti di ritorno sono stati i più lunghi della mia vita.
Tanto che, una volta atterrati, il primo commento che è uscito dalla mia bocca, parlando con mia sorella, al telefono, di Kangaroo Island, è stato: “Non ci tornerò mai più!”.

p.s.: se avete l’occasione, andateci: ne vale la pena 🙂

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“Ma i veri viaggiatori partono per partire e basta:
cuori lievi, simili a palloncini
che solo il caso muove eternamente,
dicono sempre “Andiamo”,
e non sanno perchè.
I loro desideri hanno le forme delle nuvole.”
(Charles Baudelaire)

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Cerco la via

La mente frulla. E quando frulla significa una cosa sola: che è giunta l’ora di fare sul serio e di iniziare a programmare con determinazione la nuova avventura.
In effetti fra un viaggio e l’altro mi capita spesso di “posizionarmi” in una sorta di limbo: tutto ciò che ho vissuto nell’esperienza di viaggio precedente mi rimane addosso come una copertina di Linus, mi coccola, mi fa stare bene e riesce a sorreggermi nel procedere della mia vita quotidiana, fra lavoro e famiglia.

Ma arriva il giorno in cui la copertina si fa stretta, non scalda più come prima e la mente smette di frugare nei ricordi recenti e ,anzi, preferisce allontanarsi in memorie lontane.
E’ allora che iniziano ad affacciarsi idee, desideri e azzardi che un tempo sarebbero stati sopiti e che ora invece vengono accolti come nuova energia.
Adesso è l’idea del futuro che mi sorregge, la voglia di inventarmi un percorso diverso, la curiosità di scoprire il nuovo.
E così inizio a raccogliere indizi, a sondare nuove possibilità e a spingermi, con la mente, in progetti azzardati sino ad arrivare a definire il percorso che più mi rappresenta, adesso.

In verità, nella mia scatola dei sogni, sono tanti i progetti ideati e poi lasciati lì, ad attendere il momento migliore per realizzarlo.
Magari non verrà mai, o forse sì, chissà…
Ho tra le mani il piccolo quaderno che avevo usato bene 15 anni fa, per trascrivere i dettagli di un viaggio che avrei voluto realizzare, cioè vedere i Castelli nella Valle della Loira: itinerario diviso per giorni, elenchi di castelli, edifici, paesi, parchi, notizie pratiche, hotel, itinerari stradali, appunti…
Non ci sono mai andata.
ll progetto è rimasto lì, sullo scaffale per 15 anni e molto probabilmente ci rimarrà ancora per un po’.
Ma ricordo come fosse ora l’entusiasmo messo nella preparazione del viaggio, l’emozione nello scoprire nuovi luoghi da conoscere e il divertimento che avevo provato mentre creavo dal nulla una nuova storia da vivere.
Perché alla fine ciò che davvero conta è lasciare libera la mente, ritagliarsi ogni giorno un momento di gioco per dar vita a un qualcosa di “nuovo”: chi l’ha detto che solo i bambini devono giocare?

Comunque: penso che un buon punto di inizio per la mia nuova storia potrebbe trovarsi molto lontano da qui.
Vorrei tornare dove già molti anni fa ero stata ma disegnando nuove vie e differenti esperienze, pur rivedendo alcuni luoghi amati.
Vorrei capire se gli anni passati hanno modificato il mio sentire e se i luoghi sono cambiati insieme a me, oppure se il rivedere può significare un rivivere in toto certe emozioni.

Ma è ancora presto per definire…per ora lascio la mente vagare.
E’ bello anche così.

Dove son già fatte le strade, io smarrisco
il cammino.
Nell’oceano immenso, nel cielo azzurro
non è traccia di sentiero.
La via è nascosta dalle ali degli
uccelli, dal fulgore delle stelle, dai fiori
delle alterne stagioni.
E io domando al cuore, se il suo sangue
porti seco la conoscenza dell’invisibile via.

Tagore

girandola+viaggio+sostenibile+camminare+scrivere+mondo+terra+pulita

Turks & Caicos Islands

Una delle prime cose che avevo letto riguardo queste isole era che nel 1965 l’operatore telefonico della capitale svolgeva anche la mansione di secondino della prigione locale, e la rete di telecomunicazioni non era altro che un vecchio telefono in una baracca di legno. La cosa mi aveva davvero incuriosito e così io e mio marito abbiamo deciso di trascorrere alcuni giorni in dicembre nell’arcipelago delle Turks and Caicos.
L’arcipelago è composto da diverse isole; noi siamo atterrati a Providenciales, detta Provo, per trascorrere una settimana di vacanza balneare.

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Appena arrivati ci siamo subito resi conto che queste isole dal nome curioso forse non sono le più belle dei Caraibi, coperte come sono di cactus e di spinosi alberi di acacia, ma le splendide spiagge chilometriche e la coloratissima barriera corallina non fanno rimpiangere le foreste verdeggianti di altre isole vicine.

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Il tassista che ci ha accompagnato al nostro resort ci ha raccontato che fino al 1964 l’Isola di Providenciales era assolutamente priva di veicoli a motore.
Oggi invece Provo è diventata l’isola più sviluppata dal punto di vista turistico, con numerosi villaggi, un campo da golf con 18 buche, e chilometri e chilometri di strade. Insomma…il mio primo pensiero è stato: come rovinare un paradiso!
Ma del resto anche noi eravamo lì…a godere dei servizi di chi aveva costruito queste strutture…quindi…

Abbiamo subito notato che la maggior parte dei turisti erano statunitensi. Pochissimi gli europei, soprattutto francesi e nessun italiano.

Nel corso della settimana abbiamo visitato un pochino l’isola con un’auto a noleggio, alla scoperta delle spiagge più solitarie ed incontaminate. Occorre tener presente che solo le strade principali di Provo sono asfaltate e quindi è preferibile avere un fuoristrada (ma non indispensabile, perché anche le strade sterrate sono in discrete condizioni). A Provo si guida a sinistra,inoltre le rotatorie, frequenti, si percorrono in senso orario e quindi opposto al nostro. Il traffico però è scarso e la velocità normalmente moderata e quindi, con un po’ di accortezza, si può andare in giro facilmente.
Abbiamo deciso di dirigerci sull’altro lato dell’isola ed abbiamo raggiunto Sapodilla bay; è una bella spiaggia di sabbia bianca, di medie dimensioni e molto poco frequentata. Il mare era calmissimo come ci aspettavamo e il vento più che sopportabile.

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Nel proseguimento della nostra perlustrazione, abbiamo scoperto che sull’isola c’è anche la Caicos Conch Farm, l’unico luogo al mondo dove vengono allevate le Conchiglie della Regina fino ai quattro anni di età, prima di essere cucinate nei ristoranti locali o esportate.

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Ciò che davvero ha conservato una bellezza quasi commovente è la spiaggia Grace Bay: la spiaggia é lunga 18 km è molto bella e ampia tanto che si ha l’impressione di essere soli in quella meraviglia. Ed è su questa spiaggia che ho trascorso buona parte della vacanza: è stato davvero godibile,riposare, passeggiare, oppure leggere e scrivere avendo come coreografia naturale un’immensità di bianco e azzurro.

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Quando passeggiavo sulla spiaggia mi accompagnava sempre una leggere brezza; il mare di un bellissimo color turchese ma sempre screziato da mille sfumature di tonalità ora più chiare ora più cupe.
Spesso ho potuto allungare lo sguardo sino al limite dell’orizzonte senza vedere altro essere umano vicino a me…una sensazione stranissima quella di sentirsi completamente soli, lontano da tutto ciò che non è natura. Questo pensiero mi ha fatto, a volte, vacillare…non so se era timore di qualcosa, o forse, al contrario, attrazione.
Ma la testa si faceva leggera, il cuore anche e sentivo ogni poro della mia pelle respirare l’infinito.

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NAZIM HIKMET – Arrivederci fratello mare
 
Ed ecco ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare
mi porto un po’ della tua ghiaia
un po’ del tuo sale azzurro
un po’ della tua infinità
e un pochino della tua luce
e della tua infelicità.
Ci hai saputo dir molte cose
sul tuo destino di mare
eccoci con un po’ più di speranza
eccoci con un po’ più di saggezza
e ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare.

St. Augustine and Cape Canaveral

Nelle ultime due tappe del viaggio in Florida abbiamo deciso di toccare i due antipodi di questa terra americana: la cittadina più antica del sud-est americano e il centro spaziale più moderno degli USA.

Siamo partiti la mattina presto da Miami e in 4 ore abbiamo raggiunto St. Augustine che si trova sulla costa orientale della Florida: qui abbiamo potuto osservare modesti edifici a un piano del XVIII sec. accanto ad imponenti strutture architettoniche del XIX sec., fatte costruire dalle ricche famiglie che abitavano più a nord e venivano a svernare in città.
E’ una cittadina conservata molto, molto bene e si vede che ci tiene a mantenere la sua identità “antica” anche e soprattutto a beneficio del turismo!

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Appena arrivati, abbiamo ammirato il Castillo de San Marcos, una roccaforte spagnola che affaccia proprio sul mare.
A difesa di St. Augustine dall’inizio del XVIII secolo, il castello dalle mura in pietra coquina resistette a ogni attacco nemico di cui fu oggetto e oggi rappresenta uno degli esempi meglio preservati di fortificazioni spagnole coloniali del Nuovo Mondo.

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Poi ci siamo avviati verso il centro storico ma, prima, abbiamo fatto una tappa per visitare la Cathedral of St. Augustine.
Una facciata e un campanile smerlati caratterizzano la più antica parrocchia cattolica della nazione. All’interno, massicce travi in legno decorato supportano l’alto soffitto a colori decorato in stile cubano. Un grande elemento ornamentale d’oro e legno bianco, che incorpora l’altare di marmo della chiesa originaria, impreziosisce ulteriormente il santuario.

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Il centro storico di St. Augustine è molto carino: ci sono piccoli negozi veramente caratteristici e davvero a tratti sembra di essere trasportati indietro nel tempo! Abbiamo visto persino alcune donne in giro in costume d’epoca, il tutto per ribadire il primato di città più antica d’America di St. Augustine!

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Una delle cose più belle da vedere è indubbiamente la scuola! Una scuola di legno che è certificata come la scuola più antica d’America.

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Al termine del giro nel centro storico, siamo andati a vedere il faro: io adoro i fari e quello di St. Augustine è bellissimo e anch’esso molto antico! Infine, abbiamo fatto un giro sul pontile che affaccia sull’azzurro mare della Florida!

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La mattina dopo siamo partiti per Cape Canaveral: ci incuriosiva molto l’idea di visitare il Kennedy Space Center della NASA e la Cape Canaveral Air Force Station dell’aeronautica statunitense..
Cape Canaveral fu scelta come sede del Kennedy Space Center per la sua posizione ideale: si trova infatti affacciata sull’oceano Atlantico (i test missilistici erano diretti in mare), ed è costruita in modo da poter sfruttare al meglio la spinta dovuta alla rotazione terrestre.
Il viaggio verso questa zona che si trova in mezzo al nulla, in una zona piuttosto paludosa, è stato davvero affascinante. Complice le prime luci del mattino e la presenza di una bassa nebbia rarefatta, sembrava di attraversare una terra fatata. Già da lontano, il colpo d’occhio è spettacolare: abbiamo trovato un missile ricostruito per segnalare l’entrata .
All’ ingresso alcune strutture si possono girare tranquillamente da soli, invece per visitare il resto del centro sono a disposizione dei pullman, ogni 15 minuti circa, con la guida che conduce vicino alla rampa di lancio. Abbiamo potuto osservare il grande mezzo che trasporta le navicelle, toccare da vicino i primi missili, ed entrare in alcune navicelle.

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Il contatto è reale, si tocca con mano in che poco spazio siano stati costretti a volare, si vedono le prime tute fino ad oggi, il wc, i pasti, il letto. Mi hanno molto colpito queste piccoli particolari della vita quotidiana che chiaramente sono costati anni di progettazioni.
Tutto la visita è studiata in modo cinematografico: molti filmati, colpi di scena, montaggi scenografici degni di un regista. Memorabile lo sbarco sulla Luna, (non invidio l’omino che ogni 2 ore fa finta di sbarcare sulla Luna), e la ricostruzione della partenza dell’Apollo, fatta nella vera sala in cui è accaduta, e lasciata esattamente così, telecamere comprese, dove ci si siede e si rivive quel momento, con l’animazione del pavimento che sembra muoversi e il boato esterno ( ho avuto quasi paura!!).

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È stato davvero emozionante!

Un bel modo per congedarsi dalla Florida. 🙂

Canto alla luna

La luna geme sui fondali del mare,


o Dio quanta morta paura


di queste siepi terrene,


o quanti sguardi attoniti


che salgono dal buio


a ghermirti nell’anima ferita.

La luna grava su tutto il nostro io


e anche quando sei prossima alla fine


senti odore di luna


sempre sui cespugli martoriati


dai mantici


dalle parodie del destino.


Io sono nata zingara, non ho posto fisso nel mondo,


ma forse al chiaro di luna
mi fermerò il tuo momento,


quanto basti per darti


un unico bacio d’amore.

(Alda Merini)

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Miami and Palm Beach

Spiagge ed edifici Art Dèco. Questo è ciò che vale la pena di vedere a Miami Beach ( da non confondere con la città di Miami che si trova a circa 20 miglia all’interno della costa).
Per il resto si tratta di un insieme di hotel, resort e centri commerciali che nulla hanno di interessante.
La zona più caratteristica è sicuramente South Beach: qui si trova ,infatti, l’’”Art Déco Historic Districts” che è il luogo con la più alta concentrazione al mondo di architettura Art Déco. Dalla Ocean Drive alla Collins Avenue, da Lincoln Rd. a Espanola Way, si possono ammirare hotels, appartamenti e altri edifici in questo stile costruiti tra 1923 e 1943.
In particolar modo, il frequente utilizzo di elementi tropicali all’interno delle decorazioni (come fenicotteri, palme e fiori), dei motivi nautici e delle tonalità pastello (come il giallo, il celeste, il lilla e il rosa) ha comunemente ribattezzato questo movimento, nel caso di Miami, Tropical Art Déco.

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Mi è piaciuto molto passeggiare per Ocean Drive ed ammirare questi palazzi che danno l’impressione di essere grandi scenografie di cartapesta, tanto sono delicati nei loro colori pastelli e stravaganti nelle decorazioni.

 

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Ma è Miami città che più mi ha colpito: le sfaccettature, le culture, le atmosfere presenti sono molteplici e tutte a loro modo affascinanti. E’ un mix di molte cose E la diversità è la caratteristica principale che la contraddistingue: lo si vede già dalle popolazioni caraibiche che la popolano influenzandola nella sua cultura e dalla gente bizzarra ed eccentrica che la raggiunge da tutto il mondo attirata forse dallo spirito glamour del posto.
Mi sono letta un po’ di storia di questi luoghi e ho scoperto alcune cose interessanti: fu una tempesta di ghiaccio che colpì la Florida nel 1895 a spingere la gente a trasferirsi qui, questo perché il grande gelo di quell’evento aveva spazzato via la più grande industria dello stato improntata sulla coltivazione d’agrumi… Nel ventesimo secolo molti imprenditori cominciarono ad edificare strutture caratteristiche art decò, furono le rivoluzioni dell’America Latina e dei Caraibi ad attirare molti immigrati qui… ed è per questo che socializzando con la gente del posto si incontrano molti Latino Americani tra cui la maggior parte  cubani e che lingua molto diffusa non è solo l’inglese, ma anche lo spagnolo…

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Miami negli anni ottanta ha attirato qui molti artisti famosi tra cui modelle, attori, architetti di fama mondiale attirati da quel bel mondo che hanno trasformato South Beach per come si presenta ora.
Il fascino di questa città venne anche immortalato in film famosi come Scarface e Miami Vice .

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Il cielo , il mare e la spiaggia, soprattutto al tramonto…sono da ricordare.

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Una cittadina che mi ha colpito, ma in senso negativo è Palm Beach, che si trova a circa 80 miglia da Miami sulla costa est.

E’ definita la città dei pensionati d’oro d’America e in effetti l’impressione che ne ho avuto non appena arrivata è quella del superfluo ostentato e delle improponibili architetture.Il nome evoca paradisi di relax e di palme sul mare. Ma l’effetto idilliaco si limita a poche oasi, per lo più private. Per il resto prevale un mare torbido, sabbia grigiastra, edifici da periferia e vegetazione scarsa.

Il centro storico, se così si può definire, è costituito da due strade parallele, collegate fra loro da piccole traverse che corrono perpendicolari all’Ocean  Boulevard. La più importante è Worth Avenue.

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In poco più di un chilometro sono concentrate le più famose firme della moda, della gioielleria, del design, le gallerie d’arte più accreditate, antiquari dai prezzi inarrivabili, parrucchieri  sofisticati,  ristoranti trendy.
I negozi, se non si chiamano Chanel, Tiffany, Gucci con le stesse dimensioni dei corrispondenti sulla Fifth Avenue a New York, sono boutique di super nicchia, gestite direttamente dai proprietari. Ho provato ad entrare in alcuni negozi, per curiosità non perché volessi sperperare le mie finanze, e devo dire che davvero non avrei saputo cosa acquistare…non mi piaceva niente!
Vi si vende solo cashmere, o solo bluse e babbucce in seta ricamata, o solo ricercati guinzagli e costose cucce per cani, o solo cappelli di paglia o cioccolatini “gioiello” !!!

 

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C’è anche chi propone attrezzature da giardino, ma non aspettatevi di vedere sedie di paglia e ombrelloni; in vendita fontane barocche in pietra, panchine in marmo, vasi con volute corinzie, statue di ninfe e satiri, tutto datato almeno ottant’anni fa.
E non parliamo delle case…no anzi, parliamone!

Le più “pregevoli”, indicate dalle guide, sono datate ai primi del Novecento. Sono palazzotti con bifore da Canal Grande che si alternano a castelletti in stile fiorentino. Le decorazioni a piastrella portoghesi si incrociano con quelle di ceramica genere Positano. Le stradine? Si chiamano Piazza Torlonia o Via Paris (scritte proprio così) mentre un piccolo gioielliere sceglie come insegna la scritta “Verdura”. Mah!

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Persino i mezzi di trasporto sono surreali. Le auto hanno solo dimensioni gigantesche: o sono da corsa adatte a un circuito, o fuoristrada per attraversare il deserto, o limousine allungate per ospitare comodamente dieci persone.

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Dicevo prima che la vegetazione è molto scarsa; infatti per trovare il verde e gli alberi bisogna percorrere Ocean Boulevard, che costeggia l’Oceano, dove si affacciano le ville dei pensionati di lusso.
Tutte in uno stile anonimo, sono caratterizzate da prati all’inglese splendidamente tenuti, piscine di dimensioni olimpioniche, vetrate che lasciano intravedere arredi principeschi.

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Mi sono immaginata la vita delle persone che vivono in queste dimore…chissà se oltre al denaro, al lusso, all’agiatezza, coltivino anche valori e passioni non materiali. Probabilmente sì, la ricchezza non è un peccato…ma mi rimane il dubbio. Auguro loro ciò di cui parla il mio amato Tiziano Terzani:

“L’arte, quella vera, quella che viene dall’anima, è così importante nella nostra vita. L’arte ci consola, ci solleva, l’arte ci orienta. L’arte ci cura. Noi non siamo solo quello che mangiamo e l’aria che respiriamo. Siamo anche le storie che abbiamo sentito, le favole con cui ci hanno addormentato da bambini, i libri che abbiamo letto, la musica che abbiamo ascoltato e le emozioni che un quadro, una statua, una poesia ci hanno dato.”
— Tiziano Terzani

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Fortunatamente nel nostro itinerario di viaggio avevamo in programma per i giorni successivi due tappe molto interessanti.( continua)

Ernest Hemingway and Key West

Dopo aver riposato una notte alle Everglades, la mattina dopo siamo ripartiti verso le Florida Keys.

Le Florida Keys sono un arcipelago di circa 1.700 isole a sud-est della punta della penisola della Florida, a circa 15 miglia a sud di Miami, e si estendono in un dolce arco fino a Key West, la più occidentale delle isole abitate.
La Highway 1 è uno spettacolare nastro d’asfalto che unisce le isole e gli atolli di questo paradiso fra il Golfo del Messico e l’Atlantico: è un’unica autostrada a due corsie che collega, attraverso 203 km e 42 ponti con lunghezze che variano dagli 11 km del più lungo ai 43m del più corto, le cinque isole principali a loro volta formate da varie isole minori.
Percorrerla dà l’idea di viaggiare nel mezzo del mare…acqua azzurro verde da un lato e onde agitate e blu cobalto dall’altra.

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La prima isola che abbiamo incontrato è Key Largo pubblicizzata quale capitale mondiale delle immersioni ma non ha spiagge di sabbia naturale; la seconda Islamorada (isole di porpora per la massiccia presenza di chiocciole marine purpuree) rinomata per la pesca d’altura e i negozi di esche e attrezzature sportive quali armi e canne da pesca; la terza Marathon raccomandata quale luogo di villeggiatura per le famiglie; la quarta Big Pine and the Lower Keys santuario marino e rifugio della fauna selvatica in via di estinzione; la quinta Key West la più conosciuta e meta finale della nostra giornata.

Abbiamo percorso la lunga strada attraversando paesi marinari quasi tutti uguali ma quello che mi ha colpito è il paesaggio con l’oceano da un lato e il golfo dall’altro e l’attraversamento di tutti quei ponti che uniscono le varie isole; abbiamo visto spuntare paralleli alla strada tronconi di vecchi tracciati stradali, ponti e spezzoni di ferrovia abbandonati e la mente pensava a quanta fatica e lavoro sono stati necessari per realizzare tutte queste opere che si reggono su piloni piantati nell’acqua!

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Abbiamo seguito l’autostrada fino al chilometro “zero” che ci ha portato direttamente nel cuore della vecchia Key West dove abbiamo trovato un facile parcheggio a pagamento è iniziato da lì, a piedi, il nostro giro turistico. Seguendo il viavai di auto e taxi rosa,  ci siamo inoltrati nelle strade principali e di maggiore traffico pedonale dove abbiamo potuto ammirare le antiche case in legno dall’architettura molto pittoresca: un negoziante ci ha spiegato che buona parte del legno per la costruzione è stato ricavato dal recupero di navi naufragate nei dintorni.

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Da lontano siamo stati abbagliati da un negozio giallo limone: ci siamo avvicinati e abbiamo scoperto che lì si vendeva la famosa Key lime pie, la torta al lime caratteristica dell’isola. Non potevano non assaggiarla! E così anziché il panettone di Natale, abbiamo gustato una gustosissima prelibatezza tropicale…veramente ottima!

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Abbastanza rifocillati abbiamo continuato il nostro giro della cittadina percorrendo tutta la Truman Ave e la Duval street lungo le quali si aprono i tantissimi negozi di vestiti, sigari cubani, oggettistica e quant’altro possa attirare i turisti smaniosi di acquistare, bar, caffetterie e ristoranti all’aperto; assetati, ci siamo fermati presso un locale caratteristico dove tutti gli spazi disponibili sulle pareti sono occupati da “un dollaro” semplice o firmato da chi l’ha lasciato per ricordo. Si tratta del Willie T’s dove è anche esposta una targa che segnala i gradi della longitudine e latitudine e la scritta “qui è il Paradiso”.

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Ripreso il nostro giro turistico per arrivare fino al punto più a sud degli Stati Uniti segnalato da una boa che indica una distanza di sole 90 miglia da Cuba.

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Lì vicino si trova la casa dove abitava Hemingway durante i suoi soggiorni qui: la casa è stata lasciata come quando la abitava lo scrittore e il percorso è interessante e ben strutturato. Sono disponibili tour guidati in lingua inglese, altrimenti all’ingresso vengono forniti dei fascicoli anche in lingua italiana, che raccontano la vita dello scrittore nei suoi anni in Florida.
Molto evidente l’affetto che lo scrittore aveva per i gatti che sono i veri padroni della casa, amore che viene perpetrato dalle guide turistiche che vi accompagnano (cimitero felino annesso nel giardino !)

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Hemingway ha comprato la casa nel 1931 e ci ha vissuto per 10 anni scrivendo molti dei suoi più famosi romanzi: Morte nel Pomeriggio, Le Nevi di Kilimangiaro, Avere e Non Avere, che racconta la vita a Key West durante la grande depressione e Per Chi Suona la Campana.
Hemingway andava spesso a pesca d’altura con i suoi amici che sono serviti da modelli per i personaggi dei suoi romanzi. La casa è stata di sua proprietà fino alla morte nel 1961.
Già la sua morte…questo lui diceva:

« Morire è una cosa molto semplice. Ho guardato la morte e lo so davvero. Se avessi dovuto morire sarebbe stato molto facile. Proprio la cosa più facile che abbia mai fatto… E come è meglio morire nel periodo felice della giovinezza non ancora disillusa, andarsene in un bagliore di luce, che avere il corpo consunto e vecchio e le illusioni disperse. »

Il 1º luglio 1961, come riferisce la moglie Mary nelle memorie, fu una giornata abbastanza tranquilla per lo scrittore tranne che per il ricorrente incubo della persecuzione dell’FBI. Ella racconta che alla sera cantò con lei una canzone che aveva imparato a Cortina da Fernanda Pivano e che era solito canticchiare nei momenti di serenità:
« Tutti mi chiamano bionda, ma bionda io non sono: porto i capelli neri, neri come el carbon »
Pochi giorni prima, Mary lo aveva sorpreso con un fucile e delle cartucce in mano, ma egli le aveva risposto che intendeva soltanto “dargli una ripulita”. Allarmatissima, lei aveva riposto l’arma nell’armadietto e l’aveva chiuso a chiave.
La mattina della domenica del 2 luglio Mary fu svegliata da un forte colpo. Hemingway si era sparato mettendosi la canna del fucile in bocca ed era morto. Aveva trovato le chiavi dell’armadietto sul tavolo della cucina, dove le aveva lasciate Mary. Dopo tre giorni, nella piccola chiesa di “Our Lady of the Snow” vennero celebrate le onoranze funebri alla presenza dei tre figli e di pochi intimi amici. Il suo corpo ebbe sepoltura nel cimitero di  Ketchum in Idaho.
Così se n’è andato un premio Nobel.
Così se n’è andato un artista.
Così se n’è andato un uomo.
Nel tardo pomeriggio abbiamo passeggiato un poco sulla spiaggia ; più tardi  siamo saliti sul lungo molo dove sono ormeggiate delle navi da crociera in partenza per i Caraibi: qui è un rito quotidiano salutare il sole che tramonta. Lentamente il molo si è affollato di persone del posto e di turisti, di saltimbanco, giocolieri, musicisti, fotografi,….tutti lì, ad aspettare lo spettacolo del sole che si tuffa nel mare. E quando finalmente il sipario si è aperto non è rimasto che ammirare in silenzio e lasciarsi commuovere dalla bellezza del creato.

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BONACCIA

Il mare desidera scafi profondi…


Si gonfia e s’inarca. 


L’elica pulsa e lo fa ribollire… 


Spinge, vibra, s’avvita. 


Il mare trabocca di passione,


Fluttuante, carezzevole,


Dimenando il gran ventre amoroso.


Antico e grande è il mare…


Le navi martellanti non ricambiano il suo amore.
( E. Hemingway, Parigi, 1922)

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