TAMPA, SARASOTA AND EVERGLADES

Tampa è’ una piccola città con un’atmosfera di allegria contagiosa. Sarà forse per la posizione, meravigliosa, sulla Tampa Bay, che già di per sé è molto stimolante, e anche per le spiagge delle isole della barriera corallina lungo la costa …ma, davvero, qui si ha l’impressione di lasciarsi alle spalle il caos metropolitano per godersi tramonti e distese infinite di sabbia luccicante. La città in sé si può visitare in un giorno solo, girando tranquillamente a piedi: noi abbiamo visitato in particolare il quartiere Ybor City con caratteristiche tipicamente latinoamericane che derivano dagli immigrati che lavoravano nelle fabbriche di sigari.
Oggi il quartiere è diventato una zona di tendenza, con negozi caratteristici inseriti in casette di mattoni rossi e vie acciottolate.

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Siamo ripartiti dopo solo un paio d’ore, nel tardo pomeriggio poiché per la notte avevamo prenotato una stanza nella vicina città di Sarasota.
Forse qualcuno avrà sentito parlare di questa città per un evento non certo felice: infatti l’ex presidente degli Stati Uniti d’America George W. Bush era in visita presso una scuola elementare in Sarasota quando ci furono gli attentati dell’11 settembre 2001.
A parte questo brutto ricordo, devo dire che Sarasota ci è piaciuta molto: abbiamo trovato sabbia soffice, moli colorati, meravigliose conchiglie e un clima cittadino allegro e accogliente.Per quanto riguarda le spiagge, devo dire che meritano davvero la sosta: i soli tramonti sono sufficienti per giustificare la visita! Noi abbiamo potuto visitare solo Lido key e Siesta Key, ma avendo più tempo a disposizione avremmo trascorso volentieri qui qualche altro giorno.

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Il centro della città è piuttosto animato da caffè, bar e ristoranti a complemento delle ottime librerie che rendono famosa questa città. La migliore che ho visitato è la Main Bookshop, dove ci sono migliaia di volumi su qualsiasi tematica, fumetti, dischi e vecchie poltrone che creano un’atmosfera rilassante di altri tempi.

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Come vorrei trovare anche a Cremona una libreria con queste caratteristiche!!! Possibile che nessuno abbia il desiderio, la possibilità economica e la passione per cimentarsi in una avventura di questo tipo? Io ci posso mettere la passione, ma per il resto…. 🙂

[I libri] Ora questi, ora quelli io interrogo, ed essi mi rispondono, e per me cantano e parlano; e chi mi svela i segreti della natura, chi mi dà ottimi consigli per la vita e per la morte, chi narra le sue e le altrui chiare imprese, richiamandomi alla mente le antiche età. E v’è chi con festose parole allontana da me la tristezza e scherzando riconduce il riso sulle mie labbra; altri m’insegnano a sopportar tutto, a non desiderar nulla, a conoscer me stesso, maestri di pace, di guerra, d’agricoltura, d’eloquenza, di navigazione; essi mi sollevano quando sono abbattuto dalla sventura, mi frenano quando insuperbisco nella felicità, e mi ricordano che tutto ha un fine, che i giorni corron veloci e che la vita fugge. E di tanti doni, piccolo è il premio che mi chiedono: di aver libero accesso alla mia casa e di viver con me, dacché la nemica fortuna ha lasciato loro nel mondo rari rifugi e pochi e pavidi amici. (da Rime, trionfi, e poesie latine, a cura di Ferdinando Neri, Ricciardi, 1951)

( Francesco Petrarca)

Il nostro on the road è continuato scendendo sempre più a sud e fermandoci per una sosta di mezza giornata nella cittadina di Naples. Davvero una cittadella del benessere!! L’impressione che si ha arrivando è che, qui, praticamente nessuno si sposti a piedi, tanto è il traffico di auto lussuose e che il must sia avere giardini da manuale, costantemente irrigati da getti d’acqua coreografici.
La via principale, la Fifth Avenue, è un susseguirsi di negoziati di lusso, gallerie d’arte e ristoranti, ricavati da cantieri per piccole barche ormai in disuso. Questa zona deve tutta la sua ricchezza al richiamo che 18 chilometri di spiagge e riserve naturali meravigliose hanno avuto sulla classe agiata americana. Personalmente non sceglierei questa zona per una vacanza balneare poiché di spiagge così belle ne ho viste molte anche in altre zone della Florida, luoghi dove sicuramente la vita è molto meno costosa!

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Dopo poche ore in città, avevamo esaurito la nostra curiosità per il luogo e ben volentieri siamo ripartiti verso la prossima meta che, per quanto mi riguarda, era irrinunciabile. Dopo due ore, infatti, siamo arrivati nella zona più caratteristica della Florida, un ambiente unico al mondo: la zona paludosa chiamata “ The Everglades”.
E’ una delle poche e incontaminate aree dell’America, nota anche per la presenza degli alligatori. Da tempo sognavo di visitare questa zona protetta, anche perché ogni anno che passa la zona paludosa si restringe sempre più e c’è il concreto pericolo che possa sparire in pochi anni se le politiche di tutela ambientale non vieteranno lo sfruttamento selvaggio dei terreni a favore dell’agricoltura.
Il momento più affascinante della visita è stato il viaggio sull’idroscivolante, l’airboat, che grazie ad una grande elica posta sulla parte superiore dell’imbarcazione, la fa scivolare e quasi volare sull’acqua poco profonda e abbastanza trasparente, piena di vegetazione acquatica.
Attraversare le acque della palude fendendo la vegetazione, a volte piuttosto fitta, osservando qua e là la sagoma pigra al sole di diversi alligatori, ammirare gli uccelli che solcavano bassi il cielo è stata un’esperienza indimenticabile.

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In nessuna altra parte delle Everglades l’espressione “River of Grass” ( fiume di erba) è più appropriata della Shark Valley. Da qui le distese di erba del tipo “falasco” si estendono a perdita d’occhio e sono costellate da alberi di legno duro tropicale.
Qui è possibile seguire i sentieri tracciati con la bicicletta: pedalando adagio, e alle prime ore del giorno, è possibile vedere tartarughe, lontre, serpenti e alligatori. Esperienza davvero emozionante!

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( continua)

FLORIDA ON THE ROAD

La Florida è uno stato meridionale degli USA: è una penisola bagnata a ovest dal Golfo del Messico e a est dall’Oceano Atlantico.

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Abbiamo visitato la Florida in due momenti diversi: il primo viaggio ha avuto come meta la costa ovest , quella che si affaccia sul Golfo del Messico, mentre la volta dopo abbiamo viaggiato lungo la costa est, rivolta versoOceano Atlantico.

Orlando è stata la nostra prima tappa. La cittadina, di per sé, non ci ha fatto una bella impressione: tutto sembrava concentrarsi sulla International Drive, un lungo viale zeppo di motel, alberghi, centro commerciali e ristoranti. Le uniche due costruzioni particolari che abbiamo notato sono state il Ripley’s Believe It or Not Museum ( cioè il Museo dell’incredibile) che è ospitato in un edificio spaventosamente inclinato su un fianco e il Wonders Works ( collezione di aggeggi altamente tecnologici ) che si trova in un palazzo costruito al contrario.

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In realtà, chi si reca a Orlando lo fa perché sta cercando Walt Disney World che in realtà però si trova nella località chiamata a Lake Buena Vista.ll complesso è formato da quattro grandi parchi tematici: il Magic Kingdom Park, Epcot Center, Disney’s Hollywood Studios, ed il Disney’s Animal Kingdom. Si aggiungono poi due parchi acquatici, sei campi da golf, più di 24 hotel a tema, e diverse aree commerciali e di divertimento.
Noi abbiamo deciso di vistare EPCOT (la sigla EPCOT sta per Experimental Prototype Community of Tomorrow , cioè Prototipo sperimentale della comunità del domani), e l’argentea geosfera che ne è il simbolo più riconoscibile è visibile da ogni angolo di DisneyWorld.

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L’EPCOT Center è diviso in due sezioni principali: Future World, combinazione di parco divertimenti e centro educativo, e World Showcase, una ben realizzata ricostruzione di 11 paesi del mondo: Canada, Cina, Francia, Germania, Italia, Giappone, Messico, Marocco, Norvegia, Regno Unito e Stati Uniti. Il parco è molto curato e sicuramente le ricostruzioni sono molte fedeli: in alcuni momenti sembrava davvero di essere in un’altra parte del mondo!!! Molto emozionante è stata lo spettacolo serale “IllumiNations: Reflections of Earth” che trasforma la laguna centrale in un’apoteosi di suoni e luci colorate.

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Il giorno dopo siamo partiti e ci siamo diretti verso la costa ovest ma prima ho voluto dare un’occhiata al paese di Celebrations poiché avevo letto cose curiose a riguardo. In sostanza si tratta di una cittadina immaginata da Disney e inaugurata nel 1996. Prima di fondare questo paese . E’ stata fatta un’indagine sociologica preliminare per arrivare a progettare una cittadina modello ideale di comunità: il risultato è stata questa cittadina con case dall’aspetto esterno d’altri tempi, prossime alla strada in modo che ci possa essere contatto con i vicini, il tutto in un centro cittadino accogliente e un po’ all’antica. Sinceramente a noi è sembrata una città un po’ sterile e monotona e mi ha dato l’impressione di vivere in un luogo tipo Grande Fratello elitario!!!

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Da lì ci siamo diretti a St Petersburg: la cosa che mi ha colpito di questa città di mare , sembra strano, è la presenza massiccia di panchine verdi disseminate ovunque. Prima di andarcene abbiamo saputo il motivo: dato il record di giornate di sole in un anno, qui vengono a trascorrere l’inverno molti pensionati americani e così l’amministrazione, a un certo punto, ha pensato di sistemare ben 5000 panchine per consentire agli anziani di sedersi e riposare durante le loro passeggiate! Fantastico!

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La città comunque ha un aspetto tranquillo e curato, con un misto di architettura vecchia e nuova e un buon numero di musei. La nostra sosta è stata piuttosto breve, pertanto abbiamo goduto solo degli aspetti climatici e paesaggistici del luogo. Ovviamente non poteva mancare la sosta in una libreria e dove se non alla Haslam’s? E’ una delle più grandi d’America, inaugurata durante la Depressione per fornire agli avidi lettori riviste di seconda mano e libri a prezzi stracciati. Oggi ha un catalogo ricchissimo, su i temi più svariati e chi ama i libri, posso assicurare, rischia di trascorrerci molte ore!

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Abbiamo terminato la visita della città andando a passeggiare sul molo ammirando la costruzione che ospita negozi e ristoranti che si affaccia sul mare e che ha  una caratteristica forma di piramide capovolta.

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Abbiamo poi attraversato la baia tramite il Sunshine Skyway Bridge: il ponte è molto bello, ed è particolarmente affascinante poterlo ammirare da un molo che lo affianca. L’impressione salendo è davvero di star fra le nuvole!

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Una targa all’ingresso spiega che il ponte originario fu speronato da una nave cisterna nel 1980, che ne fece crollare una sezione. A causa della scarsa visibilità di quel giorno, i conducenti dei mezzi che stavano percorrendo il ponte non si accorsero della voragine e 35 persone , fra cui i passeggeri di un pullman, fecero un salto mortale di oltre 75 metri.
Sarà forse per questo triste episodio che il ponte è divenuto oggetto di numerose leggende secondo le quali autostoppisti fantasmi comparirebbero sul ponte con il pollice proteso per chiedere un passaggio, ma sparirebbero nel nulla prima di aver raggiunto il lato opposto del ponte.

“Così incrociamo i fantasmi che ci perseguiteranno negli anni futuri; siedono insignificanti ai bordi della strada come poveri mendicanti e, dovessimo accorgerci di loro, li scorgiamo solo con la coda dell’occhio. La possibilità che fossero lì ad aspettare proprio noi raramente ci passa per i pensieri. Invece aspettano e quando siamo passati raccolgono i loro fagotti di ricordi e s’incamminano sulle nostre orme e piano piano, metro dopo metro, guadagnano terreno.”

(Stephen King –  La sfera del buio)

Tappa successiva: Tampa( continua).

SAN FRANCISCO

E’ la più bella città degli Stati Uniti che ho visitato finora!

Circa quattro anni fa, mentre da lontano iniziavo a scorgere il profilo di San Francisco, rimasi affascinata da questa visione : era come se la città si fosse lentamente adagiata accanto al mare e, magnificamente, da lì, osservasse l’oceano aperto da un lato e la sua baia dall’altra.

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Questo fu il primo approccio con la città. Successivamente, quando iniziammo a visitarla e a conoscere i vari quartieri, mi resi conto che l’attrazione che provavo per lei non era motivata solo dalla bellezza del contesto naturale, si trattava di qualcosa di più.
Era come se nell’aria, negli edifici ma anche nelle persone, fosse rimasto impregnato il profumo delle mille idee,talvolta rivoluzionarie e spregiudicate, che qui avevamo visto la luce.
Probabilmente era un condizionamento dovuto alle tante letture che avevo fatto su questa città, ma davvero mi sembrava di ritrovare qua e là, in scorci cittadini o in sguardi vivaci, il flower power degli hippies, o le battaglie di movimenti politici avanguardisti e, ancora, le prime forme di outing omosessuale…
Insomma, io percepivo che il nuovo e il diverso in questa città non solo erano ben accetti, ma anche cercati e voluti.

Così, ho amato ogni singolo istante trascorso in “The City” ,come la chiamano gli abitanti: ho avvertito quel feeling, quell’indescrivibile non so che così intensamente che, ancora oggi, ripensandoci, ho l’impressione di sentire il profumo pungente e salmastro di quei luoghi.

E la gente, che meraviglia!! Mille etnie che si confrontano, si mischiano.
Uno dei posti che ho visitato dove davvero il crogiolo di razze non richiede molte spiegazioni è il City Farmers Market: qui trovi indiani d’Asia e Indiani d’America che fianco a fianco cercano gli ingredienti per i loro piatti tipici, oppure giapponesi e russi…e in un tripudio di odori, colori, sapori.

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Per tutti questi motivi, San Francisco è una città più da vivere che da vedere. Il suggerimento numero uno che posso dare è di fare un giro con il caratteristico Cable Car, una via di mezzo fra tram e teleferica: le vetture sono nello stesso tempo musei e simboli su ruote che consentono la visione di insieme di alcuni quartieri.

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Il secondo suggerimento, sempre seguendo la nostra esperienza, è di camminare molto: infatti questa è una delle poche città americane dove i pedoni trovano gli spazi adeguati per muoversi ed è davvero piacevole fare il su e giù da queste strade in salita e discesa così ripide.

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E mentre si cammina capita di vedere al centro della baia di San Francisco, Alcatraz, l’isola famosa perchè ex sede dell’omonimo carcere di massima sicurezza. Quest’ultimo era noto per l’estrema rigidità con cui erano trattati i detenuti e poiché sembrava impossibile ipotizzarne una fuga (da qui prende anche il nome di “The Bastion”). Molti nomi illustri, come Al Capone, passarono parte della loro reclusione in questo carcere. Il nome Alcatraz (che in spagnolo significa “Pellicano“) deriva dai numerosi pellicani presenti nell’isola.

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Ma una delle mete del mio girovagare per la città è stata La City Lights Bookstore che è la più famosa libreria di San Francisco. È ricordata come ritrovo della beat generation e di uno dei suoi maggiori interpreti ed esponenti, Jack Kerouac. Inutile dire che mi hanno dovuta trascinare per riuscire a schiodarmi da lì!!

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Poi, sempre camminando, abbiamo raggiunto Lombard Street che è famosa per il celebre tratto di Russian Hill, composto da ripidi tornanti. E’ una strada che, con una pendenza che arriva al 20%, è riconosciuta per essere la “strada più tortuosa del mondo“.

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A poca distanza la Transamerica Piramid: è la costruzione più alta di San Francisco con i suoi 260 metri di altezza; è anche caratterizzata da una particolare forma piramidale con base quadrata che la rende un punto di riferimento del Financial District e uno dei simboli più evidenti della città.

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Arrivati sul lungomare la meta più famosa è Il Pier 39 che è un vero e proprio centro commerciale ed un’attrazione turistica costruita su un molo di San Francisco: è soprattutto famoso per la presenza di numerosi leoni marini della California. Il molo è situato sul bordo del distretto di Fisherman’s Wharf e ospita negozi, una sala video, spettacoli di strada, l’acquario cittadino (Aquarium of the Bay).

Qui l’ultima sera abbiamo cenato in un locale chiamato Crab House con un arredamento delizioso in tipico stile marinaro con reti da pesca, e granchi ovunque.
Il piatto tipico è il granchio, lo dice il nome stesso del posto, in particolare il killer crab ovvero il grande granchio rosso tanto famoso a San Francisco.

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E da lì,maginifica, la vista del Golden Gate!

A proposito del Golden Bridge Gate, il ponte sospeso sul Cancello d’Oro, lo stretto che collega l’Oceano Pacifico con la Baia di San Francisco…. per poco abbia o rischiato di andarcene senza aver avuto la possibilità di vederlo!!!
Il motivo? E’ presto detto: durante il nostro soggiorno di tre giorni devo dire che abbiamo trovato giornate fresche ma non piovose; tuttavia la nebbia, al nostro arrivo, ci aveva accolto in modo abbastanza inaspettato. Infatti per ben due giorni ci era stato impossibile vedere il Golden Gate Bridge che era completamente avvolto dalla foschia.
Poi, finalmente, l’ultimo giorno, San Francisco ci ha fatto il regalo: spazzata via la nebbia!! E così…eccolo, finalmente, con il suo caratteristico color arancione, il simbolo della città.

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Ma Il ricordo più bello è un altro: le case…così in bilico, così delicate, così tenere…a guardarle da fuori mi hanno dato una sensazione di famiglia, di calore,di intimità. Ecco, potrei quasi dire di aver trovato la mia casa dei sogni. 🙂

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 “Le sue case [di San Francisco], sormontate qua e là da inquietanti grattacieli,restano per la maggior parte commisurate all’uomo, e i loro toni pastello, azzurro, bianco, rosa o verde pistacchio, conferiscono alle vie l’aspetto di un gelato misto.”

Yourcenar, Marguerite


 

ANTIGUA

Circa dieci anni fa, durante le vacanze natalizie, con mio marito ho visitato l’isola di Antigua che fa parte delle Piccole Antille e si trova nel Mar dei Caraibi. Fu scoperta nel 1493 da Cristoforo Colombo che le diede il nome ispirandosi alla chiesa di Santa Maria La Antigua di Siviglia. L’isola fu colonizzata dagli inglesi nel 1632 e rimase una colonia fino alla dichiarazione di indipendenza nel 1981.

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La nostra intenzione era quella di fare un “pieno di sole e mare”, quindi di vivere una vacanza pienamente balneare; in realtà, abbiamo anche effettuato alcune escursioni di mezza giornata per visitare la capitale e alcuni punti panoramici dell’isola.
Il mezzo più comodo per spostarsi sull’isola è sicuramente il taxi ma è anche, ovviamente, il più caro; le strade sono dissestate e la segnaletica stradale pressoché inesistente pertanto noleggiare una macchina non è particolarmente consigliato tenendo conto che la guida è a sinistra e che gli antiguani hanno un modo di guidare un po’..Spericolato! Noi abbiamo effettuato un paio di escursioni con il taxi, poi la terza escursione, quella alla capitale, abbiamo deciso di affrontarla utilizzando l’autobus di linea ( un furgone con circa 15 posti ): è comodissimo poichè porta proprio nella zona del mercato della capitale.

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Per quanto riguarda le spiagge, noi siamo riusciti a vedere solo quella che stava di fronte al nostro resort un po’ perché abbiamo scelto di fare altre escursioni, un po’ perché altri turisti che già erano stati ad Antigua ci avevano confermato che le spiagge qui si assomigliano un po’ tutte.
La spiaggia del nostro resort, la jolly bay, è una spiaggia bianchissima, lunga, orlata da una vegetazione molto verde e cosparsa da moltissime conchiglie di vario tipo: camminarci è una sensazione piacevolissima perché vicino al mare c’è una zona in cui si affonda leggermente e pare di camminare su una morbida spugna.

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Al mattino presto si riesce a vedere qualche piccolo granchio che scappa impaurito sotto la sabbia: anche loro sono di un colore chiarissimo proprio per mimetizzarsi con il colore della spiaggia.

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Riguardo al mare devo dire che le impressioni avute sono un po’ contrastanti…Mi spiego meglio: quando lo vedi, il mare di Antigua ti incanta perché mostra una varietà indecifrata di azzurri e di blu e ti sembra davvero di ammirare un quadro nel quale non vedi l’ora di tuffarti. Quando però ti avvicini e inizi ad immergere i piedi ti accorgi che l’acqua non è limpida, non riesci a vedere il fondo poiché la sabbia e le onde creano un turbinio che oscura ,nonostante il colore del mare sia chiarissimo, quasi bianco a volte.

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Antigua ci era stata descritta come un’isola con un clima molto secco e pertanto con scarsissime precipitazioni…Bè a noi non è parso davvero così: è un’isola molto verde e anche nei vari resort non esistono impianti di irrigazione ( ciò a indicare la presenza di piogge frequenti); tutte le mattine ci svegliavamo e immancabilmente trovavamo enormi pozzanghere ad indicare che durante la notte aveva abbondantemente piovuto e durante il giorno almeno per 3 o 4 volte arrivavano nuvoloni carichi di acqua. Quando, però, poi il sole usciva era veramente cocente e luminosissimo. Sinceramente noi ci aspettavamo qualche ora di sole in più e anche un clima un po’ meno variabile…Ma in queste isole è sempre un terno al lotto indovinare la settimana adatta ad una vacanza tutta sole e mare: sono i rischi da prendere per poter vedere posti così particolari.

L’isola i non offre particolari attrazioni da visitare…Diciamo che in certi casi se le sono un po’ “inventate” per poter dare una alternativa a chi non volesse una vacanza fatta solo di abbronzatura e bagni.
Noi oltre alla capitale, St, John’s, che comunque merita una visita soprattutto per vedere il mercato che anima la Street market, abbiamo visitato English Harbour che è un porto in cui attraccano le lussuose navi da crociera che solcano questo mare ( in realtà non è davvero un posto turisticamente accattivante) e il vicino complesso di fortificazioni, Shirley Heights, da cui si gode una panorama davvero eccezionale.

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Un’altra escursione invece ci ha portato verso la costa ovest, rivolta all’Oceano Atlantico: qui era segnalato un parco nazionale di scogliere con un ponte scavato dal mare nella roccia ( Devil’s Bridge)… Onestamente è inutile andarci!!!! Si tratta di una piccola grotta insignificante così come lo sono le scogliere…Scordatevi di vedere ciò che si può ammirare in Italia ad esempio a Portovenere( per questo vi dico che alcune attrazioni sono indicate sulla carta ma se le sono inventate!!!!). Abbiamo anche visto le due torri-mulini della più antica fattoria dell’isola, la Betty’s Hope, che produceva un tempo canna da zucchero: sono abbastanza interessanti e ancora in buono stato

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Non penso di poter dire se vale la pena o meno di visitare Antigua perché secondo me dipende molto dallo spirito con cui si intraprendono i viaggi:per chi ama sole e mare è sicuramente un posto da visitare perché è la tipica isola caraibica ( clima permettendo!), così come può essere apprezzata da tutte quelle persone che sono curiose di vistare posti nuovi e diversi dalla nostra realtà ; invece chi ama le escursioni alla ricerca di storia ,di reperti del passato o di attrazioni naturali particolari qui non ne può trovare di molto significative.
Per quanto riguarda la nostra personale esperienza posso dire che siamo contenti di esserci stati perché nonostante alcune piccole delusioni e comunque un’isola che ti rimane nel cuore così come la gente che la abita. E ne sarebbe valsa la pena anche soltanto per aver avuto la possibilità di vedere ciò che Jamaica Kincaid, una scrittrice di origine antiguana, così descrive in un suo libro:

”Ad Antigua l’alba non c’è: un minuto prima si è avvolti dall’oscurità completa della notte, un minuto dopo il sole splende nel cielo e vi rimane finchè tramonta con un’esplosione di rossi all’orizzonte, quindi ritorna l’oscurità della notte ed è come se il coperchio aperto della scatola nella quale ti trovi di colpo si richiudesse. Antigua è bella.Antigua è troppo bella. Certe volte la sua bellezza sembra irreale. Certe volte la sua bellezza è simile alla scena di uno spettacolo teatrale, poiché nella realtà nessun tramonto potrebbe essere come questo; nella realtà l’acqua del mare non potrebbe avere tante sfumature di azzurro in una volta sola; nella realtà il cielo non potrebbe avere quella sfumatura di azzurro diversa dal mare e nessuna nuvola potrebbe essere tanto bianca e veleggiare a quel modo nel cielo azzurro, nella realtà nessun giorno potrebbe essere tanto soleggiato e luminoso, e far sembrare ogni cosa trasparente e leggera; e nella realtà nessuna notte potrebbe essere tanto nera e far sembrare ogni cosa densa, profonda e senza fine”.

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Buon viaggio ad Antigua!

P.S.: per chi volesse avere un’idea realistica di Antigua, al di là dell’aspetto turistico, consiglio il libro “Un posto piccolo” scritto da Jamaica Kincaid.

RISPETTO

Nella sala d’attesa di uno studio medico è facile incrociare il proprio cammino con quello di persone che pur essendo di fatto degli sconosciuti, sentono il bisogno di condividere le loro personali angosce, trovando in queste confidenze un motivo di leggero sollievo.

Mi è capitato alcuni giorni fa.
Una signora molto anziana, accompagnata dalla figlia, anch’essa di una certa età, era in attesa di essere ricevuta dal medico curante. Dopo alcuni minuti la signora ha iniziato a rivolgersi alla persona che le sedeva accanto, raccontando i motivi della sua presenza lì.
Si trattava di un giovane uomo, sui 40 anni, circa.
La conversazione era unidirezionale: la donna raccontava, con voce flebile a tratti spezzata, l’uomo inizialmente ha dato l’impressione di porre un minimo di attenzione alla signora; poi, dopo alcuni minuti, evidentemente infastidito da questo approccio, si è levato dalla sedia per andarsi a sedere un paio di posti più in là. Ovviamente senza nemmeno fare un cenno di commiato alla signora.

La quale, per altro, si è voltata dalla parte opposta e ha continuato il suo discorso con la figlia, non manifestando, fortunatamente, alcun tipo di offesa per il comportamento dell’uomo.
La figlia con dolcezza ascoltava e annuiva e per la frazione di un secondo ha incrociato gli occhi con i miei e lì, in quel niente temporale, ci siamo capite e consolate reciprocamente.

Perché la grettezza umana, l’insensibilità, la mancanza di rispetto, la maleducazione, la superficialità, quando le riconosci, quando le sperimenti, quando ti capitano davanti, fanno accendere negli occhi una luce che dice tutto e che non ha bisogno di spiegazioni.

Quando poi certi comportamenti colpiscono persone che al contrario dovrebbero essere difese, sono ancora più inaccettabili
Mi domando che tipo di insegnamento quell’uomo possa dare ai suoi figli… come spiegherà loro cos’è il rispetto se nemmeno lui si sa comportare come si deve?

E pensare che il rispetto non costa nulla. E non solo è gratuito, ma è anche capace di generare valore. Forse l’episodio mi ha scosso perché non so cosa darei per avere la possibilità di curare i miei genitori, di coccolarli e di accompagnarli per mano verso il declino della vita.
Ma penso che la questione vada oltre alla sensibilità di tipo personale; credo che la tematica del rispetto dell’altro, anziano oppure no, sia davvero centrale per la crescita dell’essere umano.
E se oggi , come sembra, assistiamo all’imbruttimento delle società moderne, sono convinta che per risalire la china si debba iniziare proprio da qui.
In che modo non so, però partire dalla consapevolezza e dalla condivisione della centralità di alcuni valori credo sia fondamentale.

Alt Whitman


da Calamus


Giovinezza, Giorno, Vecchiaia e Notte
 
Giovinezza, vasta, vigorosa, amante – giovinezza piena
di grazia, forza, fascino,


lo sai che la Vecchiaia può venire dopo di te con eguale
grazia, forza, fascino?


Giorno fiorito appieno e splendido -giorno
dell’immenso sole, azione, ambizione, risa,


la Notte segue da vicino con milioni di soli, il sonno e il
buio che ristora.

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MEMORIES: THE MONUMENT VALLEY

Il classico paesaggio del selvaggio West, fatto di colline di arenaria e di irti pinnacoli che spuntano da una infinita distesa di sabbia rossa spazzata dal vento, è diventata un’immagine che viene associata in maniera quasi automatica alle scenografie dei film western, quasi come se fosse un paesaggio immaginario, quasi un archetipo. Succedeva anche a me, almeno prima di poter vedere con i miei occhi la Monument Valley nello Utah

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Ma cos’è la Monument Valley?
Si tratta di un’autentica meraviglia geologica, costituita da una variegata serie di formazioni rocciose che assumono, soprattutto all’alba e al tramonto, colorazioni stupefacenti. L’origine della Monument Valley risale a circa 70 milioni di anni or sono, quando il terreno, in precedenza ricoperto dalle acque, si innalzò progressivamente; movimenti della crosta terrestre spezzarono l’altopiano in numerosi tavolati, detti mesas, intagliati da fratture e crepacci, che l’erosione plasmò in seguito in torrioni, archi e guglie, che ricordano appunto dei veri e propri monumenti.Anche se i registi cinematografici vi si sono affollati sin dagli esordi di Hollywood, la maestosità del luogo è rimasta intatta, da togliere il fiato.

Ma andiamo con ordine.

Siamo arrivati alle soglie della Monument Valley , tra Arizona e Utah, percorrendo la I-163, una strada panoramica che ci ha portato dritti verso i grandi monoliti della valle: è la stessa strada che , nel film Forrest Gump , il protagonista sta percorrendo di corsa, quando decide di fermarsi e tornare indietro.

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Prima di entrare nel Parco siamo passati dall’hotel che ci avrebbe ospitato per la notte: si trattava del solo albergo che si può trovare nelle vicinanze ,il Goulding’s Lodge, e che già di per sé è una meraviglia. Si trova, infatti, ai piedi di un’ampia parete di arenaria che offre una vista superba della valle.

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La storia di questo hotel è molto particolare: venne aperto intorno al 1929 da Harry Goulding e dalla moglie come spaccio; poi nel 1937 quando Harry sentì dire che alcuni produttori di Hollywood stavano pensando di girare qualche film western nella zona del sud-ovest americano, armato di un album di fotografie della Monument Valley, partì per la California a bussare alle loro porte.
E fu così che un anno più tardi il regista John Ford portò la sua troupe proprio alla Monument Valley per girare “Ombre rosse” e poi via, altri film.

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Oggi l’edificio della locanda è stato conservato in gran parte come era stato lasciato dagli antichi proprietari e ospita un piacevole piccolo museo del cinema dove i visitatori sono invitati a fare una piccola donazione in favore delle borse di studio per studenti navajo.

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E infatti la Monument Valley è gestita dagli indiani della riserva Navajo: già nel centro visitatori la cosa risulta evidente poiché vi si trova un museo di storia e cultura navajo e inoltre, nel parcheggio, tra gli stand di oggetti artigianali, si trovano numerosi Navajo, in costume tradizionale, che offrono la possibilità di fare il giro della valle in fuoristrada o a cavallo.

Noi abbiamo deciso di usare il nostro fuoristrada per compiere tutto il percorso della Valley Drive, una bellissima strada panoramica, dissestata ma comunque percorribile, che ci ha permesso di inoltrarci fra i monoliti e le bizzarre conformazioni rocciose della valle.
E proprio di questo percorso vi voglio parlare ora!

I tre monoliti di sabbia rossa che si stagliano sull’orizzonte della Monument Valley sono ormai diventati un simbolo: è il primo meraviglioso panorama che si coglie già dal visitor center. Questa coppia di alture è nota come The mittens ( i Guanti): il Guanto di sinistra è in Arizona, quello di destra , a 3 chilometri di distanza è nello Utah; fra loro si staglia una vetta che completa il trio che al tramonto si illumina di rosso scintillante.

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Da qui è un susseguirsi di sorprese: una delle tante gigantesche e bizzarre conformazioni rocciose di questo parco è stata nominata Elephant Butte per la sua presunta somiglianza con un elefante; e poi le Tre sorelle, tre sottili pinnacoli piuttosto caratteristici che si distinguono fra i ben più spessi e tozzi monoliti del panorama circostante.

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Il cuore del parco è però è il John Ford’s Point :è una zona altamente panoramica ed è dedicata al regista che ha immortalato la Monument Valley come lo scenario hollywoodiano simbolo del Far West.

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Luogo davvero magico ed evocativo….Il ricordo più bello? L’alba del giorno dopo.

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“Oh grande spirito, la cui voce sento nei venti e il cui respiro dà vita a tutto il mondo, ascoltami!

Vengo davanti a te, uno dei tuoi tanti figli. 
Sono piccolo e debole, ho bisogno della tua forza e della tua saggezza.


Lasciami camminare nelle cose belle, e fa che i miei occhi ammirino il tramonto rosso e oro.


Fa che le mie mani rispettino tutto ciò che hai creato, e le mie orecchie siano acute nell’udire la tua voce.


Fammi saggio, così che io riconosca le cose che hai insegnato al mio popolo, le lezioni che hai nascosto in ogni foglia, in ogni roccia.


Cerco forza, non per essere superiore ai miei fratelli me per essere abile a combattere il mio più grande nemico: me stesso!

Fa che io sia sempre pronto a venire con te, con mani pulite e occhi dritti,

così che quando la mia vita svanirà come luce al tramonto, il mio spirito possa venire a te senza vergogna.”

Preghiera Navajo

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MEMORIES: THE GRAND CANYON

Da Las Vegas la strada per il Gran Canyon è molto lunga, ma sicuramente non si può dire che sia monotona: il panorama muta in continuazione, dal deserto, si passa a zone di montagna dai colori più svariati e poi a tratti boschivi …e lentamente, senza quasi accorgersi si sale verso l’altopiano che permetterà la vista del Grand Canyon. Si arriva a quasi a 2000 metri….infatti nella zona adiacente ci sono zone boschive ricche di fauna. Ecco l’ incontro che abbiamo fatto appena arrivati!!

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Siamo giunti al North Rim , il versante che permette le vedute più suggestive della zona poco prima del tramonto. Ero molto ansiosa di vedere il Grand Canyon: avevo letto molto sull’argomento e visto così tante fotografie che le mie aspettative erano altissime. Ma….

Non c’è nulla che possa prepararti al Grand Canyon! Non importa quanto si abbia letto sull’argomento o quante immagini si siano viste.
La visione è sempre mozzafiato.
La mente sembra quasi incapace di concepire uno spettacolo di questa portata, semplicemente si soccombe e per lunghi istanti ci si sente una nullità, si rimane senza parole e senza fiato e si prova solo un inenarrabile sgomento davanti a un spettacolo così immenso, meraviglioso e silenzioso.
Ricordo di essermi avvicinata al punto di osservazione con circospezione, come quando si tergiversa di fronte alla possibilità di scoprire una verità che tic potrebbe rendere incredibilmente felici o potrebbe farci soffrire molto.

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La gioia è stata immensa.

Mi sono trovata davanti a un abisso spaventoso: una distesa infinita di forme bizzarre e colori, di luci abbaglianti del deserto e ombre impenetrabili, di promontori spogli e pinnacoli d’arenaria svettanti e impossibili da scalare. Così impassibile e remoto non può deludere, ma al tempo stesso ti fa sentire annientato.

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In effetti le proporzioni del Grand Canyon sono oltre l’umana comprensione: misura un chilometro di profondità, 10 di larghezza e 130 di lunghezza. Dentro ci starebbe l’intera Manhattan!!

Una delle cose che mi ha colpito è il silenzio: il Grand Canyon inghiotte i rumori. Regna un incombente senso di spazio e di vuoto: là in mezzo non succede nulla. Giù, giù in fondo al Canyon scorre il fiume che l’ha scavato: il Colorado River. Seppure sia largo un centinaio di metri, dall’alto appare sottile e insignificante…tutto è rimpicciolito da questa immensa voragine. Quasi due miliardi di anni della storia della Terra sono emersi alla luce grazie all’azione del Colorado e dei suoi affluenti, che in milioni di anni hanno eroso strato dopo strato di sedimenti, e grazie al sollevamento del Colorado Plateau.

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Non si può descrivere questo miracolo della natura. E’ l’unico posto che io abbia visto dove fare fotografie non serve davvero a niente : la sensazione che hsi prova quando si guarda nel canyon non può essere immortalata; si rimane a guardare e pensi di essere su un altro pianeta. Semplicemente una meraviglia infinita… e capisci che l’uomo può “costruire” ma solo la natura CREA.

È stato uno spettacolo incredibile.. Si tratta dello scenario più meraviglioso che io abbia mai visto.
Se andate negli Stati Uniti, non perdetevi questa miracolo della natura che vi rimarrà dentro per tutta la vita.

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La fiera dei miracoli

Un miracolo comune:
l’accadere di molti miracoli comuni.

Un miracolo normale:
l’abbaiare di cani invisibili
nel silenzio della notte.
Un miracolo fra tanti:
una piccola nuvola svolazzante,
che riesce a nascondere una grande pesante luna.
Più miracoli in uno:
un ontano riflesso sull’acqua
e che sia girato da destra a sinistra,
e che cresca con la chioma in giù,
e non raggiunga affatto il fondo
benché l’acqua sia poco profonda.
Un miracolo all’ordine del giorno:
venti abbastanza deboli e moderati,
impetuosi durante le tempeste.
Un miracolo alla buona:
le mucche sono mucche.
Un altro non peggiore:
proprio questo frutteto
proprio da questo nocciolo.
Un miracolo senza frac nero e cilindro:
bianchi colombi che si alzano in volo.
Un miracolo – e come chiamarlo altrimenti:
oggi il sole è sorto alle 3,14
e tramonterà alle 20.01
Un miracolo che non stupisce quanto dovrebbe:
la mano ha in verità meno di sei dita,
però più di quattro.
Un miracolo, basta guardarsi intorno:
il mondo onnipresente.
Un miracolo supplementare, come ogni cosa:
l’inimmaginabile
è immaginabile.
Wislawa Szymborska

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MEMORIES: from Atlantic City to Las Vegas

L’impatto con Atlantic City non è stato dei più felici.

Devo dire che venivo da Philadelphia, dove avevo sperimentato due giorni di full-immersion nella storia americana e pertanto non ero pronta a passare in maniera così repentina all’aspetto “futile e leggero” della vita ,se vogliamo chiamarlo così…

Sto parlando della vista, alquanto sconfortante, di gruppi di pensionati americani scendere dai pullman ed entrare nei numerosi casinò per fare la fila davanti alle slot machine. Atlantic City, al primo impatto, ci è sembrata solo questo: una serie innumerevole di casinò a tema ( estremo oriente, antica Roma, Far West,…) alternati a discoteche e grandi hotel di lusso.

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Siamo anche entrati in un paio di questi casinò e devo dire che l’ambiente ci è apparso sempre lo stesso: molto rumore, poca illuminazione, innumerevoli tavoli da blackjack, poker e dadi. In realtà, oltre queste strutture si apre un’ ambientazione quasi tropicale!! Innanzitutto sul lungomare si apre l’estesa boardwalk, una passerella sull’oceano piacevolissima da percorrere: è usanza qui, ma non è cosa per noi :-), farsi un giretto sulle rolling-chair, specie di risciò a tre ruote spinte a mano, con due posti a sedere; solitamente ci si fa portare in uno dei numerosissimi locali dislocati lungo questa passerella.

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Noi abbiamo preferito dirigerci verso la spiaggia che è veramente splendida: dune di sabbia bianchissima, poco affollata nonostante la stagione estiva e brezza piacevolissima.

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Ricordo di aver trascorso un pomeriggio molto rilassante osservando l’oceano da quella spiaggia …proprio l’opposto di quanto mi era successo nella città gemella di Atlantic City, Las Vegas, dall’altra parte del continente americano.
Nonostante le evidenti similitudini, in quanto città regina del gioco d’azzardo, Las Vegas mi era apparsa comunque molto diversa da Atlantic City.

Quando l’avevo visitata, un paio di anni prima, ero rimasta sconvolta per la mancanza di alternativa rispetto al gioco d’azzardo e allo shopping selvaggio.
D’accordo che si trova nel bel mezzo del deserto, però…

Las Vegas non lascia scampo ai visitatori: o sei un giocatore accanito, o sei uno shopping dipendente, oppure…e questo è il terzo aspetto che mi aveva lasciata di stucco, sei a caccia di avventure sessuali. La sera del nostro arrivo a Las Vegas, ricordo che, a parte il caldo infernale, più di 40 gradi anche con il sole ormai tramontato, mentre camminavamo per raggiungere un ristorante, allineati sul marciapiede dello Streep, la via principale, c’erano decine di uomini che facevano schioccare con le dita dei cartoncini producendo un picchiettio, che suonava come un richiamo. Solo più tardi abbiamo capito che erano offerte di prestazioni sessuali e su quei cartoncini erano indicati i numeri da chiamare.Ma la cosa sconvolgente è che l’offerta veniva fatta in maniera plateale: non importa che, come nel nostro caso fossimo una coppia,c’era chi si avvicinava a me e chi si avvicinava a mio marito! Allibita!

Per il resto, i casinò di Las Vegas sono indubbiamente migliori di quelli di Atlantic City: maggior cura dei dettagli, ricostruzioni fedeli di ambienti con uno studio sicuramente approfondito.
Io sono rimasta davvero sbalordita da alcuni Hotel-Casino: The Venetian, The Luxor e il Bellagio.
The Venetian costituisce il più grande complesso alberghiero del mondo, con più di 7.000 stanze. Nella zona antistante l’ingresso sono rimasta strabiliata : mi sono ritrovata di fronte, riprodotti fedelmente in scala 1 a 2, il campanile di San Marco e il ponte di Rialto. Identici! In più c’è un lago artificiale che prosegue all’interno della struttura con un canale, che costeggia la zona del centro commerciale e viene percorso da riproduzioni fedeli delle tradizionali Gondole Veneziane. Il cielo artificiale all’interno segue l’illuminazione reale, dall’alba, al tramonto. Molto suggestivo!

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ll Luxor Hotel, dove abbiamo alloggiato, ha come tema portante l’antico Egitto, infatti la forma a piramide lo rende uno dei più riconoscibili hotel-casinò della città. È l’unico Hotel al mondo provvisto di “inclinators”, ossia speciali tipi di ascensori che salgono e scendono in senso obliquo (sono inclinati di 39°) seguendo l’inclinazione della piramide. Li ho odiati! Per me, che soffro di claustrofobia, già salire su un ascensore non è il massimo, figuriamoci su un inclinetor! Bah…!

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Il Bellagio, invece, è modellato sullo stile delle case e del paesaggio presenti sul Lago di Como. All’ultimo piano dell’albergo c’è un museo e una galleria d’arte, inoltre dinanzi all’edificio sono presenti delle famosissime fontane semoventi che ad orari stabiliti “danzano” su melodie italiane. Io sono rimasta incantata dai lampadari presenti nella hall: tantissimi vetri di Murano dai mille colori, veramente molto eleganti.

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Comunque gli hotel scenografici sono innumerevoli…ecco alcune immagini.

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Ma tornando ad Atlantic City, proprio poche settimane fa leggevo che sembra ora destinata a diventare la nuova Detroit e cioe’ la seconda citta’ americana a dichiarare bancarotta.
Infatti, soprattutto negli ultimi due anni , con la nascita di casinò in altre località, molte strutture hanno chiuso e questo lascia temere che la città possa ripiombare nella decadenza degli anni del dopoguerra, quando girare per strada senza essere derubati era una sorta di miracolo.
Ora con migliaia di nuovi disoccupati e strutture gigantesche destinate a diventare fatiscenti se non recuperate adeguatamente, la città deve ricostruirsi un’identità, magari puntando sul turismo “vero”, con il recupero e la valorizzazione delle sue bellissime (e quasi deserte) spiagge e di quella passeggiata che l’ha resa famosa prima, molto prima, dell’arrivo della prima slot machine.

Ciò che dovrebbe prevedere anche chi governa il nostro paese: valorizzare le nostre bellezze artistiche e naturali, anziché imbruttire le città (e le persone !!) con la concessione selvaggia di possibilità di apertura a sale giochi e casinò!!!

Ma nonostante la globalizzazione, e l’annullamento dello spazio temporale dovuto all’avanzamento nel campo delle comunicazioni, noto che dagli errori di altre nazioni e di altri popoli non si impara nulla. Ho letto che si sta assistendo ad una corsa alla distruzione materiale e morale del nostro pianeta e di chi lo popola.

Triste…ma purtroppo,credo, profondamente vero.

Nessun uomo è un’Isola

Nessun uomo è un’Isola,
intero in se stesso.
Ogni uomo è un pezzo del Continente,
una parte della Terra.
Se una Zolla viene portata via dall’onda del Mare,
la Terra ne è diminuita,
come se un Promontorio fosse stato al suo posto,
o una Magione amica o la tua stessa Casa.
Ogni morte d’uomo mi diminuisce,
perchè io partecipo all’Umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi suona la Campana:
Essa suona per te.

John Donne

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MEMORIES: PHILADELPHIA

 

C’è una città negli Stati Uniti d’America che davvero non potevo non visitare poiché la sua fama a livello internazionale è legata principalmente a due aspetti molto affascinanti per me: il primo è di natura storica, il secondo artistico-cinematografico.
Si tratta di Philadelphia. Così, dopo aver lasciato Washington,abbiamo percorso i 100 chilometri che ci separavano da questa questa città che è una delle più antiche degli Stati Uniti.

Philadelphia (il nome viene dal greco e significa “città dell’amore fraterno”) , chiamata “Philly” dai suoi abitanti, negli ideali di William Penn,il quacchero + che la fondò nel 1682, doveva infatti garantire la pacifica convivenza tra popoli di razze e religioni diverse. In effetti la città ebbe davvero un ruolo importante nella storia americana: è stata la città dove  fu dichiarata l’Indipendenza degli Stati Uniti d’America nel 1776 e dove venne in seguito redatta la Costituzione.

Noi abbiamo iniziato la nostra visita proprio dal cuore della città, la City Hall, l’edificio più alto del mondo realizzato in marmo. La City Hall è il simbolo di Philly, con la statua di bronzo di 27 tonnellate che raffigura Penn sulla cima. Proprio diripetto al municipio, si trova un vecchio tempio massonico: qui si tenne la prima runione di massoni nelle colonie nel 1732. Oggi è un museo con reperti storici di personaggi che hanno fatto l’America come George Washington, Andrew Jackson e Benjamin Franklin.

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A breve distanza da lì l’ Indipendence Hall. Costruita tra il 1732 e il 1756, è il luogo dove venne firmata il 4 luglio 1776 la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti. Qui venne redatta la Costituzione Americana e nelle aule venne ospitato il primo parlamento Usa. Sul lato opposto della  Indipendence Hall si trova l’Old City Hall che fu teatro della prima corte Usa, la Corte Suprema. Davanti, nell’Indipendence National Historical Park, detto anche il chilometro quadrato più storico d’America, c’è l’imperdibile Liberty Bell.

La campana venne fusa da una Fonderia di Whitechapel a Londra nel 1751, per celebrare l’anniversario della Carta dei Privilegi, redatta da William Penn. Una volta arrivata negli Stati Uniti, si scoprì una crepa e la campana fu di nuovo fusa. Posta in cima alla State House, come si chiamava ai tempi l’Indipendence Hall, faceva sentire i rintocchi in occasione dei maggiori avvenimenti pubblici: ad esempio chiamò i cittadini a raccolta per la prima lettura pubblica della Dichiarazione d’Indipendenza. L’ultima volta la campana ha suonato per il compleanno di George Washingston nel 1846, ma è rimasta il simbolo della libertà e dell’indipendenza per tutti gli americani.

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C’ è un altro edificio di una certa rilevanza : si tratta di Carpenter’s Hall che ospitò il primo Congresso Continentale che stipulò la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e che durante la Guerra d’Indipendenza americana divenne un ospedale. Ora è un museo dedicato al periodo coloniale.
E non dimentichiamo il museo dedicato alla Costituzione!! L’unico in tutto il suolo americano, chiamato National Constitution Center.
Ricordo che, nonostante fosse il mese di luglio, la giornata era piuttosto grigia e fresca, e mentre osservavo questi edifici e ascoltavo la guida raccontare gli eventi della Rivoluzione Americana, forse complice la giornata grigia e la visibilità leggermente offuscata, mi pareva quasi di intravedere questi uomini determinati nel farsi condurre dai loro ideali, pronti a tutto pur di vedere riconosciuti i loro diritti.
Ho come sentito intorno a me il profumo della Storia e ne sono rimasta affascinata.
Finite le visite ai monumenti, ci siamo persi nelle stradine che delimitano la zona. Qui ci sono le case costruite quando gli Usa non erano ancora nati, il primo ufficio postale, molti spazi verdi con alberi e panchine dove ammirare gli scoiattoli, viuzze eleganti rimaste inchiodate in un’altra epoca.

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Fin qui ho parlato del primo aspetto che mi ha indotto a visitare la città.

Per quanto riguarda l’altro aspetto, che la rende nota, mi riferisco al fatto che Philadelphia è una delle città più amate per girare film e telefilm. I suoi monumenti, le sue strade, le sue piazze sono diventate familiari allo spettatore  proprio per averle viste in centinaia di pellicole. Philadelphia ha legato il suo nome ad uno dei film più premiati di sempre, “Philadelphia” appunto, con Tom Hanks e con l’ Oscar alla colonna sonora con la canzone di Bruce Springsteen; ma anche tutta la serie dei film Rocky con Sylvester Stallone sono ambientati qui. E l’elenco comprende poi altre pellicole di successo, come Il Sesto senso, Blow Out, L’esercito delle 12 scimmie e Il mistero dei Templari …e molti altri

Ma l’immagine di Philly è tutt’uno con quella di Rocky: visitando il Philadelphia Museum of Arts e salendo la scalinata enorme è impossibile non richiamare alla mente l’immagine del pugile e della sua corsa che arrivava proprio al vasto spiazzo in cima. A ricordo di Rocky, c’è una statua ai margini dello scalone, giusto per ribadire il concetto che Philadelphia è una città tollerante e aperta a tutto!!!

È proprio il Museo una delle tante attrattive culturali e artistiche della città: la struttura stessa del museo è un esempio dell’architettura di Philadelphia, è ispirato alla Grecia classica, e da lassù si ha il privilegio di avere una delle più belle panoramiche di Philly: l’occhio si perde sulla grande via dedicata all’illustre cittadino Benjamin Franklin e arriva fino al cuore della città, quello legato alla Storia degli Stati Uniti.

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Non basta una giornata per visitarlo tutto con le tantissime sezioni, ha la collezione importante di Impressionisti, mentre intere ali sono destinate ai manufatti di India, Giappone e Cina. Tra Monet, Cezanne, Beato Angelico, Botticelli, …non mancano le mostre temporanee dedicate ai più grandi artisti del mondo:quando siamo andati noi era dedicata a Renoir.

In conclusione: sono tanti i motivi per cui vale la pena di visitare Filadelfia: è una città multietnica, definita dal Washington Post una delle 10 città più richieste per i congressi multietnici, è un centro tecnologicamente all’avanguardia, attivo nel settore dell’alta tecnologia, medico e scientifico. Ma soprattutto…si respira la storia dei diritti umani e civili.
Lascio i link  una sequenza molto forte del film e la meravigliosa colonna sonora di Bruce Springsteen

http://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=1&cad=rja&uact=8&ved=0CCYQ3ywwAA&url=http%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fwatch%3Fv%3D4z2DtNW79sQ&ei=ggwPVK2wBoe_ywPkx4GIBg&usg=AFQjCNHxuIfy9Vq9OJGZK_b2bfxuOVxPxw&bvm=bv.74649129,d.bGQ

http://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=video&cd=3&cad=rja&uact=8&ved=0CDAQtwIwAg&url=http%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fwatch%3Fv%3DGa70BNJfTWs&ei=1AwPVLmjFKrXyQOm_oC4Dw&usg=AFQjCNFrWjhq1jhpG9jwaESTPy2SIr5Qzw&bvm=bv.74649129,d.bGQ

Costituzione, Dichiarazione d’Indipendenza, Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, che eredità immensa!!! Da difendere, sempre.

Scavando

Tra il mio indice e il pollice sta la penna,
salda come una rivoltella.
Sotto la finestra, un rumore graffiante all’affondare della vanga nel terreno ghiaioso:
è mio padre che scava. Guardo da basso,
Finché la sua schiena china tra le
aiuole, si risolleva venti anni indietro,
piegandosi a ritmo attraverso i solchi di patate che interrava.
Il rozzo scarpone accoccolato sulla staffa,
il manico contro l’interno del ginocchio sollevato con fermezza,
sradicava le alte cime, infossando a fondo l’orlo lucente
per spargere le patate nuove che noi raccoglievamo
amandone la fresca la durezza tra le mani.
Sapeva bene come usare una vanga, per Dio.
Proprio come il suo vecchio.
Mio nonno tagliava più torba in una giornata
di chiunque altro uomo alla torbiera di Toner.
Una volta gli portai del latte in una bottiglia
turata alla men peggio con un pezzo di carta.
Si raddrizzò per berne e subito riprese
a tagliare e intaccare nettamente,
spalando pesanti zolle, gettandosele alle spalle, andando sempre più a fondo
in cerca di buona torba. Scavando.
Il freddo aroma d’ amido nel terriccio, il risucchio
e lo schiaffo della torba umida, i tagli netti della lama
nelle radici vive, mi risvegliano la memoria.
Ma non ho una vanga per imitare uomini come loro.
Tra il mio indice e pollice
sta salda la penna.
Scaverò con quella.

(Séamus Heaney, poeta irlandese, premio Nobel per la letteratura nel 1995 )

MEMORIES: WASHINGTON

Washington dista solo 370 chilometri da New York, eppure la sensazione che si prova camminando per i suoi viali è quella di esserne lontani anni luce:
è una città che sfugge allo stereotipo della metropoli americana con grattacieli che pullulano di impiegati indaffarati, sobborghi con case allineate, giardini aperti, autostrade a otto corsie per ogni senso di marcia…

In realtà, nonostante il marmo bianco luccicante dei principali edifici della capitale federale, l’atmosfera che vi si respira è sorprendentemente amichevole. Ricordo infatti che, dopo aver trascorso alcuni giorni a New York, avevo vissuto i tre giorni di permanenza a Washington come una vacanza nella vacanza!
Questo perché New York è sì una città magica, ma anche molto impegnativa e frenetica. Nella capitale americana, invece, è stato possibile concedersi rilassate passeggiate alla scoperta di moltissimi edifici monumentali e interessanti scorci cittadini.
Così, per la nostra intera permanenza in città, l’auto è stata bandita: abbiamo girovagato a piedi, oppure utilizzando i mezzi pubblici, molto efficienti e moderni.

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L’aspetto che colpisce immediatamente è la mancanza di grattacieli : ci hanno spiegato che l’altezza massima degli edifici, infatti, è stata fissata con una legge del 1910, tuttora in vigore, e questo rende impossibile la costruzione di palazzi molto alti, dall’indubbio effetto scenico ma sicuramente male inseriti nel contesto urbanistico della città.

Il nucleo più antico è il sobborgo di Georgetown, fondato nel 1751. Adagiato in maniera scenografica sul fiume Potomac, sembra ancora un angolo di Inghilterra settecentesca: vie strette e silenziose, antiche dimore borghesi dei coloni inglesi, piccole case di legno, dipinte in colori tenui. Passeggiando per questo quartiere ricordo di aver quasi dimenticato di trovarmi in America: niente centri commerciali “mostro”, niente fast food, nessun indizio di stravaganza americana,…un angolo British indubbiamente molto caratteristico

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Quando, però, da casa pensavo a Washington sicuramente ciò che avevo in mente era altro. La mia meta era quella immensa distesa verde punteggiata da edifici bianchi che richiama alla mente la storia dell’indipendenza americana: sto parlando del National Mall, vero polmone verde della città, dove si concentrano tutti i principali motivi di attrazione della città.

La nostra visita è iniziata dalla zona collinare a nord del National Mall dove sorge il Capitol, cioè il Campidoglio. In realtà, pur rendendoci conto dell’importanza dell’edificio, dove si riuniscono il Congresso e il Parlamento americano, non abbiamo avuto il tempo di visitare anche gli interni poiché abbiamo preferito entrare nell’edificio accanto che ospita la Library of Congress, la più grande biblioteca del mondo. L’interno è sicuramente stupefacente per il tentativo di imitare lo stile barocco con decorazioni neoclassiche, ma ancora più grandiosa è la sala di lettura, la Main Reading Room, in cui sono assiepati 29 milioni di volumi!! Non avevo mai visto così tanti libri tutti insieme nella mia vita! Quasi spiazzante…

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Da lì abbiamo iniziato la discesa verso la zona dei Musei della Smithsonian Institution: il numero dei musei presenti in questa zona è impressionante, ma la cosa più “strana”, almeno per i nostri parametri, è che si tratta di musei a ingresso gratuito. Questo perché il magnate che decise di regalare il patrimonio necessario per questo progetto, voleva perseguire l’obiettivo di diffondere la cultura e la conoscenza in maniera libera da ogni condizionamento.
Visitare tutti quei musei sarebbe stato improponibile per noi, dato il poco tempo a disposizione, pertanto ci siamo concentrati su quelli che rispondevano maggiormente ai nostri interessi. Il primo visitato è stato il National Museum of Natural History che custodisce impressionanti scheletri di dinosauro e una meravigliosa collezione archeologico-antropologica ( …per la verità la scelta del museo è stata anche un po’ “pilotata” dal fatto che volevo assolutamente vedere il diamante blu “Hope” da 45 carati…:-). Successivamente abbiamo visitato lo US Holocaust Memorial Museum, che per me era una visita irrinunciabile. E’ sicuramente una triste testimonianza della malvagità umana : il percorso principale di visita inizia con la consegna a ciascun visitatore della carta di identità di una vittima dello Shoah portando in questo modo la riflessione sul dolore a livello anche individuale. Esperienza toccante…non ho scattato fotografie…il rispetto per tutte quelle vittime mi pare dovuto.

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E poi, passando accanto al Washington monument, imponente obelisco di 170 metri, finalmente, siamo arrivati alla meta principale del mio “pellegrinaggio”: affacciato su un lungo specchio d’acqua ecco il Lincoln Memorial.

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Probabilmente nessun simbolo incarna meglio di questo luogo l’ideale nazionale dei grandi raduni di massa volti a produrre cambiamenti radicali: Martin Luther King nel 1963 pronunciò proprio qui il discorso “I have a dream”, al termine di una marcia per i diritti civili; in esso esprimeva la speranza che un giorno la popolazione di colore avrebbe goduto degli stessi diritti dei bianchi.

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Questo discorso è sicuramente uno dei più famosi del ventesimo secolo, ed è diventato simbolo della lotta contro il razzismo negli USA. Uno dei discorsi che hanno segnato la mia formazione. Consiglio la visione del filmato originale, davvero toccante.

Sono tantissimi i monumenti che puntellano il National Mall, da quelli grandiosi fino a quelli più riservati, quasi nascosti nel verde degli alberi come il Vietnam Memorial: eretti a imperitura memoria delle glorie nazionali, questi monumenti considerati quasi come luoghi di culto dagli americani che vi si recano in pellegrinaggio in rispettoso silenzio, aggiungono un aurea di solennità alla zona, soprattutto quando la sera sono illuminati con luci tenui che invitano alla riflessione.

E la Casa Bianca?…che dire….é bianca! 🙂

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Scherzi a parte, non ho molto da aggiungere poiché non abbiamo partecipato al tour guidato che consente di entrare nelle zone accessibili al pubblico, pertanto abbiamo solo ammirato la costruzione dall’esterno.

Aggiungo che non ho un bellissimo ricordo di questa zona perché la sera stessa, decisi a scattare qualche fotografia con l’illuminazione notturna, siamo ritornati davanti ai cancelli della Casa Bianca e dopo nemmeno 5 minuti …ci si è riversato addosso un temporale di tipo tropicale!!!! Lampi, tuoni, acqua a catinelle e noi…lontani almeno un chilometro da un possibile riparo, circondati da alberi attira-fulmini,…Morivo di paura ( lo ammetto sono un po’ fifona)…Quando siamo arrivati al nostro hotel…ha smesso di piovere..!!!!

So che non ha senso collegare un mezzo nubifragio con la Casa Bianca ma…penso, di averlo già detto, i meccanismi della memoria e del ricordo sono molto, ma molto strani!..  🙂

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MEMORIES: NEW YORK

I meccanismi della memoria e del ricordo sono complicati.
Sono appena tornata da un viaggio in terre calde ed assolate, eppure, mentre sistemavo nel pc i file di fotografie, sono stata assalita dal desiderio di rivedere le immagini di un viaggio nella neve.
Ma non era il Polo Nord, era New York!

Circa cinque anni fa…

Stavamo atterrando all’aeroporto J.F.Kennedy di New York e dai finestrini dell’aereo si vedevano scendere,abbastanza copiosi, fiocchi di neve che avevano già ricoperto la pista con un leggero strato umido e bianchiccio. Nella nostra beata ignoranza, pensavamo che così come eravamo atterrati, allo stesso modo avremmo potuto decollare, dopo tre ore, con l’aereo che ci avrebbe portato a Miami per trascorrere lì alcuni giorni delle vacanze natalizie.
Ma….appena scesi dall’aereo, ad accoglierci c’erano decine di addetti ai servizi di terra dell’aeroporto che ad ogni passeggero in transito consegnavano un foglietto, con evidenziato un numero di telefono, e al tempo stesso indicavano nervosamente il tabellone degli arrivi e delle partenze.

Già… il tabellone… ogni volo contemplato era seguito da uno sconfortante “Cancelled”!
E non per un paio d’ore, o sino alla sera, o all’indomani,…no, no…aeroporto chiuso per tre giorni,
Causa: tempesta di neve.

Il foglietto con il numerino da chiamare si trattava dell’unico aiuto che l’aeroporto era in grado di fornire; serviva per prenotare i posti su un altro volo, per la meta desiderata, non appena l’aeroporto fosse stato riaperto. Nel frattempo si poteva mettersi in coda ad uno sportello dove gli addetti avrebbero provato a trovare una sistemazione per la notte a chi ne avesse fatto richiesta. L’alternativa era passare tre giorni accampati in aeroporto.

Io e mio marito, a quel punto, rassegnati, abbiamo deciso di dividerci i compiti; lui al telefono per prenotare il volo, io in coda per ottenere una sistemazione. Per il volo, fortunatamente, non ci sono stati problemi: saremmo ripartiti dopo 3 giorni da un altro aeroporto di New York; per la camera invece …
Quando mancavano solo quattro, cinque metri di coda per arrivare all’agognato sportello, gli addetti ci comunicarono chiaramente di aver appena venduto l’ultima camera disponibile che gli hotel avevano messo a disposizione.

Disperazione!
Già mi vedevo vagare per l’aeroporto, senza una doccia, un pasto caldo, un letto….io non ho l’indole molto spartana, devo confessarlo,…il morale non esisteva più.

Nel frattempo, guardando dalle vetrate, all’esterno si assisteva a un peggioramento progressivo delle condizioni meteorologiche: ormai nevicava davvero abbondantemente, ma non in maniera rilassata, da liete feste di Natale: era una nevicata furiosa, una vera tempesta di vento, neve e ghiaccio, che faceva turbinare i fiocchi in mulinelli velocissimi.
Le persone che avevano trovato una sistemazione in albergo per la notte se ne stavano fuori sotto la pensilina in attesa dei taxi e ciò nonostante sembravano tanti pupazzi ricoperti di neve.

L’estate prima eravamo stati a New York per alcuni giorni e fortuna ha voluto che mio marito avesse ancora memorizzato nel cellulare il numero di telefono dell’hotel che ci aveva ospitato.
A quel punto abbiamo provato a chiamare e …miracolo: la stanza c’era, l’unico problema era riuscire a trovare il modo di raggiungerla, visto che le strade cominciavano ad essere impraticabili e Manhattan dall’aeroporto dista circa tre quarti d’ora di macchina.

Immediatamente, con i nostri bagagli, ci siamo diretti all’uscita, verso la zona dei taxi: la coda di persone che aspettava si era esaurita, ma anche la disponibilità dei taxi era pressoché nulla. Mentre ormai ci stavamo dando per vinti, vediamo spuntare un taxi dalla coltre di neve che vorticava confusamente: era libero! Siamo saliti e, inzuppati di neve e pioggia, abbiamo spiegato a questo giovane autista pakistano, che avevamo trovato trovato una stanza in un albergo al centro di Manhattan.

Lui, con sguardo preoccupato, ci disse che le strade erano davvero al limite della praticabilità, e che avrebbe provato a portarci fin là ma non garantendo nulla….e aggiunse: “It’s very bed!!!”

Siamo partiti e appena fuori dal piazzale dell’aeroporto ci siamo resi conto di essere davvero al centro di una tempesta di neve di proporzioni preoccupanti. Imboccando la freeway ogni cento, duecento metri vedevamo auto abbandonate ai lati della carreggiata,scivolate fuori strada e ormai imprigionate dalla neve.
Il nostro autista procedeva a passo d’uomo, cautamente, ogni poco si fermava, scendeva e puliva i tergicristalli che erano praticamente ghiacciati,….ogni poco slittava, pareva non riuscire a muoversi e invece poi con varie manovre ripartiva….è stata un’agonia che è durata per circa due ore. Quando abbiamo visto, finalmente, apparire le luci di Manhattan , ci sono sembrate una visione, come un’oasi in un deserto di neve. A quel punto le vie cittadine si percorrevano con maggior speditezza, poiché qui i mezzi spazzaneve avevano già avuto modo di passare. Siamo arrivati al nostro hotel: non ci era mai parso così bello e luccicante! Mi sembrava di vivere quasi un sogno.

Il nostro autista, sfinito, ci disse che se ne sarebbe andato a casa perché era stata davvero dura e ci chiese un prezzo appena più alto di quanto stabilito dalle tabelle ufficiali, quasi scusandosi. Noi lo abbiamo abbracciato e ringraziato per averci condotto al riparo e lo abbiamo ricompensato degnamente per quanto aveva fatto.

Oggi ,quando penso a New York e rivivo quell’avventura a lieto fine, provo una sensazione quasi di stupore: non mi pare vero di essermi trovata in una situazione simile e mi dico che a volte il destino ti catapulta in eventi che mai potresti prevedere e il cui esito non è sempre così scontato.

Mi capita di rivedermi infreddolita e impaurita, in quel taxi sperduto in mezzo alla neve, con le luci di Manhattan che da lontano risplendono…

E in modo inaspettato e sorprendente scopro che è uno dei ricordi più belli che conservo di quella magica città.

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“La Vita non è uno spettacolo muto o in bianco e nero.

È un arcobaleno inesauribile di colori, un concerto interminabile di rumori,

un caos fantasmagorico di voci e di volti,

di creature le cui azioni si intrecciano o si sovrappongono

per tessere la catena di eventi che determinano il nostro personale destino.”

(Oriana Fallaci)

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Fotografie

martedì 2 settembre, Cremona

E poi si ritorna a casa. E di tutta la bellezza di cui ho potuto godere non rimane che una nuvola di ricordi e un file di fotografie.
Già, le fotografie…quante ne ho scattate…

Come se in questo modo riuscissi a placare un poco il desiderio di impossessarmi di una minima parte della bellezza che ho avuto davanti agli occhi e potessi portarla via con me.

Come se scattando una fotografia potessi afferrare uno scampolo di quel “sublime” che sto vedendo e vivendo e potessi così dargli maggior spazio nella mia vita.

Fotografie per placare un poco l’ansia e la paura di perdere per sempre una scena preziosa…che illusione!

In realtà, talvolta, mi è successo proprio il contrario: nella volontà di portare con me traccia di una visione, scattando fotografie su fotografie, ho perso parte del presente, ho rinunciato a quello sforzo di notare gli elementi e i particolari di quella visione.

Perché la bellezza di certi luoghi spesso non colpisce solo per motivi di ordine estetico… bei colori, ottima simmetria, adeguate proporzioni,… spesso è l’emotività che fa da guida per andare oltre al vedere, per arrivare quasi a respirare un luogo, a sentirlo, a goderne intensamente fino ad avere l’ingannevole impressione di possederlo.

In fondo per vedere un po’ di bellezza è sufficiente aprire i sensi e il cuore, ma ho scoperto che perché la durata di questa bellezza permanga nel ricordo mi occorre di più: occorre amare quel luogo accarezzandolo con lo sguardo, dolcemente, cercare di comprenderlo con curiosità e avidità, e poi romanticamente innamorarsene e soffrirne, infine, l’abbandono.

E niente più di questo potrà restituirmi un ricordo vero.

…e così, con gli occhi chiusi, vedo…

Vedo il bianco deserto, sento il silenzio assordante, percepisco il calore amico del sole sulla pelle, ascolto il cuore rasserenarsi, e la mente rigenerarsi. E so di essere pronta per andare avanti..

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“Mi è sempre piaciuto il deserto.

Ci si siede su una duna di sabbia.

Non si vede nulla.

Non si sente nulla.

E tuttavia qualche cosa risplende nel silenzio.” 

Antoine de Saint-Exupery